EUROPEI. DA JASHIN A CRISTIANO RONALDO

Il Portogallo di Cristiano Ronaldo ha vinto ieri la sua prima Coppa Europa per nazioni.  Battendo in finale la Francia padrona di casa ha inciso il suo nome sull’albo d’oro in quella che è stata la 15esima edizione di un torneo che prese il via nel 1960 con appena 17 nazionali iscritte. Anche allora i lusitani ed i transalpini erano della partita: i primi superarono la Germania dell’Est nella doppia sfida degli ottavi ma furono poi eliminati ai quarti dalla Jugoslavia; i batterono prima la Grecia e poi l’Austria ed organizzarono la fase finale ristretta a quattro partecipanti. Tre di queste nazionali rappresentavano Stati che oggi non esistono più: Unione Sovietica, Jugoslavia e Cecoslovacchia. L’unica sopravvissuta è proprio la Francia, che sia nella prima che nell’ultima edizione non riuscì a sfruttare il fattore campo come gli riuscì, invece, nel 1984. Ripercorriamo quindi le vicende della prima Coppa Europa per Nazioni che fu sollevata al cielo dal mitico portiere sovietico Lev Jashin.

SESSANT’ANNI FA. Correva l’anno 1958. Il trattato di Roma che istituiva la Comunità economica europea (Cee) e quella dell’energia atomica (Euratom) era entrato in vigore dall’1 gennaio e coinvolgeva sei Stati: Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Il 28 settembre, allo stadio Olimpico di Mosca, davanti a 100.572 spettatori, le nazionali di Unione Sovietica ed Ungheria scendevano in campo per la partita che apriva ufficialmente il programma delle qualificazioni ai primi Campionati europei di calcio. La fase finale del torneo sarà poi fissata, dopo la disputa dei quarti di finale, tra il 6 ed il 10 luglio 1960 a Marsiglia e Parigi. Quel giorno a Mosca a fischiare il calcio d’inizio tra russi e magiari, alle ore 18 in punto, c’era un arbitro austriaco: Alfred Grill. Lo stesso che due anni prima aveva diretto anche alcune partite del campionato italiano: compreso il derby capitolino del 14 ottobre terminato 3-0 per la Roma.

MAGLIE ED ACQUA ROSSO SANGUE. Non era una partita qualsiasi quella tra Urss ed Ungheria. E non solo per la posta in palio. Anzi: la qualificazione era l’ultimo dei pensieri che agitavano calciatori e pubblico. Meno di tre mesi prima a Budapest erano stati impiccati l’ex primo ministro Imre Nagy, l’ex ministro della Difesa generale Pál Maléter, ed il giornalista Miklos Gimes. Fu l’atto finale dell’insurrezione antisovietica che aveva infiammato la capitale e l’intero Paese tra il 23 ottobre e l’11 novembre del 1956. Da allora ogni sfida sportiva tra le squadre dei due Stati – amici solo sulla carta – diventava una battaglia. L’esempio più eclatante fu il match di pallanuoto alle Olimpiadi di Sidney inaugurate poche settimane dopo la fine dell’insurrezione. Lo racconta Marco Della Croce su Storie di sport:

«L’urlo tremendo di Ervin Zádor zittisce di colpo la bolgia infernale che, come un tuono sordo e cattivo, scuote gli spalti fin dall’inizio del match. Per qualche istante, il tifo, le urla e gli insulti dei 5.500 spettatori si trasformano in sorpresa. Non è un trucco, l’acqua della piscina sta davvero diventando rossa! La scena ha qualcosa di surreale: il pubblico, in silenzio, guarda il volto del giovane magiaro ridotto a una maschera di sangue. Poi la situazione precipita. Centinaia di persone abbandonano la tribuna e si riversano a bordo vasca, ora increspata da minuscole onde color porpora. La gente cerca di aggredire i giocatori sovietici, mentre è in corso una rissa memorabile tra le due squadre. La partita finisce qui, anche se manca un minuto al termine. A fatica la polizia evita che i sovietici restino vittime della furia degli spettatori».

HONVED ADDIO. Meno cruenti ma non meno eclatanti furono gli effetti dell’insurrezione sul mondo del calcio, ungherese e no. In quel 1956 la Honved Fc di Budapest (la traduzione di Honved è «difensore della patria») rappresentava il meglio del calcio magiaro; il quale, a sua volta, era il meglio del calcio europeo. La squadra aveva giocato il 22 novembre l’andata degli ottavi di Coppa campioni al «San Mames» di Bilbao, perdendo 3-2 contro l’Atletico. Al momento di rientrare in patria, dove l’insurrezione era stata appena stroncata nel sangue, i giocatori decisero di non partire. Anzi. Riuscirono a farsi raggiungere dai familiari ed attesero la data del match di ritorno (il 20 dicembre) da giocarsi all’«Heysel» di Bruxelles. Furono eliminati (3-3 il risultato finale) ma non tornarono a casa. Né smisero di giocare. Nonostante il divieto posto dalla Federazione calcistica ungherese, passata sotto il controllo dell’Urss, l’allenatore Béla Guttmann organizzò infatti una tournée in Italia, Portogallo e Spagna. A «San Siro», il 13 dicembre 1956, toccò al Milan ospitarla: gol di Liedholm su rigore nel primo tempo, pareggio nella ripresa – sempre dagli 11 metri – di Puskas che poi raddoppierà. Dopo aver rifiutato l’offerta di asilo politico da parte del Messico e l’invito a disputare il campionato locale, i magiari programmarono degli incontri in Brasile contro Botafogo e Flamengo. Nel frattempo la Fifa stabilì che nessuno avrebbe potuto utilizzare il nome Honved, dichiarando quella squadra illegale. Così alcuni giocatori, tra i quali József Bozsik, László Budai, Gyula Lóránt e Gyula Grosics, decisero di tornare in Ungheria; altri come Zoltán Czibor, Sándor Kocsis e Ferenc Puskás vennero ingaggiati dal Barcellona (i primi due) e dal Real Madrid.

«THE TIME THEY ARE A-CHANGIN’». Bob Dylan lo canterà nel 1964. Ma i cambiamenti erano nell’aria già da qualche anno. Anche se era difficile avvertirli quel 28 settembre 1958 quando il match tra Urss ed Ungheria inaugurò il programma delle qualificazioni alla fase finale del primo Campionato europeo di calcio per nazioni. L’impiccagione dei tre protagonisti dell’insurrezione antisovietica fu una ferita profonda, certo. Ma quanto successo in terra magiara dimostrava come anche oltre la Cortina di ferro, dopo la destalinizzazione ed il disgelo delle relazioni diplomatiche, iniziassero a soffiare spifferi libertari. Gli stessi che stavano covando sotto la cenere dell’Occidente. Un mese dopo quella partita sul soglio pontificio lasciato vacante dalla morte di Pio XII salirà il patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, con il nome di Giovanni XXIII: segnò un’epoca diventando il Papa buono. Negli Usa, intanto, iniziava a brillare la stella politica di un giovane John Fitzgerald Kennedy, destinato però a non completare la sua opera. Anche il calcio, dopo l’istituzione della Coppa dei campioni per squadre di club a partire dal 1955, si sta aprendo a modifiche radicali. Nel regolamento, nell’organizzazione e, soprattutto, nel gioco. La ri­cerca della formula giusta, di nuovi moduli tattici, di innovati­vi sistemi di preparazione e di allenamen­to coinvolge un po’ tutti. Come aveva già dimostrato la sesta edizione dei Campionati del mondo giocati in Svezia proprio nel 1958 e vinti dal Brasile di Didi, Vavà, Pelè e Garrincha.

QUELL’ULTIMA COPPA. Restano, però, le difficoltà di confronti seri e continuativi tra le varie scuole calcistiche continentali. E se la Coppa dei campioni – alla quale si aggiungeranno la Coppa delle Fiere inaugurata nel 1955 e la Coppa delle Coppe dal 1960 – ha risolto il problema con le squadre di club, l’unico terreno di confronto esistente per le nazionali – la Coppa Internazionale – ha ormai esaurito il suo compito trasformandosi in un torneo asfittico e di poco interesse. Anche perché metteva di fronte solo le rappresentative dei Paesi dell’Europa Centrale. Se ne disputarono sei edizioni a partire dal 1927: quella iniziata nel 1955 – per terminare il 6 gennaio 1960 – fu l’ultima. La vinse la Cecoslovacchia che nel minicampionato a sei con Ungheria, Austria, Jugoslavia, Italia e Svizzera sopravanzò di un punto (16 contro 15) i magiari: più staccati austriaci (11 punti), jugoslavi alla prima partecipazione (9), azzurri (7, frutto delle vittorie con Svizzera ed Austria e dei pareggi con Ungheria, Cecoslovacchia e Svizzera) e rossocrociati (2). A soppiantarla fu, appunto, la versione allargata a tutto il continente.

AZZURRI ASSENTI INGIUSTIFICATI. Il progetto, fortemente voluto già nel 1954 dall’allora segretario generale dell’Uefa, il francese Henri Delaunay, non partì con i migliori auspici. Le adesioni furono solo 17: Unione Sovietica, Ungheria, Irlanda, Cecoslovacchia, Polonia, Spagna, Romania, Turchia, Danimarca, Francia, Grecia, Norvegia, Austria, Germania Est, Portogallo, Jugoslavia e Bulgaria. Rifiutarono, invece, Inghilterra, Scozia, Germania Ovest, Belgio, Svizzera ed Olanda. Oltre all’Italia. Il motivo? Mentre in tutta la penisola si canta «Volare, oh! oh!» (la canzone che in quel 1958 ha vinto a Sanremo), si rimpiangono le cosiddette case di piacere chiuse dalla legge Merlin, si sogna di correre a cento all’ora sul tratto dell’autostrada del Sole tra Milano e Parma appena inaugurato e ci si stupisce della straordinaria voce di una cantante 18enne che risponde al nome di Mina Anna Maria Mazzini, il termometro del calcio italiano segna una delle temperature più basse della sua storia.

L’ITALIA DELLE RINUNCE. In quegli anni il mondo del pallone tricolore, soprattutto a livello organizzativo, è nel caos. Gli stadi sono sempre pieni ma la scomparsa del Grande Torino pur avvenuta un decennio prima (4 maggio 1949) continua a fungere da alibi per una classe dirigente che a livello di club cura – con scarsa lungimiranza – l’interesse di bottega. Intanto a livello federale il passaggio di consegne tra vecchi e nuovi esponenti è tutt’altro che semplice. Tanto che un critico autorevole come Luigi Boccali poteva scrivere esplicitamente di «professionismo da dilettanti impazziti». La riorganizzazione blanda a livello di Federezione dopo il disastro del mondiale svizzero del 1954 – azzurri eliminati in un girone assai facile – lascia mano libera ai club che danno l’«assalto alla dirigenza». Si riapre così la stagione degli oriundi i quali, fatalmente, arrivano a vestire la maglia azzurra. In quegli anni giocheranno con la nazionale italiana (in ordine di presenze) Miguel Montuori (12), Francisco Lojacono (8), José Altafini (6), Alcides Ghiggia (5), Juan Alberto Schiaffino (4), Eddie Firmani (3), Antonio Angelillo (2), Bruno Pesaola (1) e Dino Da Costa (1). Si tratta di quattro argentini, due uruguaiani (Schiaffino e Ghiggia) che nel 1950 avevano vinto il mondiale con la loro nazionale di nascita, due brasiliani (Altafini era fresco di vittoria in Svezia con i verdeoro) ed un sudafricano (Firmani). Quale sia stato il loro apporto è scritto nei numeri: tra il 1956 ed il 1960 l’Italia giocò 22 partite – 8 delle quali amichevoli – con 6 vittorie, 7 pareggi e 9 sconfitte, 31 i gol all’attivo e 35 quelli subiti. Ma il dato più drammatico (sportivamente) è quello relativo alle manifestazioni ufficiali: non ci saranno maglie azzurre alle Olimpiadi di Melbourne 1958 per rinuncia, alla fase finale dei mondiali svedesi del 1958 perché eliminate dall’Irlanda del Nord ed alla prima edizione del Campionato europeo per Nazioni del 1960 ancora una volta per rinuncia.

VIA ALLE ELIMINATORIE. Il 28 settembre 1958 l’Unione Sovietica e l’Ungheria giocarono la prima partita ufficiale della neonata Coppa «Henri Delaunay». L’Urss giocherà anche l’ultima: la finale del 10 luglio 1960 a Parigi, vinta ai supplementari contro la Jugoslavia. Un giocatore in maglia rossa con la scritta CCCP sul petto (acronimo che tradotto dal cirillico si legge come SSSR: Sojuz Sovietskij Sotsialisticheskij Respublik. Ovvero: Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) segnò la prima e l’ultima rete di quel torneo: Anatoly Ilyn al 4’ di Urss-Ungheria e Viktor Ponedelnik al 113’ della finale con la Jugoslavia. Da segnalare il fatto che Ilyn aveva già firmato il gol decisivo nella finale dei Giochi Olimpici del 1956 contro la Jugoslavia e nello spareggio del Gruppo 3 che eliminò l’Inghilterra dai mondiali di Svezia 1958. Per stabilire le quattro semifinaliste che si sarebbero poi date battaglia in Francia si giocarono tra le 17 iscritte delle eliminatorie spalmate nell’arco di 16 mesi. Si qualificarono ai quarti l’Urss (a spese dei magiari: 3-1 e 1-0), la Francia che superò facilmente la Grecia (7-1 ed 1-1), la Romania (3-0 e 2-0 sulla Turchia), l’Austria (1-0 e 5-2 con la Norvegia), la Jugoslavia (2-0 ed 1-1 sulla Bulgaria), il Portogallo (2-0 e 3-2 con la Germania Est), la Spagna (4-2 e 3-0 sulla Polonia) e la Cecoslovacchia che prima aveva eliminato l’Irlanda nel turno preliminare: sconfitta 2-0 a Dublino e vittoria 4-0 a Bratislava con il primo gol ufficiale segnato da un portiere, Imrich Stacho, su rigore. Agli ottavi i cechi eliminarono la Danimarca (2-2 e 5-1). Verdetti scontati: di fatto la sfida più incerta è stata quella del turno preliminare; l’unica nella quale la qualificazione è stata decisa dalla differenza reti da poco introdotta come regola per dirimere i casi di ex aequo. Si mettono in mostra giocato­ri di talento: l’argentino Alfredo Di Stefano che gioca con la Spagna (tre reti nel doppio confronto con i polacchi), l’ungherese Laszlo Kubala Stecz, i sovietici Valentin Kozmic Ivanov e Slava Metreveli, il cecsolovacco Ladislav No­vak, lo jugoslavo Milan Galic ed il francese Raymond Kopa.

SCENDE IN CAMPO LA GUERRA FREDDA. Venti di cambiamento, si diceva. I primi refoli, si sottolineava. Incerti e contraddittori. Lo dimostrò con esemplare evidenza il quarto di finale tra Urss e Spagna. Mai giocato perché Francisco Franco, generalissimo iberico, non si lasciò sfuggire l’occasione di conquistare il palcoscenico mondiale obbligando la sua Federcalcio al grande rifiuto. Tra i due Paesi non esistevano rapporti diplomatici: eredità della guerra civile spagnola del 1936-’39, con le brigate internazionali foraggiate dall’antifascismo mondiale, con l’Unione sovietica in primo piano. Così ogni evento internazionale che vede di fronte rappresentanti e rappresentative dei due Stati si trasforma in uno scontro. Ufficialmente il governo spagnolo parlò di «impossibilità di giocare in un Paese a regime comunista», mentre la Federcalcio iberica fece di tutto per far scendere in campo la sua rappresentativa. Vinse il veto del generalissimo. Il risultato fu un doppio 0-3 a tavolino per le «Furie rosse» consegnato agli annali ed alle statistiche. Ma anche un’occasione mancata. Con gli inglesi ancora chiusi nella loro torre d’avorio di «inventori del calcio», e quindi ancora alla larga da competizioni che non consideravano alla loro altezza, e con la grande Ungheria – quella che il 25 novembre 1953 inflisse una dura lezione calcistica ai maestri d’Albione sconfiggendoli 6-3 a Wembley – al termine della sua parabola leggendaria, la nazionale sovietica e quella spagnola erano le massime espressioni calcistiche continentali. La loro sfida avrebbe messo di fronte due scuole di gioco e due modi di interpretare il calcio. E, soprattutto, avrebbe visto il duello tra i due giocatori allora più forti del mondo: l’«universale» Alfredo Di Stefano ed il portiere Lev Jashin. Il primo, per dire, aveva già vinto due volte il Pallone d’oro (1957 e ’59); il secondo lo avrebbe fatto suo tre anni dopo. E ad oggi mai nessun portiere è più riuscito nell’impresa.

SFIDE DECISIVE. Dopo gli ottavi di finale i primi Campionati europei di calcio per nazioni entrano nel vivo. Con l’Unione Sovietica qualificata alla fase finale senza aver giocato per il ritiro politico della Spagna, bisogna decidere quali saranno le altre tre squadre che la raggiungeranno in una sede che è ancora da decidere. I futuri padroni di casa della Francia se la vedranno con l’Austria, la futura finalista Jugoslavia con il Portogallo e la Cecoslovacchia con la Romania. Si tratterà di altre tre sfide senza molta storia. Solo i lusitani, guidati in panchina dal dottor José Maria Antunes, riusciranno ad impensierire i loro avversari battendoli l’8 maggio 1960 nel match di andata allo stadio «Nacional do Jamor» di Oeiras. In gol Joaquim Santana (30’) e Matateu (70’) per i padroni di casa e Borivoje Kostic all’81’. Qualificazione ipotecata già in trasferta per la Cecoslovacchia che il 22 maggio 1960 sistemerà i conti già nel primo tempo contro i romeni: a Bucarest Josef Masopust all’8’ e Vlastimil Bubnik al 45’ tolgono molte speranze ai transilvani allenati da Augustin Botescu. Ancora più decisiva la vittoria della Francia sull’Austria. «Les Bleus» sono i primi a scendere in campo nella serie dei quarti di finale, il 13 dicembre 1959 allo stadio olimpico di Colombès. Just Fontaine, che aveva già stupito il mondo l’anno prima ai mondiali di Svezia segnando 13 reti in 6 partite (è ancora il record in una singola edizione), punisce il portiere Kurt Schmied due volte al 7’ ed al 18’ imitato da Jean Vincent al 38’. Poi, però, i transalpini frenano, si incartano un po’ – un vizietto che costerà loro assai caro nel prosieguo del torneo – e consentono agli avversari di rientrare in partita con Walter Horak poco prima del riposo e con Rudolf Pichler al 65’. Toccherà ai due attaccanti francesi dare la sveglia ai galletti: Fontaine fa tripletta al 70’ e Vincent chiude i conti all’82’.

LE MAGNIFICHE… TRE. I match di ritorno sono delle sentenze inappellabili. Il 27 marzo 1960 la Francia priva del suo attaccante principe si sbarazza dell’Austria all’«Ernst Happel stadion» di Vienna con un netto 4-2: padroni di casa avanti al 26’ (Horst Nemec), poi sorpasso transalpino nella ripresa con Jean-Jacques Marcel (46’) e Bernard Rahis (59’), pareggio dei padroni di casa al 64’ (Erich Probst) prima che François Heutte (77’) ed il capitano Raymond Kopa (83’) spengano le speranze della nazionale allenata da Karl Decker. La Jugoslavia conferma le difficoltà ad aver ragione del Portogallo il quale, però, dura solo un tempo. Il 22 maggio nello stadio del Partizan, a Belgrado, Dragoslav Sekularac porta in vantaggio gli slavi dopo appena 8’ ma Cavem pareggia al 29’. È Zvezdan Cebinac un attimo prima che l’arbitro austriaco Alfred Stoll fischi il riposo a riportare avanti i padroni di casa. I quali dilagano nella ripresa con Borivoje Kostic (55’ e 88’) e Milan Galic (79’) per il 5-1 finale. Il 29 maggio, infine, il ritorno di Cecoslovacchia-Romania dura, in realtà, 18 minuti: il tempo che serve agli spettatori del «Tehelnè Pole» di Bratislava di esultare per i gol di Titus Bubernik (1’ e 15’) e Vlastimil Bubnik (18’) che fermano il punteggio sul 3-0.

L’INVENTORE DELLA COPPA. Ora che il quadro delle semifinaliste è definito l’Uefa può decidere a chi affidare la fase finale del torneo. Toccherà alla Francia, in onore del segretario dell’organismo europeo Henri Delaunay: colui che per primo l’aveva immaginata e proposta. Nel calcio Delaunay aveva un passato da arbitro, ma questo non gli impedì di diventare nel 1919, a 36 anni, il primo segretario generale della Federazione calcistica francese e poi membro della Fifa tra il 1924 ed il ’28. Fu proprio lui a proporre, nel 1927, la creazione di una manifestazione riservata alle nazionali europee che superasse la Coppa Internazionale riservata alle sole selezioni italiane, svizzere, jugoslave, ungheresi, austriache e cecoslovacche. Ma i tempi non erano ancora maturi, anche per la mancanza di un organismo ufficiale che riunisse tutte le federazioni continentali. La Uefa, infatti, nascerà solo nel 1954 e Delaunay ne diventerà segretario generale. Il primo progetto che fece approvare al consiglio della nuova confederazione fu proprio quello che istituiva il Campionato europeo di calcio per nazioni. L’anno dopo, il 9 novembre, l’ex arbitro divenuto dirigente del calcio europeo morì e non poté quindi assistere al varo della sua creatura. Il 10 luglio 1960, giorno della finale, al Parco dei Principi di Parigi, c’era però il figlio Pierre che nel frattempo aveva preso il suo posto alla segreteria generale dell’Uefa.

PARIGI E MARSIGLIA. La fase finale del primo Campionato europeo di calcio per nazioni affidata alla Francia è ridotta all’osso: quattro squadre ammesse a darsi battaglia in semifinale e poi nelle due finali per il primo ed il terzo posto. Ne verranno fuori quattro match altamente spettacolari ed avvincenti. Le due semifinali si giocano entrambe il 6 luglio 1960: alle 20 (ora locale) al «Parc des Princes» di Parigi ed alle 21.30 al «Vélodrome» di Marsiglia. Anche in questo caso – come per gli ottavi ed i quarti – è stato un sorteggio a stabilire gli accoppiamenti: le sfide saranno Francia-Jugoslavia e Cecoslovacchia-Urss. Partite secche, da dentro o fuori. Senza storia la seconda, pirotecnica ed incredibile la prima. I russi, infatti, hanno buon gioco contro un’avversaria che, tolto Masopoust, non può contare su molto talento. La differenza la fanno gli attaccanti sovietici Ivanov (doppietta al 34’ ed al 56’) e Ponedelnik. Nel 3-0 finale da segnalare la presenza in campo dell’unico italiano protagonista della prima edizione degli Europei: l’arbitro Cesare Jonni. Nato a Macerata nel 1917, è stato uno dei più grandi direttori di gara italiani, superato forse solo dal mitico Concetto Lo Bello. Entrambi guidano la classifica delle presenze in serie A: 328 il siciliano, 263 il marchigiano che arbitrò anche la finale per il terzo e quarto posto che si giocò sempre a Marsiglia tre giorni dopo la semifinale.

PARTITA STORICA. Quella tra i padroni di casa e gli jugoslavi è una partita a suo modo storica. Al punto che il Times l’ha inserita sul podio delle più avvincenti sfide nella storia della manifestazione, dietro solo a Spagna-Jugoslavia 4-3 di Euro 2000 e a Francia-Portogallo 3-2 di Euro 1984. Quello di 55 anni fa fu davvero un match-thriller, con nove reti segnate: un record che resiste ancora oggi, dopo 15 edizioni della competizione. I francesi avevano il favore del pronostico, anche perché giocavano in casa; la Jugoslavia stava costruendosi la fama di «Brasile d’Europa» per la tecnica ed il gioco spettacolare che proponeva. Ma il segreto del gruppo guidato in panchina dal serbo Ljubomir Lovric stava anche nella tenuta atletica: a dimostrarlo le tante partite vinte in rimonta o nel finale. Come, appunto, quella giocata a Parigi davanti ad un pubblico caldo ma non certo numeroso ed arbitrata dal belga Gaston Grandain. Sono proprio i «Plavi» a sbloccare il risultato all’11’ con il centravanti Milan Galic che sfiora appena un cross teso da fuori area di Borivoje Kostic, ingannando così il portiere George Lamia, il quale dimostra subito di non essere in giornata. Passano 60” ed i francesi ristabiliscono la parità con Jean Vincent. Poi la partita si trascina senza grandi emozioni verso il riposo quando, al 43′, Françoise Heutte sbroglia un’azione confusa in area fulminando ancora il portiere slavo Milutin Soskic. I secondi 45′ sono pirotecnici, con sei reti in meno di mezzora. A gioire, pregustandosi la finale in casa contro i sovietici, sono dapprima i francesi. Tra il 53′ ed il 62′, infatti, prima Maryan Wisnieski porta i Blues sul 3-1, poi Ante Zanetic riapre la partita per la Jugoslavia, infine ancora Heutte ristabilisce il doppio vantaggio per i padroni di casa.

LA GRANDE RIMONTA. A quel punto il match sembra chiuso. Anche perché i giocatori jugoslavi sembrano accusare il colpo. Il pubblico del «Parc de Princes» ci mette del suo, incitando i propri beniamini che, in effetti, appaiono padroni del campo nonostante le contemporanee assenze di Fontaine, Piantoni e Kopa. Ma la fatica inizia a farsi sentire e, come detto, la squadra jugoslava ha nella tenuta atletica uno dei suoi pregi migliori. Infatti in quattro minuti ribalta le sorti della semifinale: al 75′ è Tomislav Knez, ala destra del Borac Banja Luka, lascia sul posto il terzino francese Bruno Roszik e supera l’incerto Georges Lamia. Il portiere transalpino si ripete, in peggio, nei minuti successivi: al 78′ ed al 79′ l’attaccante del Gnk Dinamo Zagreb, Dražan Jerković, lo batte altre due volte con tiri non certo irresistibili. Inutili gli ultimi dieci minuti: la Francia è ormai ko e non riesce a mettere assieme una reazione accettabile; la Jugoslavia, invece, controlla il pallone con la maestria dei «brasiliani d’Europa». Il povero portiere Lamia pagherà per tutti quel 4-5: dopo sei presenze (nella finale per il terzo posto il commissario tecnico Albert Batteux gli preferirà il 22enne Jean Taillandier, del Rc Parigi) sparirà dall’orizzonte della selezione dei Bleus con la quale giocherà una sola altra volta, in un’amichevole, due anni dopo. La sua carriera resterà confinata a Nizza, dove giocò per otto stagioni tra il 1956 ed il ’63, vincendo il campionato nel 1958-’59, e poi – dopo una parentesi a Le Havre – allo Stade Rennais con il quale vinse una Coppa di Francia.

ULTIMO ATTO. Sconfitte, rispettivamente, Cecoslovacchia e Francia, sono quindi Unione Sovietica e Jugoslavia a contendersi la vittoria nella prima edizione dei Campionati europei di calcio per nazioni. Alle 20 (ora locale) del 10 luglio 1960 al Parco dei Principi di Parigi la sfida è tra la freschezza, la fantasia ed il talento degli slavi contro l’esperienza, la disciplina sportiva e la compattezza dei sovietici. La cornice non si può dire sia all’altezza dell’occasione. Anzi: sugli spalti circa 18mila spettatori, per lo più con gli ombrelli visto che piove senza sosta. È il pegno da pagare per l’assenza dei padroni di casa all’ultimo atto. Anche se il giorno prima, a Marsiglia, con i Blues in campo contro la Cecoslovacchia per la «finalina», non è che fosse andata meglio: le cronache parlano di meno di 10mila spettatori assiepati – si fa per dire – al Velodrome. La Francia si adeguerà al punto da perdere anche la seconda – su due – partite giocate nella fase finale. Agli ordini dell’italiano Cesare Jonni, accade tutto nella ripresa: prima Bubnik al 58’, poi Pavlovic all’88’ fanno salire la Cecoslovacchia sul gradino più basso del podio.

FANTASIA CONTRO DISCIPLINA. Al Parco dei Principi, invece, l’arbitro è l’inglese Arthur Edward Ellis, considerato allora il miglior fischietto al mondo. Non a caso prima di quella che sarà la sua ultima finale, aveva diretto partite in tre campionati del mondo (1950, ’54 e ’58), la finale delle Olimpiadi di Helsinki ’52 tra Ungheria e Jugoslavia e la prima finale di Coppa dei campioni giocata sempre al «Parco dei Principi» di Parigi nel 1955 tra Real Madrid e Stade Reims. In campo gli esperti sovietici in maglia rossa con la classica scritta CCCP sul petto ed i giovanissimi (età media 23 anni) jugoslavi in tenuta celeste. Il canovaccio del match rispecchierà a pieno le attese della vigilia. I «Plavi» partono a razzo e mettono sotto pressione la retroguardia sovietica diretta da par suo da Lev Jashin. Sprecano molto, il portierone in «all black» para tutto, ma a due minuti dal riposo Milan Galic non perdona: Dragoslav Šekularac affonda sul fianco destro e mette in area un pallone a mezza altezza che il numero nove in maglia celeste devia di testa inchinandosi appena, nonostante la pressione del capitano avversario Igor Netto. Troppo veloce e a fil di palo il pallone anche per il «Ragno nero».

RIBALTONE IN SALSA RUSSA. Durante l’intervallo il tecnico dell’Unione Sovietica, Gavriil Kachalin, striglia i suoi a dovere. Ed in giocatori in maglia rossa tornano in campo più decisi che mai. Bastano quattro minuti ed il centravanti Viktor Ponedelkin riceve palla sulla tre quarti avversaria, avanza indisturbato fino ai trenta metri e fa partire una saetta rasoterra che il portiere slavo Blagoje Vidinić può solo respingere sulla sua sinistra: per l’accorrente Slava Metreveli è un gioco da ragazzi ribadire in rete. Adesso è l’Urss che, galvanizzata dal pareggio, mette alle corde gli avversari che appaiono sempre più in debito d’ossigeno man mano che passa il tempo: più per inesperienza, però, che per un effettivo calo fisico. A salire in cattedra è l’estremo difensore jugoslavo che si produce in alcuni interventi prodigiosi che consentono alla sua nazionale di arrivare al novantesimo ancora sulla parità. Tempi supplementari, dunque: una tortura per i giocatori in maglia celeste, un’occasione da non sprecare per quelli in rosso. L’eroica difesa slava crolla quando al fischio finale – e quindi alla ripetizione del match: ché non erano ancora stati inventati i rigori – mancano appena 420”. L’azione decisiva si sviluppa su tutto l’arco d’attacco sovietico: Metreveli batte un fallo laterale sulla tre quarti avversaria ed indirizza profondo per Valentin Bubukin che riesce a mettere in mezzo un attimo prima che il pallone superi la linea di fondo; il cross attraversa l’intera area jugoslava senza che Yuri Voinov riesca ad addomesticarlo; è così Valentin Ivanov a raggiungere la sfera prima che esca in fallo laterale, a girarsi ed a fare un cross preciso per la testa di Ponedelnik che svetta tra gli immobili centrali avversari col portiere Vidinić immobile.

IL TRIONFO SOVIETICO. Tocca quindi al capitano dell’Urss Igor Netto sollevare per la prima volta il trofeo destinato alla migliore squadra europea. Una coppa d’argento realizzata dall’orafo Chobillon su progetto di Arthus Bertrand che resterà «in servizio» per dodici edizioni, fino a Portogallo 2004. Dal 2008, infatti, fu sostituita da un’altra simile. La differenza più evidente è la mancanza della base sulla quale venivano inseriti i nomi delle nazioni vincitrici in passato: nella nuova versione il nome viene inciso sul retro del trofeo che è più alto di 18 centimetri e pesa 2 chilogrammi in più del precedente. A livello decorativo la piccola figura con il pallone che campeggiava nella parte posteriore del trofeo è stata rimossa. La nuova coppa è stato forgiata dalla Asprey London, nota casa orafa che vanta una lunga tradizione nell’ambito dei trofei.

LE NAZIONI SPARITE. Valentin Ivanov, decisivo nella semifinale con la Cecoslovacchia; il portiere Lev Jashin, capace di chiudere la sua porta nella finale con la Jugoslavia; lo sgusciante Slava Metreveli; il capitano Igor Netto; l’ariete Viktor Ponedelnik. Sono questi i cinque giocatori dell’Urss che il sito dell’Uefa indica nella formazione ideale del primo Campionato europeo di calcio per nazioni giocato in Francia nel 1960. Tutti, oggi che l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche non esiste più, giocherebbero sotto le insegne della Russia. Così come i quattro jugoslavi presenti nella «top undici» – il terzino destro Vladimir Djurkovic, il centrocampista Milan Galic e gli attaccanti Dragoslav Šekularac e Borivoje Kostic – vestirebbero la maglia della nazionale di Serbia. Gli ultimi due nominati nella «squadra del torneo», il difensore cecoslovacco Ladislav Novak ed il regista compagno di squadra Josef Masopoust, infine, sarebbero le colonne della nazionale della Repubblica Ceca. Nessuno dei tre Paesi, su quattro, rappresentati in quella prima fase finale della manifestazione continentale è infatti sopravvissuto alla Storia.

E L’ITALIA? È sopravvissuto, invece, il calcio italiano. Che proprio a cavallo tra il Cinquanta ed il Sessanta ha scritto forse le pagine più nere del suo romanzo centenario. La tragedia di Superga con la morte del Grande Torino nel 1949 aveva cancellato di colpo un’intera generazione di campioni che, non a caso, monopolizzavano la nazionale. Risollevarsi non era facile ma proprio quando serviva un colpo d’ala ed unità di intenti i dirigenti del calcio italiano hanno invece dimostrato la loro pochezza tecnica, imprenditoriale e strategica. Gettando anni preziosi in inutili polemiche e fatali pressapochismi. Il tutto per meri interessi di bottega. Non a caso  una voce autorevole come Leone Boccali – fondatore e direttore de Il Calcio Illustrato – usò l’espressione «professionismo da dilettanti impazziti». Così, in campo, la nazionale passò da un flop all’altro. La clamorosa eliminazione dalla fase finale dei mondiali del 1958, che seguì la brutta figura alla Coppa del mondo di Svizzera 1954 (Italia fatta fuori dai padroni di casa in un girone più che accessibile) lasciarono il segno. A strapparci il biglietto per la Svezia fu la modesta Irlanda del Nord, non senza rimpianti per una prima partita di ritorno pareggiata inutilmente dopo la vittoria per 1-0 all’andata. Il 4 dicembre 1957, al «Windsor park» di Belfast, la terna ungherese designata per arbitrare l’incontro non arrivò. Gli avversari proposero di sostituirla con un arbitro inglese e con due assistenti irlandesi: gli italiani rifiutarono. La partita si giocò ugualmente, declassata ad amichevole. Di nome ma non di fatto: nel fango irlandese gli azzurri subirono botte da orbi dagli avversari mentre il pubblico li bersagliava di insulti e oggetti di ogni tipo tirati in campo. Finì 2-2: reti, nell’ordine, di Ghiggia (24’), Cush (27’), Montuori (50’) ed ancora Cush (60’). Con il contorno dell’espulsione di Chiappella e l’aggressione del pubblico all’uscita del campo.

DALLA BATTAGLIA DI BELFAST AL VALZER DEI CT. La «vera» Irlanda del Nord-Italia si giocherà 42 giorni dopo, sempre al «Windsor park». Nel frattempo la nazionale ha battuto facile il Portogallo, l’altra avversaria nel girone di qualificazione: così le sarebbe bastato un pareggio per guadagnarsi il mondiale. Il commissario tecnico Alfredo Foni dovette far fronte alle contemporanee assenze di tre delle colonne viola che la stagione precedente avevano portato lo scudetto a Firenze: il difensore Sergio Cervato, il centrocampista Guido Gratton ed il mediano Beppe Chiappella. Per sostituirli decise di ripescare Gino Pivatelli e di dar fiducia ad un esordiente (Giovanni Invernizzi) e ad un oriundo (il brasiliano Dino Da Costa) che si aggiungerà agli uruguaiani Pepe Schiaffino ed Alcides Ghiggia e all’argentino Miguel Angel Montuori. La nebbia impedì l’arrivo del portiere avversario titolare, Harry Gregg, ma gli azzurri non sapranno approfittarne. Anzi. In meno di mezzora i nordirlandesi andarono sul 2-0 (McIlroy al 13’ ed il solito Cush al 28’). Nella ripresa proprio Da Costa dimezzò le distanze al 56’, ma dodici minuti dopo Alcides Ghiggia si fece espellere per un fallo di reazione e sull’Italia azzurra scenderà un buio che durerà anni. Lo dimostra il fatto che tra il 1957 ed il ’62 alla guida della nazionale si avviacenderanno quattro commissioni e due commissari tecnici.

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL. Eppure il futuro è più che roseo. Poco più di un mese dopo che Lev Jashin ha alzato sotto il cielo di Parigi la prima Coppa europa di calcio per nazioni, undici giovanissimi azzurri scendono in campo allo stadio «Fuorigrotta» di Napoli per la prima partita del Gruppo B del torneo olimpico di calcio di Roma 1960. In campo, guidati dalla coppia Gipo Viani-Nereo Rocco, ci sono nomi destinati a diventare famosi: il portiere Luciano Alfieri; i difensori Tarcisio Burgnich, Mario Trebbi, Sandro Salvatore e Paride Tumburus; i centrocampisti Giovanni Trapattoni, Giancarlo Cella, Giacomo Bulgarelli; gli attaccanti Ugo Tomeazzi e Giorgio Rossano. Le riserve sono Giovanni Fanello, Giorgio Ferrini, Luciano Magistrelli, Gilberto Noletti e Orazio Rancati. Sul terreno del «Fuorigrotta», a seminare perle calcistiche tra il centrocampo e l’attacco, c’è anche un giovanissimo alessandrino dal fisico non certo scultoreo ma dal talento sopraffino: Giovanni Rivera, che quel 26 agosto 1960 ha da pochi giorni compiuto 17 anni ma che un anno e mezzo prima ha già esordito in serie A con la maglia grigia dell’Alessandria. Anche se solo grazie al permesso chiesto e concesso dalla FederCalcio perché non ancora 16enne. Gli avversari di Taiwan verranno liquidati 4-1 grazie a due reti del futuro «Golden boy» ed a quelle di Fanello e Tomeazzi. Per la cronaca, il gol cinese fu firmato da Chun-Wah Mok al 29’. Un torneo sfortunato, quello degli «azzurrini», capaci vincere il girone battendo anche il Brasile allenato da Feola (3-1) e pareggiare 2-2 con l’Inghilterra. In semifinale, contro i dilettanti di Stato della Jugoslavia – sette undicesimi arrivavano dalla squadra che aveva perso la finale degli Europei contro l’Urss appena 56 giorni prima – gli azzurri resistono sullo 0-0 fino al novantesimo, vanno in svantaggio al 107’ trafitti da Milan Galic (lo stesso che siglò l’1-0 contro i sovietici a Parigi), pareggiano 120 secondi dopo con Tumburus e – in assenza dei calci di rigore, ancora da inventare – perdono la possibilità di giocare per la medaglia d’oro al sorteggio. L’alloro olimpico andrà alla Jugoslavia (argento alla Danimarca) mentre all’Italia sfuggirà anche il bronzo: 1-2 dall’Ungheria con l’inutile rete di Ugo Tomeazzi all’84’. Ma il seme è stato gettato. Due anni dopo la vittoria a Francia ’60 Lev Jashin sarà il primo – ed ultimo fino ad oggi – portiere a vincere il Pallone d’oro. Gianni Rivera sarà invece il primo italiano ad alzare lo stesso trofeo nel 1969, un anno dopo la vittoria nell’Europeo di Italia 1968 – quando la monetina ci sarà benigna contro l’Urss – ed un anno prima del secondo posto ai Mondiali di Messico 1970. Il vecchio (Jashin) ed il bambino (Rivera) si troveranno di fronte il 10 novembre 1963: in palio la partecipazione al secondo Campionato europeo di calcio per Nazioni. Ma questa è un’altra storia…

© 11 luglio 2016

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