INTERVISTA A FILIPPO ANDREANI: IL MENESTRELLO DEL CALCIO CHE NON C’È PIÙ

«Io fra Mazzola e Rivera avrei scelto Vendrame». Perché «non cerco ragazzi dorati, li cerco di pane». Il calcio non come metafora della vita ma come parte essenziale della stessa esistenza è il nocciolo duro che fa di Filippo Andreani un cantautore speciale, quasi anomalo nel panorama musicale italiano. A 37 anni ha all’attivo tre lavori: La storia sbagliata, concept album nel quale ripercorre la vicenda partigiana del Capitano Neri e della staffetta Gianna, il successivo Scritti con Pablo ed il più recente La prima volta. Proprio una canzone di quest’ultimo – quella dedicata al numerosette (scritto così: tutto attaccato) Gigi Meroni è arrivata ad un passo dal vincere la targa Tenco come miglior singolo dell’anno: persa per un voto perché quello di un giurato è arrivato fuori tempo massimo. È come se l’arbitro non avesse visto il pallone superare la linea della porta del Barça non convalidando il gol decisivo al 90’ nella finale di Champions league contro il Como.

Filippo nei panni del Como ci sta bene. Non solo perché sulle rive di quel ramo del lago di ci è nato. Ma anche perché la maglia azzurra dei lariani l’ha vestita idealmente tante volte da tifoso militante della squadra della sua città. E infine perché è un cantastorie che non ha avuto paura di farsi piccolo, di voltare pagina e di intraprendere strade nuove ed inesplorate. Sul palco come nella vita. Come quando, ad esempio, una decina di anni fa decise che la toga di avvocato non faceva per lui. «Mi sono cancellato dall’albo pochi mesi dopo aver superato l’esame di stato. E non perché non mi piacesse esercitare: anzi. Ma mi sono reso conto che avrei dovuto rinunciare a troppi patrocini: rifiutavo quei clienti che mettevano in difficoltà la mia coscienza. Mi son detto che o sceglievo di fare tutto o smettevo. Ed ho deciso di conseguenza». O come quando, dopo il secondo album, ha deciso di ripartire da capo regalandosi, appunto, un’altra Prima volta, ispirandosi alla lettura del libro di Maurizio Maggiani Il coraggio del pettirosso. «Ad un certo punto avevo quasi dimenticato chi sono e a cosa appartengo. Mi ero messo addosso una camicia stirata e mi ero incamminato, con tutta l’ingenuità che mi è possibile, ad inseguire il profumo inebriante della parola cantautore. Per abbondanza di paura ero finito ad assomigliare a tutti tranne che a me stesso. Ora ho ritrovato il coraggio del pettirosso, appunto, sepolto sotto quintali di voce lasciata in gola».

Ma quello che fa di Andreani un caso assai singolare nel panorama musicale italiano è come e quanto il calcio entri nella sua musica. «Canto il passato perché non mi riconosco nel presente», ammette. «Ed uso spesso i calciatori del passato per trasmettere il fascino che questo gioco continua ad avere nella mia testa ma che i miei occhi non vedono più. Oggi, per dire, Gianni Rivera non non lo farebbero giocare. A me i calciatori col fisico da centometrista non piacciono: perché hanno anche la testa da centometrista. Così i ragazzini giocano seguendo modelli che non riguardano più lo sport. Con una frase banale direi che non c’è più romanticismo: e non solo in campo, ma anche tra i tifosi. Sono stato un ultrà per tanti anni, quanto si metteva sempre davanti l’amore incondizionato per la maglia e l’amicizia: oggi l’ultrà è quello che pensa soprattutto a picchiarsi con la polizia. Non dico che non c’entri nulla ma, francamente, non mi sembra la priorità: quella dovrebbe essere sostenere sempre e comunque la tua squadra e magari prendersi a sberle con le altre tifoserie. Oggi le sberle non si danno più: ci sono i coltelli».

Non è il pallone che cambia, ma il mondo. «Ed il calcio assomiglia al mondo. Come è sempre accaduto», ribadisce Filippo. Con un protagonista in più: la televisione. «Per me la partita in tv non esiste: è puro voyeurismo. Il calcio è la somma tra giocatori e popolo che ti guarda: il resto non mi interessa. Per questo, ad esempio, non sono mai andato a vedere un allenamento. Forse non sono poi così appassionato alla componente sportiva del gioco: mi interessa più quella passionale». La stessa che lo porta a cantare di calciatori che in certi casi non ha mai visto giocare. «Ma non perché voglio idealizzare i personaggi del passato. Anzi: non credo che avessero più amore della maglia di oggi. Lo stesso Meroni è diventato la farfalla granata perché da Como è passato al Genoa e poi al Torino: l’avessero venduto alla Fiorentina sarebbe ugualmente diventato una farfalla, viola però. È una questione di stile. Quello che portava un giovane di allora non ad essere personaggio per gli altri ma a curare le proprie passioni. Meroni era pittore ma dipingeva per se stesso e bene; disegnava i suoi vestiti, e bene, ma non metteva su una linea di moda».

C’è un aspetto che fotografa la differenza tra il calcio di ieri e quello di oggi: la distanza che separa il mondo del pallone dalla gente comune. «Io ricordo una famosa intervista di Beppe Viola a Gianni Rivera», rievoca Andreani. «Erano entrambi in piedi sul tram, confusi tra gli altri passeggeri che avevano di certo riconosciuto il giocatore, qualcuno aveva anche riconosciuto il giornalista: ma tutti si sono limitati ad osservare la scena od hanno continuato a parlare tra loro. Oggi sarebbe impensabile. Te l’immagini Fabio Caressa che intervista Mario Balotelli su un tram? Probabilmente nessuno dei due ne ha mai preso uno per necessità ed i giocatori, ormai, sono delle rockstar che vivono in un altro mondo, scollegato da quello dei comuni mortali. Se così non fosse dovrebbero uscire tutte le volte dal campo senza neanche più riuscire a camminare dallo sforzo fatto: se solo pensassero, mentre giocano, che il 90 per cento della gente che li sta a guardare guadagna mille o duemila euro al mese… Li giustifico solo perché hanno vent’anni e sono milionari: chissà come avrei reagito io. Ma proprio per questa ragione il calcio è una merda: è lo specchio di una società fondata su valori che io considero di merda».

Guardare al passato per riuscire a tenere fuori il naso dalla melma quotidiana: una regola di sopravvivenza che diventerà musica anche nel prossimo album del cantautore comasco. Molte canzoni hanno già preso vita ed i protagonisti sono già delineati: Alfredino Rampi, il bambino perso nel pozzo, e George Best, il talento affogato nel fondo di un bicchiere; Vincenzo Spagnolo, morto di tifo calcistico, e Gianluca Signorini, morto di calcio; Beppe Viola, intervistatore da tram, e don Luigi Gallo, agitatore dell’anima. «Si tratta di storie che sono anche la fotografia di un’epoca», sottolinea Andreani, affezionato soprattutto al brano dedicato al giornalista sportivo. «Era davvero un gigante rispetto ai suoi colleghi di oggi. E non solo per come trattava di sport e di calcio. Fabio Caressa potrebbe mai scrivere una canzone come Vincenzina e la fabbrica? Se devo cercare poesia non posso certo trovarla in Caressa ma in chi è stato capace di scrivere versi come Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui, sto Rivera che ormai non mi segna più, che tristezza, il padrone non c’ha neanche ‘sti problemi qua…».

In una ventina di parole ecco il nocciolo del rapporto calcio-società dell’epoca. «Non poteva non scriverle così, Beppe Viola», spiega ancora Andreani. «In quel riflessivo lì, su Rivera che ormai non mi gioca più, c’è Vincenzina che dice: io son qua che mi chiude la fabbrica e, cazzo, Rivera non mi fa più gol. Vedere la partita era questo: togliere la testa dalla fabbrica che chiude e concentrarsi su Rivera almeno per novanta minuti. Allora c’era anche il ciclismo ad appassionare e a rappresentare la società italiana forse più del calcio. Non a caso il grande Gianni Brera (un altro al quale ha dedicato una canzone, ndr) diceva che la bicicletta non doveva chiamarsi così ma anticavallo perché da quando la gente era salita in sella non aveva più dovuto dare da mangiare all’animale».  Chissà se fra quarant’anni ci sarà qualcuno capace di scrivere canzoni e di far poesia sul calcio dei Caressa e dei Balotelli. «Non so. Non credo, però», è la sua convinzione. «Si cercherà ispirazione in altri ambiti. Beppe Viola, ad esempio, non avrebbe potuto scrivere una canzone su Margherita Hack: io invece sì. Oggi giornalisti come lui ci sono ancora. Ma di certo non vanno in televisione e forse per questo fra quarant’anni nessuno scriverà di loro».

Andreani, invece, ha potuto scrivere di Meroni. Una canzone che lo ha portato sotto la mitica curva granata, nel giorno dell’anniversario della morte del giocatore. «È stata un’esperienza che non si può descrivere», ricorda. «Non solo perché ho cantato la canzone o perché deposto i fiori sotto la curva assieme alla sorella del giocatore. Ma per tutto quello che è accaduto quel giorno allo stadio. La cosa che mi ha sconvolto di più è quella che non mi sarei mai aspettato: il silenzio con il quale il pubblico presente mi ha ascoltato cantare. Una situazione strana per chi sta sul palco, ma che mi ha dato i brividi. La cosa che invece mi porto nel cuore è una sensazione: che la canzone per Gigi fosse tornata a casa perché ho capito che non l’avevo fatta io, ma me l’aveva fatta fare qualcuno perché poi un giorno potessi riportarla lì». A spiegare – come Andreani fa dire da Meroni alla sua donna Cristiana – «che il dribbling è come un abito inglese: elegante, sfrontato, festoso, come Corto Maltese… E che il numero 7, alla schiena, è uno stile di vita… è solitudine, lungo la fascia… è fortuna, tra calce e fatica…».

© 30 novembre 2015

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