LA SIGNORA DELLO SPRINT

Sognava di fare la ballerina di danza classica. S’è accontentata di diventare la più forte velocista italiana di sempre, uomini compresi. Ché neanche a Pietro Mennea è mai riuscito di fare una finale olimpica nei 100 metri. Mentre Giuseppina Leone ne ha messe due nel suo  albo d’oro: una a Melbourne 1956, chiusa al quinto posto, e l’altra a Roma 1960. Quella che l’ha resa un’eccezione azzurra. Grazie a quel terzo posto è ancora oggi l’unica sprinter ad essere salita su un podio olimpico. E tale resterà anche dopo Rio 2016 visto che in Brasile il programma di atletica leggera che prenderà il via domani non vede azzurri né azzurre iscritti alle gare dei 100 metri piani. Cosa già accaduta quattro anni fa a Londra 2012.

ITALIANI TARTARUGHE? Con l’unica eccezione di Pietro Mennea – ma solo per quanto riguarda i 200 metri – e Giuseppina Leone sì. Anche se l’assenza di sprinter tricolori alle Olimpiadi per due edizioni di seguito non si era mai verificata da quando, nel 1900, l’Italia è tra le partecipanti. A rimarcare la grandezza della Leone ci sono i numeri: sono infatti 32 gli italiani che nella storia olimpica hanno gareggiato nella prova di atletica più veloce, e 14 le italiane. Con tre partecipazioni ci sono la Leone (Helsinki 1952, Melbourne 1956 e Roma 1960) e Stefano Tilli (Los Angeles 1984, Atlanta 1996 e Sydney 2000); con due Simone Collio (Pechino 2008 e Londra 2012), Pier Francesco Pavoni (Los Angeles 1984 e Seoul 1988), Gaspare Torretta (ai Giochi olimpici intermedi di Atene 1906 a Londra 1908) e Vittorio Zucca (Anversa 1920 e Parigi 1924) tra gli uomini e Liliana Tagliaferri (Londra 1948 ed Helsinki 1952) e Marisa Masullo (Mosca 1980 e Seoul 1988: a Los Angeles 1984 gareggiò solo nei 200 e nella 4 per 400) tra le donne. Così, il miglior piazzamento nei 100 metri olimpici di un azzurro si perde nella notte dei tempi: il quinto posto in semifinale di Gaspare Torretta, classe 1883, ai Giochi intermedi di Atene del 1906. Il milanese, che l’anno prima aveva stabilito il suo personale con 11”6, giunse secondo nelle batteria corsa la mattina del 25 aprile e solo quinto nella terza semifinale del pomeriggio. Gli andò male due giorni dopo anche nel lungo: 17esimo con un misero 5,65.

LA LEONESSA GIUSY. Essendo nata pochi giorni prima del Natale 1934, quando esordisce alle Olimpiadi di Helsinki 1952 Giusy Leone non ha ancora compiuto 18 anni. Timida, piena di energia, il fisico da modella, in Finlandia deve pagare il prezzo che tocca ad ogni matricola. «In quel periodo, tra allenamenti e gare vivevo come una collegiale», ricorda. «Il viaggio in treno, ad esempio, fu divertentissimo: tra gli atleti regnava grande allegria. Ero considerata una matricola: mi mandavano in giro per i vagoni a cercare il vino. Ho un ricordo bellissimo anche dei finlandesi, che seguivano con passione l’atletica. Quando giravo per la città con Consolino (Adolfo Consolini) che era il mio idolo, i ragazzi gli offrivano dei fiori per dimostrargli il loro affetto». Ma la timidezza scompare quando scende in pista. Il 21 luglio vince la sesta batteria eliminatoria con 12”2, ma nel turno successivo lo stesso tempo le vale il quarto posto e l’eliminazione. Quattro anni dopo, però, arriva a Melbourne forte del primato europeo appena fatto: 11”4. Il 24 novembre 1956 vince la sua batteria al mattino (11”8) ed arriva terza nella semifinale del pomeriggio (12”1). Il giorno dopo in finale fa segnare un ottimo 11”9 che le vale, però, solo il quinto posto.

PADRONA IN ITALIA. Nel frattempo in patria Giuseppina Leone non ha rivali. Non a caso vincerà i campionati nazionali per nove anni di fila, dal 1952 al 1960. Già… il Sessanta: anno olimpico. Ed i Giochi si fanno in casa. Lei è una torinese approdata all’atletica per caso: sognava la danza classica ed i genitori la volevano nuotatrice. Il destino decise altrimenti. Non a caso la futura campionessa nacque pochi mesi dopo la prima edizione dei campionati europei di atletica leggera che si erano svolti proprio all’ombra della Mole Antonelliana dal 7 al 9 settembre 1934. Manifestazione tutta al maschile perché le donne furono ammesse solo nell’edizione successiva del 1938, anche se in una sede diversa (Vienna) da quella riservata agli uomini (Parigi). La pista diventa così la casa di Giusy. E la maglia azzurra – ne collezionerà 28 in carriera – un’abitudine. A farle compagnia, poi, arriverà presto un ragazzino più giovane di cinque anni, torinese come lei, baciato dal destino come lei e veloce anche più di lei: Livio Berruti. Entrambi illumineranno Roma 1960. Poi Leone lascerà l’atletica e sposerà il quattrocentista romano Mario Paoletti scomparso sei anni fa. Prima, però, ha un appuntamento con la storia da rispettare.

LA GAZZELLA NERA. Per l’atletica femminile azzurra Roma 1960 non fu certo una grande Olimpiade. Ad illuminare ci pensò, appunto, Giuseppina Leone. Non senza qualche rimpianto. Innanzitutto per il destino cinico e baro che le mise di fronte l’atleta più bella, aggraziata, veloce e talentuosa di sempre: Wilma Rudolph. Una «gazzella nera» che, come si direbbe oggi, faceva gara a sé. Nei 100 come nei 200. Il programma prevedeva la corsa veloce tra l’1 ed il 2 settembre. Le atlete destinate a salire sul podio non si incrociarono mai prima delle semifinali, vincendo regolarmente le due serie di batterie di ammissione. L’italiana regolò tutte con 11”7 e lo stesso fecero l’inglese Dorothy Hyman (11”8) e la statunitense (11”5). Identica storia nei quarti: Rudolph bissa l’11”5, Leone si amministra con un 12” netto e l’inglese migliora con 11”6. La prima semifinale, corsa la mattina del 2 settembre, mise subito di fronte Wilma e Giiusy, con la Tigerbelle capace di mettere il suo doppio sigillo: prima con il nuovo record del mondo eguagliato ad 11”3. Ma l’azzurra è lì, ad un soffio lungo appena 30 centesimi: un secondo posto che le valse la finale del pomeriggio, dove approdò anche l’inglese Jennifer Ann Smart terza con 11”8. L’altra eliminatoria è assai più combattuta: tutte le sei contendenti arrivarono nello spazio di 40 centesimi di secondo: la Hyman davanti a tutte con 11”5, poi la sovietica Marija Itkina, la francese Catherine Capdeville e la statunitense Barbara Jones, tutto accreditate di 11”7, anche se toccherà alla connazionale di Rudolph restare fuori. Le ultime due, la polacca Teresa Ciepky e l’australiana Marlene Mathews chiudono con 11”9.

DAL BRONZO ALLA DELUSIONE. La finale dei 100 metri piani di Roma 1960 è fissata in uno splendido pomeriggio di sole romano. E vedrà due corse in una. La prima, quella dell’extraterrestre Wilma Rudolph, è una gara a sé lungo una sorta di corsia preferenziale. Scriverà mezzo secolo dopo David Maraniss nel suo Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondoNessuna correva come Skeeter (moscerino, in slang: il soprannome dato all’atleta americana. Ndr), con la sua testa alta: sciolta, leggera, con un passo bellissimo. Tagliò il filo di lana tre falcate e tre decimi di secondo prima di tutte». Quelle che correvano l’«altra» corsa. In seconda corsia c’è Dorothy Hyman, in sesta Giusy Leone: arriveranno in quest’ordine, separate da 5 centesimi di secondo per quello che è ancora oggi l’unico podio mai conquistato dall’atletica italiana nei 100 metri. Uomini compresi.E pensare che la gara preferita della torinese erano i 200 metri. Per quella distanza si sentiva particolarmente in forma e se aveva centrato una medaglia in verità inaspettata nei 100… La trafila che portò alla seconda finale iniziò il 3 settembre, con un solo giorno di riposo dopo la gara veloce. Sei batterie con 29 partenti in totale: si qualificano le prime due più i migliori due tempi. Iniziò l’azzurra, che regolò le avversarie in scioltezza con un buon 23”7. Chiuse le batterie Wilma Rudolph, che era anche primatista mondiale della distanza con 22”9: anche lei in scioltezza, piazza un 23”2 e lascia tutte a quasi un secondo. Due giorni dopo, di mattina, toccò alle semifinali. Giusy corse spalla a spalla con Dorothy Hymann e vinse anche se di solo 11 centesimi sull’inglese; il «moscerino» americano, invece, non sembrò avere rivali, vincendo facile con 23”7. La finale è nel pomeriggio di quel 5 settembre 1960. Oltre le tre medagliate dei 100 metri, sui blocchi di partenza ci sono anche la tedesca Jutta Heine, la sovietica Marija Itkina e la polacca Barbara Janiszewska. L’italiana non parte male ma a metà curva commette un errore fatale: vede sfilarle accanto proprio la Rudolph, che agli 80 metri ha già annullato il decalage, e tenta di starle dietro. Impresa impossibile, che costa cara. Giusy entra nel rettilineo in seconda posizione ma ha sprecato troppe energie. Risultato: crollerà nel finale giungendo ultima. Pagando il tributo a quella che sta diventando la Signora dei Giochi di Roma ’60. «La medaglia di Roma fu un’emozione molto forte», racconterà in seguito l’atleta azzurra. «Ricordo Wilma Rudolph che correva elegante come una gazzella: sembrava volasse. Però ho anche un rimpianto legato alla finale dei 200. Abituata ad allenarmi sulla distanza di 100-150 metri, quando l’atleta americana mi superò feci una cretinata: rallentai. Non avevo realizzato di essere in linea con le altre. In realtà potevo arrivare seconda».

CON I SE E CON I MA… La storia ormai è scritta. E dice che Giuseppina Leone è l’unico atleta azzurro ad essere salito su un podio della velocità nell’atletica leggera. Pietro Mennea ha altri – ed infiniti – meriti sportivi. Ma da allora – ed è passato più di mezzo secolo – stiamo aspettando qualcuno o qualcuna capace di farci rivivere quelle emozioni. Magari pescando in territori lontani: in quegli Stati Uniti che, appunto, nel 1960 hanno regalato al mondo il talento di Wilma Rudolph. E che oggi avrebbero potuto regalare l’erede di quella che oggi è una signora ultraottantenne. Parliamo di Hannah Cunliffe, velocista nata in Oregon vent’anni fa, che ha chiesto la nazionalità italiana. Accreditata di un tempo inferiore agli 11 secondi sui 100 metri piani, grazie ai trisnonni Giovanni Manza e Giulia Rende ha potuto depositare la pratica al consolato italiano di San Francisco. Peccato solo che la corsa sia partita troppo a ridosso dei Giochi di Rio 2016, dove Fidal e Coni avevano sperato di poter iscrivere la ragazza nella gara che fu di Giusy Leone. «Se le cose andranno bene potremo avere una grande atleta già ai Giochi Olimpici di Rio», aveva dichiarato un ottimista Gianni Malagò. Peccato, però, che i termini di iscrizione alle gare siano ormai passati. Lo scoglio che ha fatto saltare tutto riguarda proprio il trisavolo. Originario, come la moglie, di Figline Vegliaturo in provincia di Cosenza, non si sa ancora se, una volta emigrato negli Stati Uniti, abbia perso o meno la cittadinanza italiana. «Le autorità competenti, da ambo le parti dell’oceano, a partire dai ministeri degli Esteri, sono al lavoro», scriveva la Gazzetta dello sport il 13 maggio scorso. «La situazione potrebbe sbloccarsi a breve. La famiglia, peraltro, nei decenni ha continuato a far base nello Stato di Washington, nel nordovest degli Stati Uniti e oggi risiede a Seattle». Peccato che da allora non si sia saputo più nulla. E che il nome di Hannah Cunliffe non compaia tra 38 nomi che compongono la spedizione azzurra per l’atletica leggera. Per l’erede di Giusy Leone, insomma, bisognerà aspettare Tokyo 2020. O, perché no, Roma 2024.

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© 11 agosto 2016

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