ROMA: GIOCHI PROIBITI

Le Olimpiadi di Roma 2024 non si faranno. Il no dell’amministrazione capitolina ha chiuso la porta in faccia alla corsa per una candidatura che sembrava avere buone possibilità di vittoria. Ma non è certo una novità: sono tante le città che nella più che centenaria storia dei Giochi moderni hanno dovuto tirarsi indietro all’ultimo momento. Quasi sempre per ragioni economiche. E Roma, prima di questa ultima candidatura, lo ha già fatto tre volte: due addirittura con l’assegnazione già in tasca. La storia, insomma, dimostra che tra le Olimpiadi e la capitale d’Italia c’è sempre un tunnel troppo costoso da scavare. O un terremoto cui rimediare (ed al quale poi non si rimedia mai). O una crisi politica da risolvere (fino alla successiva… ed all’altra ancora…). O una stagnazione economica da superare (seeeehh!). Spesso tutte queste cose insieme. Il no a Roma 2024, insomma, si inserisce nel sentiero di continuità che ha già portato la città a rifiutare l’organizzazione dei Giochi altre tre volte. Di diverso stavolta c’è stata solo l’assenza dell’eruzione del Vesuvio. Ma non si sa mai…

IL VALZER DELLE CANDIDATURE. Parlando solo delle Olimpiadi estive, la Città eterna è una delle 65 che si sono candidate ad ospitarle. Solo 23 di queste – Roma compresa – sono poi effettivamente state sede dei Giochi. La capitale olimpica per eccellenza è Londra, scelta quattro volte (1908, 1944, 1948 e 2012) anche se l’edizione del ’44, già assegnatale, non si disputò per lo scoppio della seconda guerra mondiale. Il record spetta però a Los Angeles, in corsa per ben dieci edizioni tra il 1924 ed il 2024 e sede dei X e dei XXIII Giochi nel 1932 e nel 1984. Al secondo posto con Roma c’è un’altra città statunitense: Detroit, sette volte candidatasi ma mai scelta. Stessa sorte per Budapest, sei volte in lizza senza mai arrivare al traguardo. Proprio la città magiara, avversaria di Roma per l’edizione del 2024 con Parigi e Los Angeles, potrebbe rompere il digiuno grazie al ritiro della rivale più accreditata. Va anche ricordato, a titolo di pura curiosità, che cinque delle 65 località scese in campo per contendersi l’onere e l’onore di organizzare i Giochi estivi, lo hanno fatto anche per quelli invernali: si tratta di Montreal, Minneapolis, Monaco di Baviera, Helsinki e Pechino. L’unica che è riuscita a centrare l’accoppiata è proprio la capitale cinese che, infatti, organizzerà le XXIV Olimpiadi della neve e del ghiaccio nel 2022.

MATRIMONIO DIFFICILE. «Roma ebbe già le Olimpiadi nel 1908 ma vi rinunciò per un eccesso di preoccupazioni dell’allora amministrazione comunale. Persino una seconda volta l’Italia fu officiata ad organizzare le Olimpiadi, e più precisamente nel 1937, ma anche in quell’occasione il regime dirigente la nazione non ritenne di approfittare dell’orientamento favorevole del Cio, rinunciando a favore di Tokyo. Nel dopoguerra le due precedenti rinunce, nonché la situazione generale dell’Italia, facevano disperare per un favorevole esito di una terza candidatura». Sono le parole che l’allora presidente del Comitato olimpico italiano, Giulio Onesti, pronunciò durante la prima riunione del comitato interministeriale per le future Olimpiadi di Roma 1960 tenutasi nel luglio 1957. Il suo successore attuale, Giovanni Malagò, può usarle come promemoria. Ricordando che se la capitale italiana ha ospitato solo un’edizione nonostante sia stata in corsa per ben sette volte, la colpa non può essere solo delle circostanze e delle crisi economiche. Considerando anche che alla città eterna non bastò essere scelta all’unanimità nel giugno 1904 come sede della quarta edizione dei Giochi moderni. E nemmeno la convinzione del barone Pierre de Coubertin il quale, quando pensava alla riproposizione moderna degli antichi Giochi, immaginava l’alternanza di Atene e Roma nell’organizzazione: in segno di rispetto per quella cultura classica che ne aveva sempre guidato il pensiero.

LA MOSSA (QUASI) GIUSTA. Dopo le prime due edizioni di Atene (1896) e Parigi (1900) le Olimpiadi scelsero il «Nuovo mondo» per la celebrazione della terza che, infatti, si tenne nel 1904 a Saint Louis, negli Usa. Al pari della precedente, la manifestazione fu in contemporanea con l’Esposizione universale che ne oscurò in parte la rilevanza. Anche perché la terza Olimpiade venne trasformata dagli organizzatori in una sarabanda simile ad una sagra paesana. Le gare in programma avrebbero dovuto essere 98: diventarono 390 grazie a competizioni che niente avevano a che fare con il motto olimpico «Citius! Altius! Fortis!».Per non parlare degli improponibili «anthropological days» con gare riservate a neri, indiani d’America, filippini, pigmei per dimostrare l’impossibilità delle «razze inferiori» di essere competitive in resistenza, forza e velocità. Al punto da poter essere messe in mostra come fenomeni da baraccone. Per l’olimpismo fu un colpo quasi mortale. Al punto che Atene richiamò a sé la manifestazione, organizzando un’edizione due anni dopo: Giochi cosiddetti intermedi che non verranno però mai riconosciuti ufficialmente. L’altra mossa di De Coubertin fu, invece, quella che a tutti sembrò la migliore per rilanciare i Giochi moderni: scegliere Roma come sede per le gare del 1908. Perché, come lui stesso scrisse in una lettera indirizzata alla moglie, «soltanto Roma può restituire alle Olimpiadi quello che Parigi e Saint Louis hanno loro tolto». Ed il presidente del Cio si spese in prima persona perché ciò avvenisse: comprese le frequenti visite in Vaticano, l’incontro con la famiglia reale italiana e l’opera di convincimento verso l’allora sindaco della capitale Prospero Colonna. Non solo: fu lo stesso De Coubertin a chiedere a Berlino, l’altra candidata per il 1908, una passo indietro. Fu così che la sessione del Comitato olimpico internazionale che si tenne a Londra nel 1904, pochi mesi dopo la fine delle disastrose Olimpiadi di Saint Louis, assegnò l’organizzazione della quarta edizione dei Giochi moderni alla Città eterna.

E I SOLDI? Se la mente dei Giochi di Roma 1908 fu Pierre de Coubertin, il braccio fu quello di un altro nobile: il conte Eugenio Brunetta d’Usseaux, membro italiano eletto nel Comitato olimpico internazionale nel 1897. Il quale, vivendo a Parigi buona parte dell’anno (noblesse obblige), incaricò il segretario della Federazione ginnastica, Fortunato Ballerini, di sbrigare le pratiche necessarie. Nacque così il Comitato organizzatore dei futuri Giochi che già alla sua prima riunione decise le sedi delle diverse gare: il Campidoglio avrebbe accolto la cerimonia inaugurale, pugilato e lotta avrebbero avuto come teatro le terme di Caracalla, le competizioni atletiche si sarebbero svolte in piazza di Siena, nuoto e canottaggio nel tratto del Tevere più tranquillo tra ponte Milvio e ponte Margherita, la maratona lungo i fori imperiali. Idee che si sarebbero dimostrate quasi tutte utili mezzo secolo dopo. Non certo in quegli inizi del Novecento. Quando l’Italia versava in condizioni economiche e politiche che non consentivano voli pindarici. C’era da completare il tunnel del Sempione, opera indispensabile per collegare l’Italia al resto d’Europa ma dai costi lievitati oltre misura. Nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1905, inoltre, un terribile terremoto di magnitudo 7,9 aveva scosso i paesi della Calabria tirrenica fino alle coste siciliane appena al di là dello stretto: le vittime furono 557, soprattutto a Nicastro (oggi Lametia Terme) epicentro del sisma. Ingentissimi i danni. Il secondo governo presieduto da Giovanni Giolitti si era dimesso nel marzo ma quello di Alessandro Fortis, traballante anzichenò, dovette impegnare tutte le (poche) risorse economiche a disposizione per i soccorsi alle popolazioni terremotate.

QUANTI VOLTAFACCIA! Intanto il Comitato organizzatore, dopo la prima riunione, non aveva più fatto sentire la sua voce. Al punto che caduto il sindaco Prospero Colonna, il suo successore facente funzioni dal dicembre 1904, Enrico Cruciani Alibrandi, nominò una commissione di fattibilità per rispondere alle sollecitazioni che arrivavano dal Cio. Anche questo organismo ebbe però  vita breve ed inutile: si riunì solo due volte tra la fine del 1905 e l’inizio dell’anno successivo. Intanto il barone de Coubertin continuava il suo pressing verso chiunque potesse dare slancio all’organizzazione. Il re Vittorio Emanuele III in persona gli garantì un contributo personale di 50mila lire (circa 300 milioni di euro attuali) mentre papa Pio X non gli concesse udienza. «Ho avuto a Roma certe difficoltà che debbo tenere segrete», comunicò agli altri membri del Cio.. Intanto Milano e Torino avevano alzato l’allerta sulle difficoltà romane, dichiarandosi pronte a prendere il posto della capitale nell’organizzazione della manifestazione. Ma l’idea dei primi Giochi olimpici italiani fu definitivamente seppellita da una pietra tombale di lava. Il 4 aprile 1906 il Vesuvio si risvegliò improvvisamente con un’eruzione che durò fino al 21 aprile. Vennero distrutti i centri abitati alle pendici del cratere come Ottaviano, San Giuseppe, Somma, Sant’Anastasia, Boscotrecase, Torre Annunziata, Terzigno, Aiello, Polena, Torre del Greco, Castellammare, Nola e Nocera. La stessa Napoli fu interessata dalla pioggia di detriti: proprio sotto il peso delle ceneri crollò la tettoia del mercato di Monteoliveto (l’attiuale piazza Carità) causando la morte di 11 persone ed il ferimento di altre trenta. Complessivamente le persone costrette a fuggire dall’area interessata dall’eruzione furono circa 200mila: il numero dei morti non fu mai ufficializzato ma si ritiene non fosse inferiore alle 300 vittime. A quel punto al nuovo primo ministro Sydney Sonnino appena nominato non restò che annunciare il «non possunus» governativo.

DA ROMA A BERLINO PASSANDO PER LONDRA. Toccherà al conte Brunetta d’Usseaux ingoiare l’amaro boccone e cercare udienza, cappello in mano, presso il membro britannico del Cio lord Desboroungh affinché sondasse la disponibilità dei reali inglesi a subentrare a Roma nell’organizzazione dei Giochi del 1908. Sarà lo stesso lord, ottenuto il si da re Edoardo e dalla regina Alessandra, a comunicarlo al presidente del Cio. E quest’ultimo non potrà che prenderne atto. Come annunciava il 24 novembre 1906 un comunicato ufficiale della British olympic association (Boa), sarà Londra, accorsa in aiuto dell’Italia scossa dalla crisi, ad organizzare per la prima volta le Olimpiadi. Roma ripresenterà la sua candidatura per quelle del 1924 (quando venne scelta Parigi) e, con molte più probabilità di successo, per quelle del 1940. Quando, però, spuntarono «cause di forza maggiore» a spegnere di nuovo i sogni olimpici della Città eterna. In anni durante i quali l’Europa prima ed il mondo poi stavano facendo i conti con il successo delle dittature populiste, saranno proprio i dittatori a fare e disfare. Perché nel frattempo anche le Olimpiadi erano diventate un utile strumento da piegare alla propaganda politica. E se nell’antica Grecia i Giochi avevano la forza e l’autorità di fermare le guerre, nell’era moderna è lo sport che deve cedere il passo allo sterminio. Tanto che dopo le edizioni di Londra (1908) e Stoccolma (1912), quella che Berlino voleva ospitare nel 1916 verrà annullata a causa del primo conflitto mondiale. Dal quale uscì un’Europa profondamente diversa, sia geograficamente che politicamente. Anversa (1920), Parigi (1924), Amsterdam (1928) e Los Angeles (1932) faranno di nuovo sventolare il vessillo a cinque cerchi. Mentre partiva la corsa per l’edizione del 1936, che verrà assegnata dal Cio nella riunione prevista a Losanna il 13 maggio 1931. In lizza ci sono addirittura 13 pretendenti: un record rimasto ancora oggi imbattuto. La scelta dovrà cadere su una tra Alessandria d’Egitto. Barcellona, Berlino, Budapest, Buenes Aires, Colonia, Dublino, Francoforte sul Meno, Helsinki, Losanna, Norimberga, Rio de Janeiro e Roma.

HITLER E MUSSOLINI. La scelta di Berlino per i Giochi del 1936 avvenne quindi prima ancora che Adolf Hitler prendesse il potere. Ma gli occhi dei nazisti erano già puntati sulle Olimpiadi. E non in maniera benevola visto che nel 1932 definirono quelle di Los Angeles «un infame festival dominato dagli ebrei». Hitler cambierà idea dopo l’assegnazione dei Giochi del 1936 grazie soprattutto all’opera di convincimento del suo ministro per la Propaganda, Joseph Goebbels, pronto a trasformare le gare sportive in un grande evento mediatico e di promozione del governo. Un interesse che nessuno sente a Roma. Dove pure la dittatura di Benito Mussolini ha già capito come lo sport possa essere asservito agli interessi politici. Ma il fascismo guarda soprattutto al calcio perché «è quello tra tutti gli sport che ha poteri di attrattive spettacolari sulle masse». Ed è al calcio che verranno destinati il massimo degli interessi e delle disponibilità finanziare. Il 6 ottobre 1929 si gioca la prima giornata del primo campionato di serie A a girone unico fortemente voluto dal regime: le partite sono ospitate in stadi riammodernati o costruiti ex novo ed il football – chiamato autarchicamente calcio – diventa rapidamente il primario interesse per le stesse folle oceaniche che affollano i comizi del Duce in piazza Venezia. Eppure l’idea di portare le Olimpiadi a Roma ben si sposa con il concetto di classicismo piegato al regime che il fascismo sta facendo sua. La candidatura della Città eterna per i Giochi del 1924 sarà però solo di facciata: infatti cade quasi subito. Stessa cosa dicasi per quella del 1936, quando Roma lasciò a Barcellona contendere – senza riuscirci – la vittoria alla capitale tedesca che prevalse 43-16. Ma il successo della nazionale azzurra ai campionati del mondo di calcio del 1934 (che sarà bissato poi nel 1938) convinsero il fascismo a riprovarci per l’edizione del 1940.

LA DOPPIETTA DEL CONTE. La candidatura di Roma 1940 nasce, in realtà, dopo gli splendidi risultati della spedizione azzurra ai Giochi di Los Angeles 1932. L’Italia è seconda nel medagliere con 12 ori ed altrettanti argenti e bronzi. Meglio degli azzurri hanno fatto solo gli Stati Uniti: 41 ori, 32 argenti, 30 bronzi. La vittoria della nazionale di Vittorio Pozzo di due anni dopo, poi, sarà solo un’acceleratore di entusiasmo. La figura centrale di questa candidatura sarà quella del conte Alberto Bonacossa, pioniere dello sport italiano e membro del Comitato olimpico internazionale. Il quale puntava ad una prestigiosa doppietta: Roma 1940 e Cortina d’Ampezzo per i Giochi invernali del 1944. Sarà lui a dare pubblicità a quanto sta avvenendo in un’intervista resa al «Corriere della sera» alla fine del 1933.

«La magnifica nostra affermazione in California non ha soltanto dimostrato il valore, il carattere e la disciplina degli atleti italiani, ma anche il grado di maturità sportiva raggiunto dal nostro Paese. Attraverso un decennio di attività sportiva con saggezza ed esperienza coordinata e sviluppata dal fascismo, l’Italia si può considerare ormai preparata ad indire una Olimpiade. E sarebbe questa la conclusione più degna all’intenso ed appassionato mondo del nostro sport, oggi primo in Europa e secondo nel mondo. S.E. Arpinati, che ha dato allo sport italiano una coesione tecnica e spirituale, non ha esitato ad esprimerci la ferma speranza che le Olimpiadi del 1940 si svolgano in Italia».

Nella stessa intervista il conte Bonacossa rende pubblico anche il rivale principale contro il quale si dovrà combattere.

«Il Giappone ha chiesto le Olimpiadi per il 1940… Ma nonostante l’enorme sviluppo sportivo, la sua vasta e possente organizzazione e la tenacia dimostrata nelle precedenti Olimpiadi, ci sembra che in un momento di acuta crisi mondiale non possa essere la sede più adatta… Quasi tutti i competitori sarebbero costretti ad attraversare due oceani, oppure dovrebbero affrontare il disagevole viaggio in Transiberiana che si compendia in 12 giorni di ferrovia da Berlino a Vladivostock, più tre giorni di mare fino in Giappone».

SI PUÒ FARE! ANZI, NO! Più l’appuntamento per definire la candidatura per i Giochi del 1940 si avvicina – la riunione del Cio ad Oslo del febbraio 1935 alla quale dovrà seguire la proclamazione ufficiale nel 1936  – più la vittoria di Roma acquista credito. Tanto che al Consiglio del Coni del 20 dicembre 1933 già si canta vittoria.

«Correnti di simpatia e di sempre maggiore desiderio di conoscere la nostra organizzazione si polarizzano sul DUCE (sic) e su ROMA (sic), con visite sempre più frequenti di stranieri anche per quanto si riferisce al settore sportivo. È di qualche mese fa l’elogio del presidente del Cio sullo sport italiano ed il desiderio espresso dai membri del Cio di poter transitare in Italia quando nella prossima primavera si recheranno ad Atene per il solito congresso annuale».

Inoltre la città si fa forte dell’ottima impiantistica, con il gioiello del Foro Italico in via di completamento. Ma tutto cambia in fretta nel 1934 quando il nuovo ambasciatore giapponese Sugimura informa Mussolini che Tokyo è molto interessata alle Olimpiadi del 1940 perché in quell’anno il paese del sol levante celebrerà il 26esimo centenario della dinastia imperiale. È una richiesta di un futuro alleato militare che il duce non può non prendere in considerazione: questo, almeno, è quanto la storiografia ufficiale ci ha tramandato. Anche perché in cambio i nipponici hanno già assicurato l’appoggio all’Italia nella corsa all’organizzazione dei Giochi successivi: quelli del 1944. Il voltafaccia è assai repentino. Nel gennaio del 1935, poche settimane prima dell’assemblea di Oslo, la notizia della rinuncia di Roma viene resa pubblica su tutti i giornali. Ma quei Giochi non li organizzerà nessuno. Non Tokyo, città alla quale comunque erano stati assegnati ufficialmente nel 1936. Un anno dopo, infatti, le truppe nipponiche invadevano la Cina e questo causerà l’estromissione del Giappone dalla Società delle nazioni. Impossibile pensare ad organizzare i Giochi con la spada di Damocle di un boicottaggio diffuso: così nel luglio 1938 Tokyo comunicava la rinuncia ed il Cio assegnava le Olimpiadi del 1940 ad Helsinki. Ma anche la capitale finlandese dovrà rinunciare perché l’Europa è ormai in fiamme per quello che passerà alla storia come la seconda guerra mondiale.

IL PERCHÈ DELLA RINUNCIA. Saranno due le edizioni delle Olimpiadi fermate a causa della guerra: Helsinki 1940 e Londra 1944. Quando le armi taceranno e lo sport tornerà a far sentire la sua flebile voce, i Giochi riprenderanno proprio dalla capitale britannica, nel 1948. Roma, nel frattempo, aveva spostato l’interesse per la candidatura all’edizione del 1944 ma il conflitto aveva fatto passare tutto in second’ordine. Anche i veri motivi del voltafaccia del 1940.

«Resta quanto mai stravagante immaginare che Benito Mussolini, potendo ottenere alla sessione di Oslo del 1935, con il voto ormai sicuro della maggioranza dei delegati Cio, una designazione favorevole all’Italia ed a Roma, abbia optato improvvisamente per concedere tale opportunità al Giappone, del quale per altro non era ancora alleato e con il quale le relazioni diplomatiche non si erano svolte, fino a quel momento, nella massima cordialità, anche per via dei buoni rapporti diplomatici e commerciali tra l’Italia e la Cina»

È questa la tesi che Tito Forcellese -ricercatore in Storia delle istituzioni politiche alla facoltà di Scienze Politiche dell’università degli studi di Teramo – ha argomentato nel suo L’Italia ed i Giochi olimpici: un secolo di candidature. In effetti il grandioso successo d’immagine e di propaganda dei campionati di calcio del 1934 non poteva non ingolosire un regime così attento alla creazione del favore popolare. Tra l’altro c’era in ballo la rivalità con i fratelli ideologici tedeschi: Berlino avrebbe ospitato le Olimpiadi del 1936 e Roma avrebbe rinunciato, per fare un favore al Giappone, a tentare l’impresa di fare, quattro anni dopo, una manifestazione più bella, più gigantesca, più indimenticabile? L’ipotesi avanzata da Forcellese è che la realizzazione dell’«uomo nuovo» fascista abbia fatto passare in secondo piano nella mente di Mussolini l’idea di una manifestazione utile alla propaganda. Meglio, per la visione futuribile del regime, il progetto urbanistico che doveva fare di Roma il simbolo visivo della potenza fascista ed una città moderna. In questa direzione sarebbe stata più utile l’Esposizione universale, che appunto l’Italia chiese di organizzare nel 1941. E per la quale aveva in mente di costruire ex novo un intero quartiere dirigenziale: l’Eur.

UN’ATTESA DI VENT’ANNI. Ma anche l’Esposizione universale di Roma 1941 dovette pagare pegno al conflitto. Dal quale l’Italia uscì a pezzi e con un doppio, grave fardello sulle spalle: rimettere in piedi il paese distrutto e dissipare la diffidenza riservata agli ex alleati del nazismo. In quattro anni lo Stivale  si riprese però quello che la guerra gli aveva tolto: i Giochi estivi con Roma 1960 e quelli invernali di Cortina 1956, ché anche quelli già conquistati nel 1944 erano stati cancellati dai carri armati. Dopo l’edizione considerata tra le più belle della storia olimpica, la «città eterna» si è candidata ancora nel 2004, battuta però da Atene per pochissimi voti. L’ipotesi di un’altra candidatura per l’edizione del 2020 (andata poi a Tokyo, guarda caso) non ebbe l’avallo del governo Monti a causa della difficile situazione economica. Il resto è storia di oggi, con il no ai Giochi del 2024 che ha lasciato via libera ad una tra Parigi, Los Angeles e Budapest. Con la prospettiva, come ha spiegato qualche il presidente del Coni Giovanni Malagò, di dover attendere decenni prima di poterci riprovare. Per quella che sarà comunque l’ottava volta.

© 9 settembre 2016

Share:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.