I GIOCHI DELLE DONNE

Atene: 10 aprile 1896. Dopo quattro giorni dall’inaugurazione della prima Olimpiade moderna della storia viene dato il via ad una gara mai corsa prima: la maratona. Un omaggio all’impresa di Filippide che si sfiancò fino alla morte per portare all’Acropoli l’annuncio della vittoria sui persiani nel 490 a.C. Anche i Giochi moderni, come quelli antichi, sono vietati alle donne: «La differente fisiologia e il diverso ruolo nella società le rendono inadatte all’attività sportiva», la convinzione del barone de Coubertin. Due donne greche, però, non sembrano essere della stessa idea: Stamata Revithi ed una certa Melpomene chiedono di iscriversi alla maratona ma non vengono accontentate. La prima la correrà per conto suo il giorno dopo, anche se la notizia finirà su alcuni giornali dell’epoca sotto la voce bizzarrie olimpiche.
Rio de Janeiro: 5 agosto 2016. Venerdì prossimo la cerimonia inaugurale delle 31esime Olimpiadi vedrà sfilare più o meno lo stesso numero di atlete e di atleti. Le cifre precise verranno sancite dalle decisioni sui tanti casi di doping ancora da chiudere. Ma qualche unità in più o in meno non influirà sul dato di fatto: la parità dei sessi all’ombra dei Cinque cerchi è oggi cosa acquisita. Anche se solo a livello numerico, per ora. Come dimostra la delegazione statunitense composta da 292 convocate e 263 convocati: nuovo record dopo le 289 atlete cinesi nell’edizione di Pechino 2008 (a fronte, però, di ben 350 uomini).

Una lunga marcia. Tra il 10 aprile 1896 ed il 5 agosto 2016 c’è tutta la distanza che le donne hanno dovuto coprire in 120 anni per cancellare il pregiudizio che solo gli uomini potessero usare il loro corpo per allenare i muscoli a reggere la fatica e tentare così di essere più forti, di andare più veloci e di saltare più in alto. Ché alle donne il corpo serviva solo per alleviare la fatica maschile e mettere al mondo figli. Una conquista difficile e affatto facile se solo quattro anni fa, a Londra 2012, per la prima volta dopo 29 edizioni dei Giochi, ognuna delle 204 nazioni partecipanti ha messo in campo almeno un’atleta. Così, se da mercoledì saranno femminili i nomi di circa il 45 per cento dei protagonisti delle gare, il merito va condiviso tra molte «donne Olimpia» capaci di portare il loro piccolo grande contributo. Ad iniziare dalle mancate maratonete Stamata Revithi e Melpomene fino alla tennista inglese Charlotte Cooper: colei che vinse la prima medaglia femminile a Parigi 1900, anche se in una gara non ancora inserita nel programma ufficiale; passando alle 77 atlete iscritte (una sola italiana) – per la prima volta ufficialmente – ai Giochi di Anversa 1920 ed all’atleta Norma Enriqueta Basilio de Sotelo che, 48 anni dopo, nello stadio olimpico di Città del Messico, fu la prima tedofora ad accendere il braciere.

Tutto il rosa dell’azzurro. Ma è sulle «donne Olimpia» azzurre che vogliamo concentrare la nostra attenzione. Le «magnifiche sette» che hanno aperto la strada a Federica Pellegrini, portabandiera a Rio, ed Irma Testa, prima italiana a salire sul ring di pugilato. Parliamo di Rosetta Gagliardi, eliminata al secondo turno sia nel singolare maschile che, in coppia con Cesare Colombo, nel doppio misto ad Anversa 1920; delle ragazze della Ginnastica Pavese che, trasportate in azzurro ad Amsterdam 1928, porteranno per la prima volta l’ItalDonne sul podio per un argento storico; dell’ostacolista Trebisonda Valla, primo oro di un’italiana, a Berlino 1936; dell’eterna Gabre Gabric, due volte olimpica nel 1936 e nel 1948 e capace di gareggiare, e vincere, fino a 95 anni nel disco, nel peso e nel giavellotto prima di morire appena superato il secolo di vita; dell’altra ginnasta Miranda Cicognani, prima italiana a portare il tricolore durante la cerimonia inaugurale (Helsinki 1952); di Giuseppina Leone, unica azzurra a salire sul podio ai Giochi di Roma 1960. Mentre il Comitato olimpico internazionale apre un nuovo capitolo del suo rapporto con il sesto cerchio (quello rosa), stabilendo che proprio da Rio 2016 l’inserimento di un atleta nella categoria maschile o femminile dovrà dipendere non più dal sesso di appartenenza – e quindi dall’anagrafe – ma dal suo livello di testosterone, Federica Pellegrini venerdì sera camminerà impettita e commossa sapendo che a sostenere il tricolore ci saranno anche le mani di altre sette compagne di avventura.

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© 29 luglio 2016

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