IL PRIMO MORTO PER DOPING

Roma, 26 agosto 1960. Le gare della XVII Olimpiade iniziano quando il mondo ha ancora negli occhi le immagini trasmesse della cerimonia di  apertura celebrata il giorno prima. È il ciclismo ad aprire il programma dei Giochi con la cronometro a squadre: 100 chilometri da percorrere lungo la via Cristoforo Colombo. L’arteria stradale progettata dal fascismo per collegare il centro cittadino con il quartiere che doveva ospitare l’Esposizione universale (Eur) per poi arrivare fino al mare di Ostia, fu completata nel 1954 ed è ancora oggi la più lunga strada italiana compresa nel territorio di un solo Comune e, in molti tratti, anche la più larga d’Italia. Proprio su uno dei tratti più larghi si consumerà il dramma di Knut Enemark Jensen che con Vagn Bangsborg, Niels Baunsøe e Jorgen Jørgensen formava il quartetto danese in gara contro le altre 31 squadre nazionali.

È UN DILETTANTE. Oltre a correre in bicicletta con discreti risultati – pochi mesi prima aveva vinto il titolo nordico – il 23enne di Århus fa il muratore. Ma il suo nome è ormai per sempre legato a quello della prima vittima olimpica del doping. Ed il fatto che la tragedia si sia consumata in quegli anni non è un caso. Dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, il mondo è diviso in blocchi contrapposti che si combattono con armi non convenzionali per dimostrare la propria supremazia ideologica. La propaganda è un terreno di scontro nel quale lo sport ha un ruolo di primaria importanza. Alla faccia del motto olimpico, per Unione Sovietica e Stati Uniti d’America l’importante è vincere, non partecipare. La chiamano Guerra fredda e si combatte anche facendo uso di medicinali proibiti. Gli atleti sovietici utilizzano gli ormoni già dal 1954, quando ai mondiali di sollevamento pesi vincono quasi tutte le gare. Di lì a qualche anno, però, gli statunitensi scoprono come produrre steroidi di sintesi, a partire dal metandrostenolone. Si tratta della punta di un iceberg che vede, alla base, l’uso sempre più frequente di sostanze e farmaci che favoriscono la vasodilatazione e la resistenza alla fatica. Sta iniziando, insomma quella «guerra dei settant’anni» – tutt’altro che conclusa – tra chi studia molecole e sistemi sempre più complessi e segreti per favorire le prestazioni atletiche e chi, invece, deve trovare il modo di scoprire chi vince barando. Una guerra che ha una precisa data di inizio: il 26 agosto 1960. E la sua prima vittima è, appunto, Knud Enemark Jensen.

GIORNATA CALDISSIMA. Quando alle 9 di mattina di quel 26 agosto partì il primo dei 32 quartetti nazionali in gara per la cronometro a squadre, il termometro aveva ampiamente superato i 30 gradi centigradi. La prova avrebbe richiesto circa due ore e un quarto, su un circuito da ripetere tre volte compreso tra l’Eur e le terme di Caracalla. In pratica bisognava percorrere la via Cristoforo Colombo sia all’andata che al ritorno. Un tratto di asfalto dove l’ombra era una chimera: i pochi alberi esistenti erano assai radi ed ancora troppo giovani per poter regalare refrigerio. I quartetti, comunque, scattavano da viale Oceano Pacifico in rapida successione, pronti ad andare al massimo per conquistare le prime medaglie del programma olimpico. Bisognava partire ed arrivare assieme: il tempo finale sarebbe stato preso sul terzo componente che tagliava il traguardo. La squadra, quindi, poteva perdere un ciclista ed essere ancora in gara: ma se cedeva anche il secondo la squalifica era automatica.

CORSA MASSACRANTE. La 100 chilometri a cronometro lo era ancora di più nel 1960, quando l’abbigliamento tecnico e le biciclette erano un fardello più che un aiuto. Oggi chi pedala al Tour o al Giro d’Italia sale in sella a mezzi che non superano i 6-7 chili: mezzo secolo fa si correva su telai di acciaio che superavano i 10 chili. Per non parlare delle ruote, allora con i tubolari sottili e quindi molto più soggetti alle forature. Ma si trattava di condizioni uguali per tutti. A fare la differenza restavano i ciclisti: con la loro forza, e, soprattutto, la resistenza alla fatica. E i danesi erano considerati in grado di competere per la medaglia di bronzo con i quartetti di Urss, Svezia ed Olanda. Favoriti su tutti gli italiani e la Germania unita. In effetti il finale fu quello più scontato: Italia (Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni e Livio Trapè) medaglia d’oro davanti ai tedeschi – tutti dell’allora Ddr compreso Gustav-Adolf Schur, già campione mondiale dilettanti su strada nel 1958 e ’59 e poi parlamentare della Germania Est e del Bundestag – staccati di quasi tre minuti e ai sovietici ancora più lontani. Il quartetto danese, invece, non arriverà mai al traguardo. E tornerà in patria con Knut Enemark Jensen chiuso in una bara.

Danish cyclist Knud Enemark Jensen (1936 ? 1960) falls from his bicycle after collapsing with heat stroke during the 100 kilometre team time trial at the Rome Olympics, 26th August 1960. He died a few hours later in hospital, having suffered a fractured skull. Jensen's body tested positive for the drugs amphetamine and Roniacol at a subsequent autopsy. (Photo by Central Press/Hulton Archive/Getty Images)
Central Press/Hulton Archive/Getty Images

L’ULTIMA IMMAGINE. Knut Enemark Jensen è sdraiato su una barella e sta per essere caricato su un’ambulanza. Ancora vivo, ma per poco. Le foto scattate allora – oggi di proprietà di Gettyimages – danno vita ad una sequenza drammatica della crisi, delle cadute e dell’epilogo della tragedia. Ma raccontano anche come i Giochi destinati a diventare i più belli di sempre iniziarono invece con una falsa partenza: un morto per doping. Una verità politicamente inaccettabile per gli organizzatori dei Giochi e per chi dirigeva il governo dello sport mondiale. Una verità, quindi, che si pensò subito di nascondere. Due giorni dopo il decesso toccò al dottor Alvaro Marchiori, dell’Istituto di medicina legale di Roma, eseguire l’autopsia sul corpo del ciclista ed avvalorare la tesi di comodo: «Knud Enemark Jensen è morto a causa di un trauma cranico causato dal colpo alla testa seguito alla caduta dalla bicicletta provocata da un’insolazione». Una tesi che regge, considerando che al momento della «crisi» in quel tratto di strada c’erano quasi 40 gradi centigradi. Una tesi accolta dal magistrato presente all’esame necroscopico ed avvalorata dallo stesso segretario del Coni, Bruno Zauli, che tra l’altro era anche medico. Ma assolutamente falsa. Lo sapevano tutti ma lo si «scoprirà» solo 45 anni dopo.

LA TRAGEDIA. Come detto c’era molto caldo a Roma quel giorno. Troppo, forse, per gareggiare. La squadra danese fu quella che pagò più di tutte lo sforzo. Già dopo una trentina di chilometri, all’inizio del secondo giro, il 24enne Jorgen Jørgensen si era staccato lasciando i suoi compagni in inferiorità numerica. Un’ambulanza lo porterà – «frastornato ma cosciente», scriveranno i giornali del giorno dopo – all’ospedale «San Giovanni». La gara si può correre anche in tre, ma adesso la fatica che ogni componente della squadra dovrà sobbarcarsi sarà ancora più improba. Tanto che pure Jensen e Bangsborg iniziano a sentire le gambe dure. Così tocca a Niels Baunsøe tirare per tutti. A metà dell’ultimo giro, quando ad Ostia il tracciato fa una curva a gomito per invertire il senso di marcia e riportare i ciclisti verso il traguardo alle terme di Caracalla, i tre danesi hanno una decina di secondi di distacco dalla medaglia di bronzo. Raggiungere e superare l’Urss non è un miraggio. Anche se sono rimasti in tre. Baunsøe aumenta il ritmo ed incita i compagni: ha ancora benzina nelle gambe; gli altri due no. Soprattutto Jensen, che ad una decina di chilometri dall’arrivo inizia a rallentare: «Ho mal di testa», fa appena in tempo a dire prima di vacillare. I due compagni lo affiancano e lo tengono su afferrandolo per la maglietta. Nessun altro può intervenire, pena la squalifica. Per un attimo la crisi sembra passare, ma appena Baunsøe lo lascia andare Jensen crolla a terra, sbattendo la testa. L’ambulanza dei soccorsi è vicina ed interviene in pochi minuti: carica il ciclista con il numero 127 e lo trasporta alla tenda di primo soccorso, nei pressi del traguardo. Da lì, successivamente, all’ospedale «SantEugenio». Dove, però, il 23enne muratore arriverà già senza vita.

LA VERITÀ. Toccherà al dottor Verner Møeller, dell’Istituto di biomeccanica dell’Università di Odense, far luce sulle cause che portarono alla morte di Knut Enemark Jensen. In un articolo pubblicato nel 2005 su Sport in history, la rivista della British society of sport, il medico svelò le omissioni, le inadempienze organizzative e le cause farmacologiche che determinarono il primo – ed unico, finora – decesso per doping alle Olimpiadi. Come la tenda da campo che accolse il ciclista già senza sensi: era sotto il sole a picco e dentro la temperatura toccava quasi i 50 gradi centigradi.. E non c’era ghiaccio a disposizione dei soccorritori. Oppure l’ambulanza attrezzata, che doveva trasportare l’infortunato dalla tenda all’ospedale: attesa per tanto, troppo tempo. E che dire delle reticenze del medico che fece l’autopsia? Solo nel 2001 confessò di aver riscontrato «tracce di diverse sostanze, in primo luogo amfetamina» nel corpo di Jensen. Eppure, pochi giorni dopo la tragedia, l’allenatore danese Oluf Jorgensen confessò che l’intera squadra aveva assunto il Roinacol: medicinale conosciuto e molto usato per migliorare la circolazione del sangue nelle zone periferiche del corpo umano. Nessuno gli badò. Ma, soprattutto, lo studio di Moeller mise in evidenza le cause farmacologiche che contribuirono alla morte del corridore. In particolare l’uso combinato di amfetamine e Roniacol. Un mix micidiale ma che produsse effetti diversi sul quartetto danese: mortali per Jensen, dannosi ma non fatali per Jørgensen, leggeri per Bangsborg e nulli per Baumsøe.

POST SCRIPTUM. La famiglia di Knut Enemark Jensen fu risarcita con un milione di lire di allora (poco più di 13mila euro di oggi, rivalutazione compresa) grazie all’assicurazione che copriva tutti gli atleti olimpici. Dopo la conclusione di Roma ’60 il presidente del Comitato olimpico internazionale, Avery Brundage, dichiarerà: «Dobbiamo mettere sotto osservazione il fenomeno del doping». Ma il Cio aspetterà sette anni per costituire una commissione medica che avrà soltanto il potere consultivo e che varerà i primi controlli antidoping alle Olimpiadi di Messico 1968. Il 13 luglio 1967 durante il Tour de France, sulla salita del mont Ventoux, l’inglese Tommy Simpson veniva stroncato dal caldo e dalle amfetamine. Più o meno quanto era accaduto a Knut Enemark Jensen sette anni prima. Ma solo allora il grande pubblico scoprì il doping.

Share:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.