L’ORO DI TREBISONDA

Nel 1928 Amsterdam ha aperto le porte olimpiche alle donne, per la prima volta ammesse ufficialmente in gara. Le atlete erano 272: il 9,4 per cento del totale. Due edizioni dopo, a Berlino 1936, ce ne sono una cinquantina in più ma la percentuale si abbassa all’8,4 degli iscritti. La «lunga marcia» verso quella parità che verrà sfiorata a Rio 2016 è appena iniziata. Mentre il mondo sta scivolando neanche troppo lentamente nel baratro del conflitto mondiale, a rendere complicato il rapporto tra donne e Giochi c’è anche la diffidenza con la quale l’universo maschile accoglie certe prestazioni. Nel mirino finiscono due velociste: la polacca Stella Walsh e la statunitense Helen Stephen. Entrambe sono protagoniste di performance atletiche straordinarie: ma hanno, secondo molti osservatori, «muscoli da maschio ed il viso spigoloso». Sotto lo sguardo impassibile di Adolf Hitler la finale dei 100 metri degli 11esimi Giochi moderni viene vinta dalla Stephen, che stabilisce anche il nuovo mondiale: 11”5. A quel punto l’accusa diventa esplicita: «È un uomo». Ma le autorità olimpiche tedesche avevano già controllato i suoi genitali prima della gara, decretando che era una donna. Fu un’autopsia eseguita quarant’anni dopo sul corpo della sua rivale polacca a scoprire che, invece, era la Walsh ad avere dei «genitali ambigui». L’americana, come scrive L’enciclopedia delle Olimpiadi della Gazzetta dello sport, «non era certo la ragazza più bella dei Giochi»: eppure quella vittoria le valse l’invito («Cortesemente rifiutato») di Adolf Hitler al «nido delle aquile» di Berchtesgaden. Passerà professionista dopo quelle Olimpiadi rimanendo imbattuta per cento gare. Sfidò addirittura Jesse Owens e poi si diede alla pallacanestro creando nel 1938 la prima squadra statunitense di professioniste: le All-American Redheads. Chiuse la carriera vincendo 7 medaglie ai campionati Master del 1981 e sette ori ed un argento l’anno dopo.

OSTACOLI DA SUPERARE. Alla finale dei 100 metri di Berlino 1936 non parteciparono italiane. L’unica iscritta era Claudia Testoni, quinta in batteria e quindi eliminata. L’azzurra, che all’epoca non ha ancora compiuto 21 anni, tenterà di rifarsi nella sua specialità: gli 80 metri ad ostacoli. Ma stavolta, nella finale più spettacolare ed incerta di quell’edizione, a dargli un dispiacere vero sarà Trebisonda Valla, bolognese come lei e sua compagna di scuola, passata alla storia olimpica con il nome di Ondina: la prima italiana a vincere un oro ai Giochi. Il 6 agosto all’Olympiastadium, mentre le cineprese di Leni Riefenstahl consegnano quei momenti alla storia, ai blocchi di partenza, in prima corsia, c’è proprio Ondina Valla, forte del primato mondiale (11”6) eguagliato in semifinale: fu omologato come «ventoso» visto che non c’era ancora la regola che stabiliva in 2 metri al secondo il limite massimo accettabile. Al suo fianco, a destra, c’è la favoritissima tedesca Anni Steuer e poi, nell’ordine, la canadese Elizabeth Taylor, Claudia Testoni, l’olandese Catherina ter Braake e a chiudere, in sesta corsia, l’altra tedesca Doris Eckart.
Le due azzurre non erano al meglio: Ondina aveva un fastidioso mal di gambe; Claudia era nei giorni del ciclo. Inoltre, pur essendo in piena estate, la temperatura era bassa, tanto che le italiane si aiutarono mangiando delle zollette di zucchero bagnate nel cognac. Lo sparo dello starter mise fine alle attese: la Testoni fu la più veloce ad uscire dai blocchi, portandosi subito in testa; la Valla, un po’ imballata, si ritrovò a dover rimontare. «Non ho pensato ad altro che a correre più veloce e più sciolta possibile», racconterà. Infatti già ai 50 metri aveva raggiunto le avversarie. Piombarono sul traguardo in quattro: tutte accreditate con il tempo di 11”7. Dopo tre quarti d’ora di discussioni, per la prima volta ai Giochi toccò alla zielzeitkamera – il fotofinish – stabilire l’esatto ordine di arrivo con i distacchi misurati in millesimi. Medaglia d’oro alla Valla, quindi; argento alla favoritissima tedesca Steuer; bronzo alla canadese Taylor che però non si presentò sul podio visto che era già uscita dallo stadio convinta di non essere arrivata tra le prime tre. Nessuno ancora la chiamava così, ma la medaglia di legno – quella della rabbia – toccò a Carla Testoni.

NEMICAMICHE. Fu un battito di ciglia a dividere le due compagne ed amiche. Un battito pesante come un maglio. Taciturna, riservata, di cinque mesi più vecchia, la Testoni aveva subìto fino allora l’esuberante e versatile Valla, alla quale regalava anche più di qualche centimetro in altezza. Ma quella sudditanza venne spazzata via proprio da quella gara: da sconfitta ruppe il sodalizio lasciando la Virtus Bologna – dove invece resterà la rivale – per la Venchi Unica di Torino e troncò anche un’amicizia che era diventata ormai ingombrante. Così, mentre Ondina diventava un simbolo sportivo per il regime fascista, seconda per popolarità soltanto agli azzurri del calcio campioni del mondo nel ’34 e nel ’38, la medaglia di legno di Berlino 1936 si prese le sue rivincite sulla pista. Tra il 1929 e il 1940 gli scontri diretti – non solo in pista ma anche nel salto in alto, nel lungo, nel tetrathlon e addirittura nel lancio del peso – tra le due atlete furono 99: 60 li vinse Ondina, 34 Claudia, 5 i pari merito. Ma Testoni superò la rivale in 17 degli ultimi 19 duelli, portando il record mondiale a 11”3: perse solo una gara di salto in alto, a Firenze il 17 luglio 1937. E poi la finale olimpica degli 80 ostacoli di un anno prima. La più importante.

PRIMA SPEDIZIONE ROSA. Se quel pomeriggio berlinese si concluse con una mancata doppietta azzurra – e sarebbe stata la prima della storia, con ottant’anni di anticipo rispetto agli splendori della scherma azzurra – segnò anche un deciso passo in avanti per la storia dello sport azzurro al femminile. Per la prima volta a Berlino le atlete erano inserite all’interno della spedizione italiana. Anche se, come racconta il pugile peso piuma Valentino Borgia, concittadino di Ondina e compagno di spedizione, alcune «attenzioni» erano dure a morire.

Gli uomini erano separati dalle donne, quindi non fu possibile avere contatti con la Valla e la Testoni né prima né dopo la gara degli 80 ostacoli… Tornati a Bologna, tutti gli olimpionici della città furono invitati all’Hotel Corona d’Oro per una cena di festeggiamento. C’erano naturalmente la Valla e la Testoni e i reduci di quella spedizione. Ci premiarono con un cronometro.

Sempre meglio della mancata spedizione di quattro anni prima a Los Angeles, con le donne escluse da «ordini superiori», come racconta la stessa Ondina Valla.

Di Berlino rammento la grandiosità dell’apparato. Di Hitler, invece, ho un ricordo confuso. Mi volle conoscere e stringere la mano. Mi disse qualcosa ma parlava in tedesco e io non ci capii nulla. Poi non ho dimenticato le feste, il sindaco e la banda alla stazione di Bologna e il prefetto che fa trasferire il suo segretario perché aveva preparato un mazzo di fiori piuttosto mosci. Avevo vent’anni, allora, e avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade precedente, quella del 1932 a Los Angeles. Ma sarei stata l’unica donna della squadra di atletica e così mi dissero che avrei creato dei problemi su una nave piena di uomini. La realtà è che il Vaticano era decisamente contrario allo sport femminile.

IL TERZO SESSO. I nemici dello sport femminile non mancavano certo. In Italia come nel resto del mondo. Tanto che il principe del Liechtenstein, Francesco Giuseppe II, membro del Cio, poteva tranquillamente affermare: «Meglio risparmiarsi lo spettacolo antiestetico di donne che cercano di apparire e di comportarsi come uomini». A dar fastidio era proprio la partecipazione delle donne alle gare di atletica leggera: l’espressione contratta dei volti per lo sforzo era una mazzata sull’ideale di femminilità imposto dalla borghesia bianca. Quei «fisici mascolinizzati» fecero tornare di attualità la cancellazione delle gare femminili. A rinfocolare la questione fu il caso di quella che fu soprannominata «Karl in gonnella». Il 9 agosto 1936 la saltatrice in alto tedesca Dora Ratjen gareggiò nel concorso di salto in alto sfiorando il podio: si fermò al quarto posto dopo aver superato l’asticella ad 1,58 metri. Andò molto meglio due anni dopo a Vienna, non più capitale austriaca dopo l’annessione al Terzo Reich, dove la Ratjen vinse l’oro migliorando anche il record mondiale. Ma scatenando l’ira delle compagne per le quali era, appunto, «Karl in gonnella». Riconosciuto come maschio venne squalificato: la Germania restituì la medaglia senza troppo clamore e la storia venne insabbiata. Per decenni l’atleta fu considerato un truffatore, poi la vicenda fu raccontata dal settimanale Der Spiegel nel 2009. Ratjen era nato con genitali ambigui ma l’ostetrica consigliò di educarlo e crescerlo come una bambina: vestito da bambina frequentò le scuole femminili e visse da donna fino a quel 1938. Dopo la fine della guerra si operò diventando uomo, cancellando per sempre Dora ed assumendo il nome di Heinrich.

MEDAGLIA RUBATA. Ad Ondina Valla, invece, la medaglia d’oro di Berlino 1936 non la tolse nessuno. Ma le fu rubata da alcuni topi di appartamento che violarono la casa dell’Aquila dove viveva dagli anni Cinquanta con il marito ortopedico Guglielmo De Lucchi ed il figlio Luigi. «Di quella vittoria mi rimane solo la quercia che a Berlino veniva data ai vincitori. L’ho piantata a Bologna ed è cresciuta in un’aiuola vicino alla piscina coperta dello stadio…», racconterà. In realtà una copia di quella medaglia d’oro venne fatta coniare appositamente da Primo Nebbiolo che poi la donò all’olimpionica nel 1984.

3- continua

© 1 agosto 2016

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2 comments

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