L’UOMO CHE CHE PERSE L’ORO

Cassius Marcellus Clay non era certo tipo da passare inosservato. Né sull’aereo che portava una parte della squadra olimpionica statunitense a Roma, né per le strade del villaggio olimpico. Nel 1960 doveva ancora compiere 19 anni ma non aveva dubbi: «Sarò il più grande di tutti i tempi». Lo ripeteva in continuazione ad atleti, giornalisti, dirigenti sportivi, gente comune. Non importava se gli interlocutori volessero o no sentirlo parlare. Lui li sommergeva di parole, recitando ad intermittenza il suo ritornello-profezia: «I will be the greatest of all time». Diventando così, come scrisse la stampa americana, «il principe indiscusso ed il più gioviale e socievole di tutti i clown del villaggio». Qualcuno, però, fu assai meno cordiale con lui: «Il solito negro chiacchierone. Vedremo cosa farà sul ring contro i giganti dell’Est».

THE TIME THEY ARE A CHANGIN’. Le Olimpiadi di Roma 1960 furono storiche sotto molti aspetti. Mai tante nazioni (83), né tanti atleti (5.346), né tante donne (612) avevano gareggiato nelle precedenti 16 edizioni dei Giochi moderni. Nel corso di quei 18 giorni il mondo presentò il meglio di sé, accantonando per quanto possibile tutto quanto poteva rovinare la grande festa. «Quei Giochi offrirono prestazioni sportive che restano tuttora tra le più fulgide nella storia dello sport», ricorda David Maraniss nel suo Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo. «Ma non furono solo le gare a renderli memorabili. In quei giorni nella Città Eterna si poteva avvertire in modo quasi palpabile la presenza di profonde forze di trasformazione. Nello sport, nella cultura, nella politica si potevano cogliere i segni del passaggio da un vecchio, moribondo ordinamento ad un altro che muoveva allora i suoi primi passi».

IL MIGLIOR PAESE DEL MONDO. Non fu un caso, insomma, se il 25 agosto 1960, durante la cerimonia di apertura, sulla pista dello stadio Olimpico la delegazione degli Stati Uniti d’America venisse guidata da un atleta nero. Il campione di decathlon – e futura medaglia d’oro – Rafer Johnson fu il primo portabandiera di colore nella storia olimpica americana. Merito delle lotte antisegregazioniste di Rosa Parks e di Martin Luther King, certo. Ma anche dell’opportunismo politico statunitense che, in piena guerra ideologica con l’Unione sovietica, non poteva certo evidenziare come in casa propria il razzismo fosse una questione quotidiana e tutt’altro che risolta. Problemi che toccavano poco o nulla il pugile nero convinto di diventare il più grande di tutti i tempi. A Roma Clay era sempre al centro dell’attenzione: un funzionario americano raccontò che in quattro giorni aveva già posato per una foto con 28 delegazioni diverse e firmato un numero sterminato di autografi. Così venne preso di mira dai giornalisti a caccia di dichiarazioni contro la segregazione razziale negli Usa. Ma Cassius li deluse al punto che gli stessi reporter iniziarono a citarlo come «lo zelante ambasciatore ufficioso dello zio Sam». Fino ad arrendersi definitivamente quando gli chiesero: «Con l’intolleranza che c’è nel vostro Paese, (voi neri) dovete avere un mucchio di problemi…». Ed il pugile rispose serafico: «In effetti qualche problema l’abbiamo. Ma ascoltami bene: (il mio) è sempre il miglior Paese del mondo».

IL GIGANTE POLACCO. Era sincero Cassius Clay. Non sapeva ancora che di lì a pochissimo tempo avrebbe cambiato idea in maniera radicale. Al punto da cancellare il suo nome dall’anagrafe, convertirsi all’Islam e diventare Muhammad Ali. Un cambio di rotta che ebbe come prologo proprio le Olimpiadi di Roma e quella medaglia d’oro che vinse nel torneo dei medioassimi. Dopo quattro incontri eliminatori tutto sommato facili, in finale gli toccò un polacco di 24 anni: Zbiginew Pietrzykowski. Un dilettante di Stato che aveva al suo attivo già 233 combattimenti con sole 13 sconfitte. Inoltre aveva già vinto il bronzo a Melbourne 1956 ma nella categoria dei medi junior. Un brutto cliente, insomma. Non solo era più alto di lui, ma anche perché era un mancino e Cassius Clay pativa gli avversari di guardia sinistra. La sua sconfitta più pesante era infatti arrivata durante i Trial  panamericani di un anno prima, quando Amos Johnson, alla Field house dell’università del Wisconsin, immobilizzò la «farfalla» tartassandola senza tregua di pugni al corpo ed impedendo così che l’«ape» potesse colpire con continuità ed efficacia. Nella finale olimpica, invece, il futuro Muhammad Ali tornò ad essere quello che poi è sempre stato: «Vola come una farfalla, colpisce come un’ape», dicevano di lui. Se ne accorse il gigante polacco con il quale giocò a nascondino i primi due round per poi, nella frazione conclusiva, ridurlo ad una maschera di sangue. «L’attacco scatenato in quell’ultimo round», scriverà poi Nat Fleischer su Ring, «fu la serie di colpi di livello più straordinariamente alto di tutto il torneo olimpico. Un’esibizione perfettea dello studentello del Kentucky di cosa significhi colpire l’avversario».

«VOGLIO UN BUON CONTRATTO». Il verdetto che assegnò la vittoria a Cassius Clay su Zbignew Pietrzykowski fu unanime. La faccia dell’americano mentre gli viene messa la medaglia d’oro al collo è quella di chi sta vivendo un momento importante ma scontato della sua vita sportiva. E, soprattutto, di chi vede il suo futuro con chiarezza. «Questo è stato il mio ultimo incontro da dilettante», confesserà nell’intervista, a bordo ring. «Sto per diventare professionista. Con chi? Non lo so. Voglio un buon contratto. Ed avrei voluto conservare per ricordo i miei calzoncini. Ma guardali ora!». Erano macchiati del sangue del gigante polacco. Nell’immediato futuro del pugile statunitense, però, c’era una donna per la quale aveva perso completamente la testa durante quelle Olimpiadi: Wilma Rudolph. Le aveva fatto alcune avances, assai sguaiate per la verità, in sintonia con il suo carattere. Poi si era ritirato in buon ordine una volta scoperto che la «Gazzella nera» aveva come fidanzato uno dei senatori della squadra a stelle strisce: il velocista Ray Norton.

LOUISVILLE, KENTUCKY. In sintonia con il suo carattere, Clay non si era certo arreso. Pochi giorni dopo il suo ritorno negli Stati Uniti, infatti, s’era comprato un’incredibile Cadillac rossa decappottabile ed aveva percorso i 320 chilometri che separavano Louisville, in Kentucky, da Clarksville, in Tennessee, per andare a salutare la prima americana capace di vincere tre medaglie d’oro in un’Olimpiade. Ma la «farfalla-ape» era destinata ricevere un altro no – educato ma fermo – dalla bellissima «Skeeter» (zanzara). Una sliding door nella vita di entrambi. Difficile dire cosa avrebbero potuto essere le vite di Cassius Clay e Wilma Rudolph se quell’amore fosse stato ricambiato. Di certo l’intera vita del pugile è stata segnata da continue sliding doors. Una gli si parò davanti pochi giorni dopo quell’ultimo visita a Clarksville. Nella sua Louisville la segregazione era un problema meno caldo che altrove: ma al nero Cassius Clay ed ai suoi «fratelli» restava pur sempre vietato mangiare nei locali del centro o andare a comprare un abito negli empori cittadini. Cinque anni prima il rifiuto di Rosa Parks di alzarsi dal posto riservato ai bianchi sull’autobus aveva dato il via alla lunga marcia dei diritti capitanata da Martin Lither King. Ma bisognerà aspettare il 1968 perché la Corte suprema dichiari incostituzionali tutte le forme di segregazione. Nel frattempo Cassius Clay aveva fatto le sue scelte. Ad iniziare dal primo, un po’ romanzato ma diventato poi leggenda, atto di ribellione.

SOLO PER BIANCHI. Con il no di Wilma non ancora digerito, infatti, il giovane pugile tentò qualche sera dopo di andare a mangiare in un locale della sua città. Nel quale, però, gli rifiutarono l’entrata. «Quando pensiamo a tutti gli sforzi che vengono fatti per minare il prestigio dell’America», aveva dichiarato solennemente il giorno del ritorno a casa di Clay il sindaco bianco Bruce Hoblitzell, «possiamo essere fieri di aver mandato in Italia un ambasciatore del valore di Cassius». Parole che devono aver fomentato la rabbia del campione per quella cena rifiutata solo per il colore della sua pelle. Al punto che corse fino alle sponde del fiume Ohio per gettare nell’acqua quella medaglia che mostrava con tanto orgoglio. Un gesto che lui stesso raccontò quattro anni dopo, nei giorni durante i quali ufficializzò la sua conversione all’Islam ed il cambio di nome in Muhammad Ali. Circostanza che però diversi suoi biografi più tardi hanno smentito. Thomas Hauser e David Remnick, ad esempio, raccontano una storia diversa nei due libri che hanno dedicato al campione di Louisville: rispettivamente Muhammad Ali. His life and times («Nelle parole di più di duecento membri della sua famiglia, degli avversari, degli amici, dei leader mondiali e di chi lo ha conosciuto emerge il vero Muhammad Ali») e King of the world («Rende giustizia alla velocità, alla grazia, al coraggio, all’umorismo ed all’esuberanza di uno dei più grandi atleti e delle personalità irresistibilmente dinamiche del nostro tempo»). Secondo l’autore di una quarantina di libri (tra i quali Missing, diventato poi un film capace di vincere la Palma d’oro a Cannes nel 1982) e del premio Pulitzer e giornalista del New Yorker, il pugile che «ballava come una farfalla e colpiva come un’ape» quella medaglia – l’oro di Roma 1960! – l’aveva semplicemente persa. Gli fu restituita 36 anni dopo, durante i Giochi di Atlanta 1996 per i quali fece anche da ultimo tedoforo,. Accendendo il braciere olimpico mentre miliardi di uomini e donne di tutto il mondo accompagnavano davanti alla tv con le loro lacrime di commozione la corsa incerta di quel gigante che neanche il morbo di Parkinson è riuscito a battere.

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