OLIMPICA, STRADA FATALE

La famiglia Tommasi ha lo sport e le Olimpiadi nel proprio dna. Al punto che se c’è chi mette due, tre o quattro palle nello stemma del proprio casato, su quello dei Tommasi non sfigurerebbero i cinque cerchi dei Giochi. Frutto di gioie (tante) e dolori: soprattutto, in quest’ultimo caso, per Virgilio Tommasi. Il padre del conosciutissimo giornalista e commentatore sportivo Rino fu atleta in gioventù, poi un dirigente sportivo ed infine il direttore dei servizi tecnici del comitato organizzativo di Roma 1960. Con un destino assai simile, per le conseguenze più che per le circostanze storiche, a quello di Wolfgang Fürstner, il responsabile del villaggio olimpico di Berlino per i Giochi del 1936. Entrambi, dopo aver organizzato tutto fin nei minimi dettagli, furono costretti al ruolo di spettatori. Pagando per le leggi razziali, il tedesco, e per un tributo alla sfortuna il veronese.

DI PADRE IN FIGLIO. Quelle di Roma 1960 sono state le prime, vere Olimpiadi per Rino Tommasi. Vissute, smentendo la tradizione di famiglia, non da atleta. In quell’estate di oltre mezzo secolo fa, infatti, l’interesse dell’allora 26enne veronese era tutto per la boxe e per il giornalismo: non a caso da appena un anno era il primo italiano ad organizzare manifestazioni pugilistiche mentre già da oltre un lustro aveva già pubblicato il suo primo articolo per l’agenzia Sportinformazioni. Logico, quindi, che sotto le volte del nuovissimo Palazzo dello sport dell’Eur, che ospitava i combattimenti della «nobile arte» per le Olimpiadi romane, il futuro commentatore televisivo non si perdesse un match. A partire da quelli di Cassius Clay e Nino Benvenuti. Poté farlo anche grazie ai lasciapassare che gli forniva il padre Virgilio. Il quale, però, delle «Olimpiadi più belle di sempre» non vedrà nulla – da spettatore – nonostante il contributo incalcolabile dato all’organizzazione.

FAMIGLIA DI SPORTIVI. I Tommasi, come detto, sono sportivi. Tutti. Virgilio, classe 1905, ha fatto la storia del salto in lungo italiano: sei volte campione nazionale tra il 1924 ed il ’31 ed un record personale di 7,41 metri. Al suo attivo ha anche due partecipazioni olimpiche: a Parigi 1924, dove accederà alla finale chiudendo al settimo posto, e ad Amsterdam 1928 dove, invece, non supererà le qualificazioni. Anche suo fratello minore Angelo (classe 1911) porterà il nome dei Tommasi ai Giochi di Los Angeles del 1932, chiudendo al nono posto assoluto nella gara di salto in alto con 1,85, anche se il suo personale toccherà l’anno successivo l’1,91. Entrambi gareggiavano in patria sotto lo stemma bianconero della Fondazione Bentegodi di Verona, vera fucina di atleti e campioni. Al punto che in qualche caso le cronache sportive del tempo confonderanno i due fratelli. Il referto ufficiale della riunione Francia-Italia del 13 luglio 1930 allo stadio «Yves du Manoir» di Colombes, vicino Parigi, riporta ad esempio Virgilio come vincitore della sfida del lungo con 7,06 davanti ai transalpini Heim (6,87) e Verreaux (6,71) e all’altro azzurro Tabai (6,47). Ma anche come quarto classificato nella gara dell’alto con 1,75. Invece – come riportano alcuni giornali dell’epoca – fu Angelo a saltare oltre l’asticella nonostante la giovane età: 19 anni. Proprio il più piccolo dei Tommasi, infatti, aveva già esordito con la maglia azzurra poco più di un mese prima allo stadio comunale di Brescia nella sfida tra Italia e Spagna. Una prima volta niente male visto che superando l’1,78 si lasciò alle spalle l’iberico Catalina (1,74), il compagno Pacchioni (1,70) e l’altro spagnolo Olivella (1,70).

SPORT E ORBACE. L’ultima prestazione di spicco di Virgilio Tommasi è datata 1931, quando a 26 anni vincerà il suo sesto titolo nazionale nel lungo. L’anno successivo, però, non riuscirà a strappare il biglietto per Los Angeles: impresa che invece riuscirà al fratello appena 21enne. La carriera sportiva di Virgilio continuerà ma, col passare del tempo, non più sulle pedane del salto in lungo ma dietro la scrivania: prima nella Fondazione Bentegodi, poi con la stessa Federazione italiana di atletica leggera. Struttura, quest’ultima, che vivrà i tormentatissimi anni di guerra fino al 23 novembre 1943, quando il Comitato olimpico italiano si trasferirà a Venezia per aderire alla Repubblica di Salò. L’anno successivo Mario Saini diventerà segretario generale del Coni insediando i nuovi presidenti federali ed a capo della Fidal nominerà proprio Virgilio Tommasi. Un coinvolgimento, quello nella Repubblica sociale italiana, che gli costerà caro dopo la fine del fascismo.

IL «RIPESCAGGIO» DELL’EX REPUBBLICHINO. Gli anni del dopoguerra non devono essere stati facili per la famiglia Tommasi. E per Virgilio in particolare. Il papà di Rino, infatti, riesce a passare indenne dalle inchieste che colpiscono chi risulta coinvolto con il regime mussoliniano. Ma deve reinventarsi una vita. Lo fa trasferendosi a San Benedetto del Tronto ed iniziando un’attività di ragioniere commercialista ed amministratore di aziende. Delle sue competenze in fatto di organizzazione sportiva, oltre che di ex atleta di livello olimpico, si ricordano però i dirigenti del Coni – il presidente Giulio Onesti in particolare – nel momento in cui si mette in moto la macchina organizzativa per i Giochi del 1960. Proprio a Virgilio Tommasi, infatti, viene affidato l’incarico di responsabile dei servizi tecnici. Deve trovare, far arrivare sui campi di gara e far montare ogni sorta di attrezzo, pedana, impianto o struttura per le diverse manifestazioni sportive. E poi fare in modo che nelle diverse gare non manchino palloni, cuffie, reti, sbarre, bandierine. Infine soddisfare ogni sorta di richiesta, anche la più fantasiosa, dei registi palesi od occulti delle giornate che incolleranno davanti alle televisioni una platea per la prima volta mondiale di spettatori.

IL «TROVAROBE». Il primo volume del resoconto finale dell’Olimpiade di Roma ’60, alla voce «Attrezzature sportive», riporta un elenco che dice forse non tutto ma molto delle difficoltà che Virgilio Tommasi dovette superare per reperire: «12 montanti per il salto con l’asta, 100 ostacoli per le competizioni e 384 per gli allenamenti, 40 dischi per i lanci, 165 giavellotti, 40 martelli, 138 pesi per esercitazioni di lancio, 96 blocchi di partenza, 110 moduli prestampati per i giudici, 100 sedie pieghevoli in legno, 130 testimoni per le staffette, 3 tabelloni luminosi mobili, 4 pistole speciali per gli starter, 1.000 torce in metallo per illuminare la maratona, 3.000 numeri identificativi in nero su fondo bianco per gli atleti maschi, 1.500 numeri identificativi gialli su sfondo nero per le donne, 300 numeri identificativi bianchi su fondo nero per la maratona, 110 palloni ufficiali da basket più 60 per gli allenamenti, 6 tabelloni e 9 retine per il basket, 570 guantoni da pugile, 580 fasce elastiche, 27 sacchi da pugilato, 47 corde per saltare, 4 megafoni per il canottaggio, 40 telai per il trasporto di biciclette, 318 bracciali in plastica per i ciclisti, 2 pistole per l’abbattimento dei cavalli irrimediabilmente feriti, 100 coccarde per cavalli in gara, 20 lame con contatto elettrico per la scherma, 150 pedane per la scherma, 480 palline per l’hockey su prato, 100 sacchi di segatura per le postazioni da tiro, 60.000 bersagli per il tiro con fucile da 50 metri, 50 palloni di pallanuoto più 153 cuffie, 262 pesi per il sollevamento, 39 barre d’acciaio per i pesi, 40 fischietti da arbitro per la lotta, 60 bandierine per segnalazione penalità nella classe Finn di vela, 400 segnali di fumo galleggianti, 340 ceste, 7.200 piccioni, 288 automobili Fiat, 142 autobus,76 Lambrette e 100 Vespe».

L’OLIMPICA FATALE. Fu proprio grazie all’organizzazione dei Giochi del 1960 che Roma vide una prima e finalmente moderna programmazione urbanistica. Tra le varie infrastrutture che fu necessario costruire da zero ci fu, ad esempio, la via Olimpica: una sorta di circonvallazione che collegava tra loro alcuni dei principali impianti sportivi ed il villaggio degli atleti. Quella stessa strada che il 24 agosto di quel 1960 Virgilio Tommasi stava percorrendo con la sua Fiat Cinquecento in direzione del Foro Italico, per raggiungere il suo ufficio dal quale, negli ultimi quattro anni, con pochissimi giorni di vacanza, aveva, come racconta David Maraniss nel suo Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo, «stabilito i tempi dell’esecuzione del programma, procurato gli equipaggiamenti, reperito giudici e cronometristi, stilato regolamenti, controllato che ogni nazione avesse senza errori la sua bandiera ed il suo inno». Nel tratto di viale Tiziano – destinato presto a venire inglobato nella viabilità cittadina – l’auto sbandò improvvisamente. «Fu un malore improvviso, dovuto certamente alle tante, forse troppe energie che mio padre spese soprattutto nelle ultime due settimane prima dell’inaugurazione ufficiale», racconterà anni più tardi il figlio Rino. Fatto sta che la Cinquecento andò a sbattere contro un palo della luce ed il povero Virgilio Tommasi si fratturò alcune costole. E poteva andargli molto peggio. Fu soccorso velocemente e ricoverato in ospedale in terapia intensiva. Il giorno dopo non poté vedere la sfilata inaugurale mentre il resto del programma lo visse da telespettatore. Verrà dimesso poco più di tre settimane dopo, ad Olimpiadi ormai concluse. Sarà bastato a consolarlo il fatto che tutto – anche grazie al suo lavoro – filò liscio come l’olio?

© 4 febbraio 2016

4 – segue

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