OLIMPIADI DELLE BUGIE

«Un Colosseo tricolore per i Giochi più belli». Quelli che Roma vorrebbe organizzare nel 2024 e per i quali ha già presentato il logo. Il richiamo è alle bellezze architettoniche della Città Eterna che, come già nell’edizione del 1960, fecero da palcoscenico ad un’Olimpiade che ancora oggi è ricordata tra le più straordinarie. Per la bellezza degli impianti costruiti tra i quali spiccavano il palazzo dello sport dell’Eur e lo stadio Flaminio progettati dall’architetto PierLuigi Nervi. Per la cornice scenografica che la città seppe dare a molte delle gare previste: la maratona corsa tra le rovine imperiali e sui sampietrini delle vie consolari; la lotta greco-romana combattuta sotto le volte della basilica di Massenzio. Per l’importanza dei risultati sportivi: sette record mondiali battuti nell’atletica leggera ed altrettanti nel nuoto. Per la cassa di risonanza garantita dalla prima diretta televisiva: la Rai produsse 106 ore di trasmissione, rilanciate in tutta Europa, in un’epoca nella quale trasmetteva un solo canale visibile agli utenti. Per i tanti primati stabiliti: quello dei Paesi partecipanti (83), degli atleti in gara (5.346) e delle donne iscritte (612).

POLVERE SOTTO IL TAPPETO. Logico che ad oltre mezzo secolo di distanza, delle Olimpiadi di Roma 1960 si ricordino soprattutto la magica atmosfera romana e le imprese sportive: lo sprint di Livio Berrutti nei 200 metri tra il volo delle colombe bianche; le tre medaglie d’oro della «gazzella nera» Wilma Rudolph, prima statunitense a riuscirci; i pugni del giovanissimo Cassius Clay (non ancora Muhammad Alì) e Nino Benvenuti; la vocina quasi infantile ed emozionata del 43enne gigante veronese Adolfo Consolini che lesse il giuramento degli atleti con commossa solennità; le cinque medaglie d’oro italiane – su sei prove in programma –  nel ciclismo; la corsa scalza dello sconosciuto maratoneta etiope Abebe  Bikila… Un tappeto di emozioni. Sotto il quale i dirigenti dello sport mondiale ed italiano, la politica e la maggior parte dei mass media nascosero però un bel po’ di polvere. Che è ancora là, quasi dimenticata, per non guastare il mito delle «Olimpiadi più belle di sempre». Polvere non di stelle, ma di bugie. Diventate luoghi comuni inossidabili. Eppure i protagonisti coinvolti in queste «mancate verità» sono nomi di prima grandezza dello sport, della politica e della dirigenza sportiva. Cinque sono le storie che meritano, per motivi diversi, di essere raccontate. Ed hanno per protagonisti Wilma Rudolph, un giovanissimo Cassius Clay, il ciclista danese Knut Enemark Jensen, l’ex azzurro e poi dirigente sportivo Virgilio Tommasi (papà del giornalista e commentatore televisivo Rino) e la Guerra fredda. Mettetevi comodi: si comincia.

© 26 ottobre 2015

1 – segue

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