PAK DOO-IK NON ERA UN DENTISTA

Middlesbrough, Yorkshire, Inghilterra. Sono da poco passate le 21 di martedì 19 luglio 1966. Nel piccolo stadio di Ayresome park l’Italia del ct Edmondo Fabbri sta tentando, dopo il successo col Cile ed il ko con l’Unione sovietica, di conquistare il passaggio del turno nel gruppo 4 dei mondiali. Agli azzurri basterebbe un pareggio, ma contro la Corea del Nord la vittoria è più di una certezza: un’ineluttabilità. La lancetta del cronometro al polso dell’arbitro francese Pierre Schwinte sta per iniziare il suo 42esimo giro quando il pallone spiove nell’area italiana calciato dal numero 6 in maglia rossa e calzoncini bianchi. Franco Janich, libero del Bologna, spazza via senza pensarci troppo: una traiettoria altissima che ridiscende verso Romano Fogli appostato a metà campo. Palla difficile da addomesticare ma è lo stesso Im Seung-Hwi a toglierlo d’impaccio anticipandolo di testa. Altra traiettoria alta ma tesa, stavolta verso l’area azzurra. Il giocatore coreano con la maglia rossa numero 7 si lascia superare dalla sfera poi si gira veloce, fa due passi e colpisce al volo al secondo rimbalzo del pallone. È un diagonale che si infila sul palo lontano, alla destra di Enrico Albertosi proteso nella «difesa ultima vana». E purtroppo – per noi italiani – inutile.

BUFALE E DIZIONARI. In quel momento Pak Doo-Ik diventa il coreano più famoso, odiato e ricordato d’Italia. Per aver firmato «la più grande e scioccante sorpresa nella storia della Coppa del mondo di calcio»: vittoria sull’Italia e qualificazione a scapito degli azzurri, che vengono così rispediti a casa a ricevere pomodori in faccia dai tifosi imbufaliti. Un’impresa che finisce dritta nei vocabolari della lingua italiana, aggiungendo un terzo significato alla parola Corea: al sostantivo femminile sinonimo di ballo e/o danza ed al nome di una malattia del sistema nervoso caratterizzata da contrazioni muscolari e movimenti involontari (il ballo di San Vito), da allora compare anche quello di disfatta sportiva inaspettata, ingloriosa ed ingiustificabile. Ma Pak Doo-Ik è anche il protagonista inconsapevole di una delle bufale più pervicaci della storia del calcio: la leggenda del dentista capace di umiliare il calcio italiano.

CASO DA MANUALE. Ancora oggi, infatti, non è infrequente vedere associato al suo nome quella qualifica. «Eliminati da un dentista coreano», si scrisse allora. «Il dentista che fece male agli azzurri», si legge ancora oggi in  diverse pubblicazioni o siti internet. Una bugia frutto di un combinato disposto letale: allora le speculazioni dei quotidiani nazionali, alimentate dal fatto che il coreano aveva effettivamente un «pezzo di carta» ma non aveva mai esercitato quella professione; oggi l’abitudine, ormai consolidata, di non aggiornare la storia calcistica nostrana. Al punto che assieme alla leggenda del dentista giustiziere nacquero altre bufale. Utili, queste ultime, al clima di Guerra fredda che ancora oggi vale alla nazione guidata da Kim Jong-un l’iscrizione ad honorem all’«Impero del Male». Certo: la Corea del Nord era – e resta – il Paese più misterioso del mondo. In quegli anni usciva da una guerra che dal 1950 al ’53 aveva coinvolto sullo scacchiere della penisola asiatica le tre superpotenze Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina. Causando oltre 4 milioni di morti, col risultato finale ancora visibile sulle carte geografiche: la divisione del Nord dal Sud.

BUFALA INTERCONTINENTALE Già prima dell’inizio del mondiale d’Inghilterra l’attenzione della stampa italiana si era focalizzata sugli aspetti «politici» della partecipazione della Corea del Nord alla Coppa Rimet. «Per giustificare la perfidia dello Stato eremita», scrive Marco Bigozzi nel suo Con lo spirito di Chollima, l’analisi più approfondita esistente sul calcio coreano visto dall’Occidente, «la pubblicistica pilotata di cui sopra (la quale aveva, per mera negligenza, ben poche notizie sui “misteriosi” asiatici) arrivò addirittura alla bufala intercontinentale che la nazionale comunista coreana si fosse allenata tre settimane in Albania, l’impenetrabile paese di Enver Hoxha, per acclimatarsi all’atmosfera europea ed abbattere il dominio calcistico dei capitalisti occidentali e dei revisionisti sovietici». Solo il corrispondente dell’Unità dalla Germania dell’Est, Roberto Frosi, raccontò come invece la selezione coreana, guidata dall’allenatore Myung Rye-Hyun, si fosse preparata nella Germania Orientale (la Ddr).

DIPLOMAZIE AL LAVORO. Poco, invece, si parlò delle trattative diplomatiche che accompagnarono la partecipazione della nazionale coreana a quel torneo. Si trattava della rappresentativa di una Nazione che era ancora in guerra contro gli Stati Uniti. Le armi per fortuna erano state messe a tacere ma nessun trattato di pace era stato ancora firmato. Situazione, per inciso, che vale ancora oggi. Il Foreign and Commonwealth office minacciava di rifiutare i visti di entrata alla delegazione asiatica e dovette intervenire la Fifa per scongiurare il braccio di ferro. Il confronto passò così alle questioni formali. La prima riguardò il nome ufficiale: si decise per Nord Corea, cancellando la dicitura Repubblica democratica popolare. Una concessione che gli inglesi dovettero contraccambiare: così sui pennoni degli stadi e su tutte le pubblicazioni dell’evento sventolò quello che era diventato il vessillo del nuovo stato dopo la divisione con il Sud. Sull’inno ufficiale, infine, si trovò una soluzione «all’italiana»: si decise che la banda li avrebbe suonati solo prima della partita inaugurale e prima della finale, mai durante il resto del torneo. Ben sapendo che la Corea del Nord non avrebbe giocato certamente la prima ed assai probabilmente neanche la seconda.

ONORI O CARCERE? Il peggio, dal punto di vista delle bufale, arrivò dopo la fine del mondiale. Che per la Nord Corea si era chiuso per colpa di Eusebio. La stella mozambicana del Portogallo s’era dovuto prendere la nazionale lusitana sulle spalle segnando quattro reti per scongiurare un altro miracolo dei figli dell’allora leader Kim il-Sung. In meno di mezzora, infatti, i gol di Pak Seung-Zin, Lee Dong-Woon e Yang Seung-Kook avevano avvicinato la loro squadra ad una semifinale mondiale storica. Il match giocato al Goodison park di Liverpool il 23 luglio finì invece 5-3 per i portoghesi, che poi chiusero al terzo posto. La delegazione asiatica, invece, tornò a casa. Dove, si racconta ancora oggi, invece di onori e riconoscimenti, l’aspettava una terribile punizione. Colpa di quanto accadde nel dopo partita con l’Italia e del fatto che l’intera popolazione di Middlesbrough l’aveva adottata sportivamente ed economicamente. Niente di strano visto che la stragrande maggioranza dei poco più di 100mila abitanti della capitale siderurgica dello Yorkshire apparteneva alla «working class». Ovvio, quindi, che dopo l’incredibile vittoria sugli azzurri, coreani e inglesi facessero baldoria assieme. La squadra finì in un pub fino all’alba e si racconta che più di una ragazza del posto espresse in maniera assai… creativa la sua gioia ai nuovi eroi sportivi. Una trasgressione ai «severi principi di disciplina comunista» che costò – questa l’accusa – la sconfitta contro il Portogallo.  «Così il ritorno in Corea non fu così glorioso», racconta lo storico francese Pierre Rigoulot nel suo Fame e atomica riportando la testimonianza di Kang Chol-Hwan, «Kim Il-Sung, furioso, definì la squadra borghese e rovinata dall’imperialismo, alcuni giocatori furono spediti nei gulag, terribili, come quello di Yodok,. Tra di loro anche Park Seung-Jin, uno degli attaccanti del 1966, detto Scarafaggio perché ridotto a larva: in quel lager arrivò a cibarsi di insetti».

IL «DENTISTA» RACCONTA. Pak Doo-Ik non risultò coinvolto in una ritorsione così feroce: «Quella sera era rimasto in albergo con la gastrite», si lesse nei giornali occidentali. In realtà non ci fu nessuna punizione. Anzi: i giocatori capaci di battere l’Italia e di sfiorare il miracolo con il Portogallo furono accolti trionfalmente al loro arrivo a Pyongyang. Non solo. Nel 2002 gli otto eroi di Middlesbrough ancora in vita tornarono in Inghilterra per girare un documentario – The game of their life – tra la gente della città che li aveva accolti mezzo secolo fa. E che li riaccolse con tutti gli onori per la seconda volta. Nel filmato si raccontano anche le feste ricevute in Corea dopo la fine del mondiale. «Venimmo trattati da eroi nazionali», spiega lo stesso Pak Doo-Ik. Nel filmato non si fa menzione del suo lavoro: del resto in Inghilterra nessuno lo ha mai spacciato per dentista. Qualcuno la ha invece definito tipografo. Cosa vera in parte: era un caporalmaggiore dell’esercito nordcoreano con il ruolo di tipografo. Dopo i successi inglesi fu promosso sergente ma, lasciato l’esercito ed il calcio, divenne istruttore di ginnastica per poi tornare al vecchio amore come commissario tecnico della nazionale del suo Paese alle Olimpiadi di Montreal 1976. Nel 2008 è stato anche tra i tedofori della fiaccola che attraversò la Nord Corea in direzione di Pechino. Le ultime notizie lo descrivono come un ultrasettantenne soddisfatto nella sua casa alla periferia elegante della capitale. «Ha i capelli folti, più che brizzolati ormai tendenti al bianco, occhiali grandi, montatura squadrata, a proteggere gli occhi piccoli, fessure quasi», scriveva Pietro Cabras sul Corriere dello sport del marzo 2009. «Pak Doo-Ik vive a Chongchun, distretto di Mangyongdae, otto chilometri a Sud-Est dal centro di Pyongyang, una zona elegante, una strada larga, macchie di verde. Chongchun oggi la chiamano Sport Street, perché se si risale dal fiume c’è una serie ininterrotta di impianti sportivi: ben undici, uno dietro l’altro. Tra questi lo stadio di calcio Sosan Football Stadium da 25mila posti, i palazzetti di pallavolo, basket, tennistavolo, le palestre di wrestling e judo, la piscina, un centro fitness. Ma soprattutto c’è lui, Pak Doo-Ik, che le guide turistiche considerano uno dei cinque personaggi principali di Pyongyang, insieme con un politico, un compositore, una cantante lirica ed un linguista». Come si vede, nessun dentista. Curiosità: bufala in coreano si scrive 사기 e si pronuncia «sagi».

© 27 novembre 2015

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