TRILOGIA DEGLI SCUDETTI PERDUTI. 3: SENZA VINCITORI.

Sabato 17 ottobre 2015: a Torino viene posata la prima pietra del nuovo stadio «Filadelfia» che dovrà sorgere letteralmente sulle macerie del vecchio impianto. Quello che vide le gesta del Grande Torino. È il campo, come ha ricordato l’attuale presidente del club Urbano Cairo, sul quale «il Toro ha vinto sette scudetti, non solo sei». Perché prima del tricolore del 1976, griffato al Comunale, «arrivarono i cinque scudetti del Grande Torino ed i due, non solo uno, degli Anni Venti. Ma uno ce l’hanno misteriosamente revocato. Eppure quello scudetto era nostro a tutti gli effetti. E allora andiamo a riprendercelo, questo scudetto!». Cairo si riferisce al titolo del 1926-‘27 revocato per il cosiddetto «scandalo Allemandi». Un titolo per il quale lo stesso giorno del via ai lavori per il nuovo «Filadelfia» il numero uno granata ha chiesto al presidente della Figc Carlo Tavecchio di riaprire il caso.

UN’ECCEZIONE LUNGA 78 ANNI. Per lunghissimo tempo quella dicitura – «revocato» – è stata un unicum nell’albo d’oro quasi 120ennnale del campionato di calcio italiano. Ha smesso di essere un’eccezione nel 2005, quando fu cancellata la vittoria della Juventus, affondata nelle sabbie mobili di Calciopoli come quella dell’anno successivo assegnata all’Inter. Ma i tentativi per annullare prima quell’«anomalia» non sono certo mancati. Anzi. Quasi periodicamente il presidente di turno della Figc ha promesso al club granata la restituzione di quello che oggi sarebbe l’ottavo scudetto. Senza mai passare dalle parole ai fatti, però Cominciò Ottorino Barassi, allora reggente la presidenza della Federazione, nel momento più tragico e drammatico della storia torinista: il 6 maggio 1949, quando le 31 bare dei morti di Superga sfilarono in piazza San Carlo davanti a mezzo milione di persone. Nessuno aveva chiesto nulla, ma di fronte a tanto dolore a Barassi sembrò forse un bel gesto dire che era giunto il momento di restituire quello scudetto ad un Ferruccio Novo (il presidente del Grande Torino) il quale, racconta Massimo Lunardelli nella sua Indagine sullo scudetto revocato al Torino nel 1927, «annuisce distratto: non gli importa niente di uno scudetto in più adesso che ha perso una squadra intera». La promessa andò comunque disattesa. Come quella fatta da Franco Carraro ad Orfeo Pianelli nel 1976 con il Toro fresco vincitore dell’ultimo scudetto della sua stroria. Motivo: «Gran parte della documentazione è andata probabilmente perduta o distrutta durante la guerra ed è impossibile ristabilire la verità». O quella di Antonio Matarrese del gennaio 1988, fatta a Mario Gerbi per interposta persona: all’appuntamento già fissato a Roma, infatti, il presidente della Figc delega il segretario Gianni Petrucci. Peccato che la commissione d’inchiesta varata pochi mesi dopo non sarà mai insediata. Nel 2001 toccherà ad Attilio Romero, il più improbabile dei presidenti granata – ancora 19enne era alla guida dell’auto che aveva investito ed ucciso Gigi Meroni il 15 ottobre 1967 -, rilanciare la richiesta ad un Franco Carraro – ancora lui – affaccendato in tutt’altre vicende visto che siamo in  piena Calciopoli. Il presidente neanche risponderà. A Romero replicherà invece il dirigente del Bologna Franco Baldini: «Sto studiando la possibilità di chiedere la revisione della mancata assegnazione dello scudetto 1927 al Bologna che arrivò secondo».

IL «CASO ALLEMANDI». Ricostruire cosa sia accaduto in quel 1927 fu difficile allora, è pressoché impossibile oggi a distanza di quasi novant’anni. Di certo si è trattato di una vicenda così torbida da lasciar venire a galla sono una piccolissima parte di verità. Nascondendo quella irraccontabile e perpetrando una versione di comodo che l’intero mondo sportivo italiano ha fatto sua. In proposito il già citato Lunardelli – autore dell’indagine più complessa e completa fatta sulla vicenda, pubblicata per Blu edizioni nel 2014 con prefazione di Gian Carlo Caselli – ha il merito di mettere all’indice molte bugie diventate che in troppi spacciano per realtà, anche per colpa delle grandi firme del giornalismo sportivo nazionale. Indicativa, a proposito, la pagina che Antonio Ghirelli dedica al «caso Allemandi» nella sua «Storia del calcio in Italia».

«Pochi giorni dopo l’assegnazione del titolo al Torino comparve su Lo Sport di Milano un trafiletto che accennava ambiguamente a qualche irregolarità… Da Roma rispose il Tifone il cui direttore proclamò apertamente che c’era “del marcio in Danimarca”. Leandro Arpinati (presidente della Figc, nonché podestà di Bologna, ndr) e Zanetti (il suo segretario nonchè papà del futuro giornalista Gualtiero, ndr) iniziarono un’inchiesta segreta. Fu grazie alle rivelazioni di un giornalista e di uno studente catanese che vivevano nella stessa pensione di Allemandi che si apprese come il terzino della Juventus avesse ricevuto, alla vigilia del derby di ritorno, una proposta criminosa da parte di un dirigente granata, il dottor N.: se avesse giocato male, contribuendo al successo della squadra avversaria, avrebbe ricevuto la ricompensa di 50mila lire. Allemandi aveva accettato ed intascato metà della somma prima della partita e l’altra metà dopo sebbene, come l’inchiesta dimostrò ineccepibilmente, avesse figurato in realtà tra i migliori uomini in campo. Zanetti giunse a provare la corruzione incollando dei pezzetti piccolissimi di carta ed il dottor N., messo alle strette da Arpinati, confessò tutto».

VERITÀ E BUGIE. Al di là delle semplificazioni obbligate dalla sintesi, Ghirelli liquida lo scandalo come ormai archiviato nelle sue dinamiche e verità. Così non è. Non tanto – e non solo – per la distribuzione delle responsabilità, ma anche – e soprattutto – per la chiarezza del quadro complessivo.  Che il giudice Caselli, nella prefazione del libro di Lunardelli, definisce «torbida vicenda incastonata in robuste pennellate che tracciano a grandi linee – praticamente fino ai giorni nostri – una storia dell’Italia politica e sportiva, in particolare del calcio». Le certezze, nel «caso Allemandi» stanno nel tentativo di corruzione – che ci fu – ma non nei colpevoli veri o presunti. Almeno non in tutti. Ed in un clima di corruzione che pervase l’intero campionato 1926-’27 che la stessa sentenza definitiva del Direttorio federale – quella che squalifica a vita Allemandi- mette nero su bianco: «… Richiama il giocatore Munerati ad una più esatta e rigida comprensione dei suoi doveri in quanto un giocatore tesserato non può accettare doni di qualsiasi entità e natura da parte di iscritti ad altre società;… (Si) deplora e (si) proibisce il mal costume delle scommesse anche di lieve cifra specie quelle tenute contro le sorti dei propri colori ed ammonisce di questa trasgressione il giocatore Pastore…».

SOLITI ED INSOLITI SOSPETTI. Federico Munerati, soprannominato Ricciolo, e Pietro Pastore erano due giocatori della Juventus in campo nel famigerato derby del 5 giugno 1927. Quello che Allemandi avrebbe venduto. Eppure alla fine del match sarà uno dei migliori in campo nonostante la sconfitta della sua Juventus. Non così si può dire del centromediano Munerati (poco utile il suo gioco, secondo i cronisti del tempo) e dell’attaccante Pastore, che finirà come terzo miglior marcatore del campionato ma che quel giorno non strisciò palla ed in più si fece espellere, dopo il 2-1 del Torino, per un brutto ed inutile fallo, lasciando i suoi in 10 proprio nel momento in cui serviva il massimo sforzo per rimontare. Il primo riceveva, e gradiva assai, regali dalla dirigenza del Torino: forniture di vino e spumante Cinzano. Il secondo scommetteva, anche contro la sua squadra. Due «vizietti» tutt’altro che isolati nella Divisione nazionale (la serie A di allora), che non mancarono di colpire anche una colonna portante della Nazionale che sette anni dopo avrebbe conquistato la Coppa Rimet. Stiamo parlando di Virgilio Rosetta, che nella Juve ed in azzurro formava con Allemandi una delle coppie di terzini più forte di sempre. I sospetti per quel derby falsato non lo risparmiarono. Colpa di due gambe troppo larghe in barriera, sotto le quali passò il pallone del pareggio granata calciato su punizione da Balacics. Un errore marchiano per un campione come lui. Tanto che una delle versioni della storia vuole Allemandi capro espiatorio utile per salvare il campione più forte e più necessario ai disegni di un regime che con le vittorie calcistiche della Nazionale vuole tenere sedata un a nazione.

IL PROCESSO VERO. È il processo giudiziario contro l’ormai ex dirigente Guido Nani, che il presidente del Torino e gli altri membri della società accusano di diffamazione, a dire molto di più di quanto può fare una giustizia sportiva troppo attenta agli equilibri politici e societari. Nell’aula del tribunale di Bologna il 13 gennaio 1928 si terrà l’unica udienza del procedimento, dalla quale si uscirà con la certezza che Nani non agì da solo: Pietro Zanoncelli, segretario del club, era stato colui che gli aveva procurato 20 delle 25mila lire da dare ad Allemandi. Zanoncelli confermò, spiegando che non erano soldi suoi ma che li aveva chiesti al vicepresidente Eugenio Vogliotti. Quest’ultimo si difese dicendo che credeva fossero un prestito ad un uomo che versava in difficoltà economiche. «Cero, erano per le mie esigenze, ma anche per quelle della società», ribadisce Zanoncelli. Non solo: venne fuori che anche per il derby di andata qualcuno aveva pensato ad un tentativo di corruzione, poi mai messo in atto anche se, a detta dello stesso Nani, tutti i soci ed il presidente stesso sapevano dell’idea. Il giorno dopo queste deposizioni le parti comunicarono di essersi accordate per l’amichevole remissione della querela.

SCUDETTO DI NESSUNO. Il primo della storia del Torino – oggi sarebbe l’ottavo – è un titolo orfano, dunque. Al quale sarà difficile dare un padre. Nonostante sospetti e lati ancora oscuri, è un fatto che la corruzione ci fu e che probabilmente aveva riguardato più giocatori. È ipotizzabile che il povero Luigi Allemandi abbia pagato l’essere stato  l’intermediario tra il Torino ed i compagni corrotti. Ed è chiaro che il regime fascista abbia fatto tutto in fretta per evitare che lo scandalo deflagrasse. Ma su che basi il Torino può oggi chiedere la restituzione di un titolo macchiato inequivocabilmente dalla condotta di alcuni suoi dirigenti? Certo: lo sport in quegli anni era pesantemente condizionato dalla dittatura fascista. Certo: l’inchiesta federale fu condotta in prima persona da un gerarca del calibro di Arpinati, nominato «duce del calcio» da Mussolini in persona. Certo: Arpinati era anche podestà di Bologna e tifosissimo della squadra rossoblù che fu la principale antagonista del Toro in quella stagione. Certo: la decisione di far rigiocare Torino-Bologna del 15 maggio (vinta dai granata 1-0 e decisiva a quel punto del campionato) per errore tecnico confessato da un arbitro (Pinasco di Sestri Ponente) che invece smentirà sempre di averlo fatto getta molte ombre anche sulla condotta dei filo-bolognesi, che pure reclamarono l’assegnazione dello scudetto ai secondi classificati, come da regolamento di allora. Ma non sarebbe il caso di riaprire la questione per verificare il vero ruolo di Allemandi? Il quale avrà anche pagato poco (fu amnistiato due anni dopo la radiazione) in quanto corrotto, ma ha visto la sua figura di splendido campione macchiata ben oltre le sue effettive responsabilità.

© 28 ottobre 2015

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