LE NONNE DI FEDERICA

Oggi Federica Pellegrini sfilerà impettita nel Maracanà di Rio de Janeiro stringendo nelle mani l’asta che reggerà il tricolore. Sarà l’undicesima donna a ricoprire il ruolo di alfiere olimpico, considerando sia le edizioni dei Giochi estivi che quelli invernali. Ed è proprio dal freddo di Oslo 1952 che spunta la storia della prima atleta italiana a sfilare con il tricolore: la sciatrice  Maria Grazia Marchelli. Imitata cinque mesi dopo alle Olimpiadi estive di Helsinki dalla giovanissima ginnasta forlivese Martina Cicognani. Se si bada alla cronologia, dunque, la sciatrice alpina di Genova «vince» con un vantaggio di 167 giorni. Ma, indubbiamente, la portata ed il seguito dei Giochi invernali non potevano ancora reggere il paragone con quelli estivi giunti in quell’anno alla loro 15esima edizione. Anche se saranno proprio gli appuntamenti sulla neve a scegliere per ben sei volte – su un totale di 22 edizioni – una portabandiera donna. Contro cinque – compresa la Pellegrini – su 23 edizioni di quelli estivi. Escludendo Mosca 1980 quando l’Italia, con altri 14 paesi, sfilò ma senza il proprio vessillo per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

ANNO BISESTILE. Eccole, dunque, nell’ordine le alfiere azzurre: Maria Grazia Marchelli (Oslo 1952), Miranda Cicognani (Helsinki 1952), Clotilde Fasolis (Grenoble 1968), Sara Simeoni (Los Angeles 1984), Deborah Compagnoni (Lillehammer 1994), Giovanna Trillini (Atlanta 1996), Gerda Weissensteiner (Nagano 1998), Isolde Kostner (Salt Lake City 2002), Carolina Kostner (Torino 2006), Valentina Vezzali (Londra 2012) e, oggi appunto, Federica Pellegrini (Rio 2016). Tornando a quel 1952, ancorché bisestile è davvero un anno da iscrivere con lettere d’oro nella storia dello sport italiano. Per la prima volta non una ma due donne vengono scelte come portabandiera, ma arriverà anche la prima medaglia di una sciatrice: il bronzo di Giuliana Minuzzo nella discesa libera. La stessa disciplina che, in campo maschile, vide trionfare Zeno Colò. La Minuzzo raddoppierà il suo peso storico quattro anni dopo quando, nell’edizione di Cortina d’Ampezzo 1956, sarà la prima donna in assoluto a leggere il giuramento degli atleti olimpici, Giochi estivi compresi.

LA REGINA DI CUORI. A 16 anni si è piccoli davvero. Ma non tanto da non essere coscienti dei momenti importanti che la vita ti mette davanti. Ne sa qualcosa Miranda Cicognani che a quell’età si ritrovò ad essere scelta per aprire la sfilata della delegazione italiana il 19 luglio 1952 all’Olympiastadion di Helsinki. Nel tris di regine azzurre che quell’anno magico ci propone, lei è sicuramente quella di cuori. «Non riesco nemmeno a spiegare che cosa si prova perché è un’emozione incredibile», racconterà anni dopo. «È una cosa unica, se si ha l’occasione di poterla vivere. Un ricordo bellissimo che rimane per sempre. Allora mi nominarono perché ero la più giovane di tutti gli atleti italiani di tutti gli sport, non solo della Nazionale di ginnastica artistica di cui facevo parte. Quel giorno pioveva fortissimo e tirava il vento e mi ricordo che la bandiera aveva un’asta molto grossa: facevo fatica a tenerla… non avevo ancora sedici anni».

RICORDI INBDELEBILI. Nata a Forlì mentre si spegnevano le eco delle Olimpiadi di Hitler, Miranda Cicognani diventerà poi l’unica ginnasta italiana, insieme a Monica Bergamelli, a disputare tre edizioni dei Giochi. Senza trarre dall’esperienza la forza di migliorarsi visto che inizierà con il sesto posto in Finlandia per passare al settimo di Melbourne 1958 e finire con il decimo di Roma 1960. Molto più vincente la sua carriera entro i confini nazionali: detiene infatti il record di vittorie ai campionati assoluti di ginnastica con cinque medaglie d’oro tra il 1956 ed il 1962. Curiosità: ad impedirle il sette su sette fu la sorella Rossella che vinse nel 1959 e nel ’61. Di dolce oggi a questa signora quasi ottantenne restano i ricordi a cinque cerchi. «Fu un viaggio lungo quello per arrivare in Finlandia. Andammo in treno a Stoccolma e poi in nave, attraverso il Mar Baltico, fino a Helsinki. I miei genitori non volevano che prendessi l’aereo! E la prima volta che andai in Australia fu un’odissea che non ho più dimenticato: Roma-Atene-Bassora-Baghdad-Calcutta-Singapore-Giakarta-Sydney-Melbourne… Ad Helsinki i villaggi per gli atleti erano tre: quello per gli Stati Uniti ed i Paesi suoi alleati; quello per l’Unione Sovietica (che partecipava per la prima volta, ndr) ed i suoi alleati; quello per le donne. Tutte, senza distinzione di blocchi… Ho conosciuto molti atleti. Carlo Pedersoli (non ancora Bud Spencer, ndr) era bruttino forte: spalle enormi e gambine sottili. Livio Berruti, un gentiluomo: lo ricordo passeggiare a Roma mano nella mano con la Wilma. Straulino lo conoscevo di vista. Pamich mi sollevava come un fuscello. Con Ottolina si facevano innocenti passeggiate».

MIRANDA E NADIA. Ma il ricordo più struggente della Cicognani riguarda la sua seconda vita sportiva: quella di giudice internazionale. Dall’altra parte della barricata, a dispensare promozioni e bocciature, la portabandiera di Helsinki ha vissuto altre sei edizioni delle Olimpiadi: da Montreal 1976 a Sydney 2000. E proprio in Canada sarà suo uno dei 10 che segneranno la storia dello sport al capitolo Nadia Comaneci: prima ginnasta di sempre a ricevere il punteggio pieno in un esercizio. Quel 18 luglio 1976 erano le parallele asimmetriche. «Lei era la perfezione fatta a persona. Poi siamo diventate amiche. Al punto che nel 1984 mi invitò alla sua festa d’addio all’attività agonistica a Bucarest». Unite dal destino delle prime.

DONNE E OLIMPIADI. La seconda guerra mondiale ha lasiò macerie, lutti e dolori. Ma le Olimpiadi contribuirono alla rinascita. Anche se per quanto riguarda la parità uomo-donna i passi in avanti furono ancora minimi. Nel 1952 ad Helsinki il numero delle atlete superava a malapena il 10 per cento del totale (521 contro 4.410) e ben 20 delegazioni su 69 (il 40 per cento) erano composte solamente da uomini. L’Italia rispecchiava la media: 23 donne su 231. L’inversione di tendenza arrivò però dalle atlete sovietiche: 23 delle 71 medaglie vinte dall’Urss hanno infatti un nome femminile. Il bilancio statunitense, per dire, fu di 8 su 76. E proprio la sfida sportiva dei sessi, al pari di quelle tra bianchi e neri, diventerà presto uno degli scenari sui quali la Guerra fredda tra i due blocchi contrapposti si combatterà senza esclusione di colpi. Ad iniziare dalla «controinformazione» che svelava come, negli anni cinquanta, in realtà le atlete del blocco orientale fossero «uomini che nascondevano i genitali».

LA REGINA DI FIORI. Maria Grazia Marchelli aveva vent’anni in quel 1952. Mentre l’«altra» portabandiera Martina Cicognani sfilava all’Olympiastadion della capitale finnica, forse la sciatrice era già tornata a fare i bagni nel mare della natia Genova. Archiviando la sua sfilata con bandiera tricolore stretta nei pugni alle Olimpiadi invernali di Oslo. Si trattava della sesta edizione di un appuntamento che era partito un po’ in sordina nel 1924, a Chamonix. A boicottarlo erano state soprattutto le nazioni del grande freddo europeo, legate ai loro «Giochi nordici». Così la prima edizione nacque come «Settimana internazionale degli sport invernali». Ma le gare, condensate in dieci giorni dal 25 gennaio al 5 febbraio, avranno un successo di pubblico tanto clamoroso quanto inaspettato: 10mila spettatori paganti. Un trionfo per l’epoca. Così l’anno dopo il congresso del Cio le battezzò retroattivamente come prime Olimpiadi invernali. Che fino al 1992 (Albertville) si terranno nello stesso anno di quelle estive, per poi alternarsi a distanza di ogni biennio. La 22esima edizione è prevista a Pyeong Chang, in Corea del Sud, dal 9 al 25 febbraio 2018.

LE DONNE VENUTE DAL FREDDO. Al contrario di quelle estive, le Olimpiadi invernali accettano subito le donne in gara. Anche se, all’inizio, solo nel pattinaggio artistico. A Chamonix le atlete sono 11, nessuna italiana. A mettersi in mostra è una ragazzina di appena 11 anni: la norvegese Sonja Henie. Ha solo 11 anni ed arriverà ultima. Ma saprà rifarsi: vincerà le tre successive edizioni dei Giochi fallendo il poker nel 1940 perché la manifestazione palleggiata tra Sapporo, Saint Moritz e Garmisch-Partenkirchen alla fine non si disputò per via della guerra. Al pari di quella del 1944 che era stata assegnata a Cortina d’Ampezzo. Oslo 1952, dunque. Quelle che per l’Italia diventeranno le Olimpiadi di Zeno Colò, capace di vincere la discesa libera in casa dei maestri norvegesi stupefatti per quella strana posizione aerodinamica inventata dall’azzurro e passata poi alla storia come «a uovo». Ma già il giorno dell’inaugurazione è la ventenne di Genova, ma cresciuta a Cortina d’Ampezzo dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire ai bombardamenti, a iscrivere il suo nome nella storia sportiva nostrana. È infatti Maria Grazia Marchelli a sfilare con il tricolore durante la cerimonia di inaugurazione, guidando la delegazione azzurra formata da 28 atleti e 5 atlete. Trenta le nazioni in gara ed il totale degli iscritti è di 694: 109 di questi sono donne.

SFORTUNATA IN GARA. La Marchelli aveva iniziato a vincere presto, appena sedicenne, nella Direttissima della Marmolada del 1948. Due anni dopo stupì tutti nella discesa libera di Grindelwald diventando poi per la prima volta campionessa nazionale di specialità. Come la sua «gemella tricolore» Miranda Cicognani, aver fatto da alfiere non le portò bene in gara: non concluse né la discesa libera né lo slalom gigante. Quattro anni dopo, ai Giochi di Cortina, finì 28esima nel gigante. Nel 1960 smise ed iniziò una proficua carriera da giornalista, conclusa come organizzatrice di viaggi nei deserti di Libia ed Egitto. È morta a Milano dieci anni fa.

I RECORD DI GIULIANA. L’altra impresa storica di un’azzurra delle nevi è quella di Giuliana Minuzzo. Proprio nella gara che ha visto l’esclusione della compagna Maria Grazia e, in campo maschile, il trionfo di Zeno Colò: la discesa libera. La veneta di Marostica, a 21 anni ancora da compiere è iscritta a tutte le gare femminili di Oslo 1952. Chiuderà 20esima nel gigante ed ottava nello speciale a pari merito con l’austriaca Trude Beiser: in entrambe le gare sarà la seconda miglior italiana dopo Celina Seghi. Ma il suo capolavoro sarà la discesa libera, dove finirà terza 1’49”0, battuta dall’austriaca Trude Beiser (1’47”1) e dalla tedesca Annemarie Buchner (1’48”0). Il 17 febbraio 1952 sulle Alpi scandinave di Norefjell, la veneta diventa ufficialmente la prima azzurra a vincere una medaglia alle Olimpiadi invernali. Un bronzo che replicherà otto anni dopo a Squaw Valley 1960 nella gara di slalom gigante chiusa con il tempo totale di 1’40″2, a due decimi dall’argento della statunitense Pennelope Pitou ed a tre decimi dalla vincitrice, la svizzera Yvonne Rüegg.

BIS STORICO. La Minuzzo, invece, non vinse nulla nell’edizione dei Giochi invernali di Cortina d’Ampezzo 1956. Dove, però, si tolse un’altra grande soddisfazione. Fu proprio lei, infatti, a pronunciare il giuramento olimpico a nome di tutti gli atleti partecipanti. Mai, fino ad allora, un simile onore era toccato ad una donna: né ai Giochi invernali né a quelli estivi. Un giuramento per il quale dovette concedere il bis: quelle di Cortina furono le prime Olimpiadi trasmesse dalla Rai, ma i tecnici posizionarono le telecamere troppo lontane; così all’atleta fu chiesto di ripeterlo mentre la inquadravano in primo piano.

5-continua

© 5 agosto 2016

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