GIOCHI E GUERRA FREDDA

È il Primo maggio 1960. In Italia si festeggia la festa dei lavoratori mentre comunque, a Roma, i cantieri olimpici non fermano l’attività. Fra poco più di cento giorni la sfilata inaugurale darà il via alla XVII Olimpiade dell’era moderna. Anche a Mosca è festa nazionale. Ma al Cremlino non si pensa alla celebrazioni. Anzi. Nikita Sergeevič Krusciov, segretario del comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, sta decidendo se far abbattere o no un aereo che sta sorvolando il suo paese. Si tratta di un Loockheed U-2 che la Cia aveva commissionato per poter spiare l’«impero del male» dal cielo. In Italia invece che ai missili si pensa alle mine. Anzi, ad una sola: Mina Anna Maria Mazzini, la giovanissima e talentuosa cantante di Cremona che ad inizio d’anno ha esordito non ancora ventenne al Festival di Sanremo. A farle concorrenza nei negozi di dischi c’è un certo Elvis Presley che ha inciso la sua versione di ’O sole mio mentre in patria, appena concluso il servizio militare, ha messo sul mercato un Lp di 12 brani dal titolo Elvis is back.

LA CRISI DELL’U-2. In Italia, insomma, in quel primo giorno di maggio 1960 si canta e si attende l’estate mentre in tutto il mondo gli atleti di ogni disciplina stanno rifinendo la preparazione per l’appuntamento più importante del quadriennio: i Giochi di Roma. Alle 6.20 del mattino, però, Nikita Krusciov dà l’ordine: «Abbattetelo!». In realtà solo uno dei 14 missili S-75 lanciati esploderà nelle vicinanze dell’aereo-spia: l’onda d’urto provocherà la perdita della coda, con conseguente caduta a vite e distacco delle ali. Il pilota, Francis Gary Powers, non riuscirà ad azionare il sedile eiettabile ma sopravviverà alla caduta: sarà catturato nei pressi di Sverdlovsk, oggi Ekaterinburg, principale centro industriale e culturale della regione degli Urali. Il 29enne, arruolato dalla centrale di spionaggio già durante la guerra di Corea, sarà processato e condannato a tre anni di carcere e a successivi sette anni di lavori forzati. In realtà ne sconterà due e mezzo: il 10 febbraio 1962 sarà infatti scambiato insieme allo studente americano Frederic Pryor con una spia del Kgb – Vilyam Fisher, più noto come Rudolf Abel – sul «ponte delle spie» di Berlino. Steven Spielberg lo racconterà oltre mezzo secolo dopo – pur con le libertà artistiche del caso – nell’omonimo film.

È LA GUERRA FREDDA, BELLEZZA. La sentenza che condannava Francis Gary Powers per spionaggio militare verrà pronunciata una settimana prima della cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici, mentre la tensione tra Usa e Urss toccava picchi preoccupanti, provocando come effetto secondario – ma non meno importante – una battaglia che ha avuto come quinte le vestigia della Roma imperiale e come palcoscenico le Olimpiadi del 1960. Per le due superpotenze mondiali quello sportivo è stato infatti uno dei terreni della sfida durata mezzo secolo, tra sport e politica, propaganda ed agonismo, diplomazia e sudore. A caccia di record e medaglie d’oro capaci di celebrare quella supremazia politica ed ideologica che entrambe ricercavano e reclamavano. E proprio a partire da Roma ’60 il podio olimpico non sarà più soltanto il sogno di ogni atleta, frutto di sacrifici e talento, ma un dono da immolare all’orgoglio nazionale affinché la politica potesse farne una bandiera ed un’arma in quella che passerà alla storia come Guerra fredda.

I TEMPI CAMBIANO. Roma 1960 fu un evento rivoluzionario. Per le nuove tecniche di organizzazione e di comunicazione di massa che vennero sperimentate per la prima volta. Per la diffusione di idee nuove. Per la presenza di popoli che in quei giorni vissero insieme in un clima di fratellanza. Perché superò la concezione di De Coubertin, evidenziando come lo sport fosse ormai legato alle contrattazioni economiche, all’ansia da prestazione, all’incubo delle classifiche. Ma Roma ’60 fu anche il teatro in cui si completò un processo iniziato otto anni prima ad Helsinki, dove per la prima volta alle Olimpiadi aveva sventolato la bandiera dell’Unione sovietica. Una contrapposizione – quella tra Usa ed Urss – che vivrà di imprese sportive ma anche di polemiche roventi sul cosiddetto «dilettantismo di stato» prima e sull’uso sistematico del doping poi. A Roma – come era già successo quattro anni prima a Melbourne 1956 – i sovietici domineranno il medagliere sia per i successi (43 ori contro i 34 degli americani) che in termini assoluti (103 volte sul podio contro 71). Più di un campanello d’allarme per un’America che stava scoprendo la Nuova frontiera (John Fitzgerald Kennedy verrà eletto presidente 54 giorni dopo lo spegnimento del braciere olimpico) e contemporaneamente vedeva i sovietici lanciare già cinque satelliti artificiali nello spazio: il settimo, quello con Juri Gagarin a bordo, volerà nello spazio nel 1961. Non a caso dopo Roma ’60 le università pubbliche degli States cominciarono ad affrontare la preparazione sportiva in modo più aggressivo e sistematico, puntando molto sugli atleti neri che fino ad allora venivano mal sopportati e più spesso emarginati e che proprio a Roma, invece, ebbero grandi successi.

LE SPINE DELLA ROSA OLIMPICA. Anche in Italia la situazione non poteva certo dirsi tranquilla. Sul fronte interno c’era stata la crisi politica che aveva portato alla nascita del governo Tambroni, poi spazzato via dalle proteste antifasciste di piazza in giugno e luglio. Su fronte internazionale un mese prima dell’inizio dei Giochi era arrivata la dichiarazione d’indipendenza della Somalia che aveva cancellato l’impero di mussoliniana memoria. E le grane politiche non mancavano certo agli organizzatori delle Olimpiadi. Il Comitato olimpico internazionale fu infatti costretto a chiudere un occhio sulla guerra di spie che dietro le quinte divideva americani e sovietici, ma non poté esimersi dall’affrontare tre questioni potenzialmente esplosive: il caso Germania, la questione cinese e il problema Sudafrica.

FUSIONE FREDDA. Nel 1936 la Germania nazista aveva ospitato le ultime Olimpiadi prima che il mondo sprofondasse nell’inferno della guerra. Come potenza sconfitta militarmente e con una nazione letteralmente rasa al suolo dagli aerei e dai cannoni nemici, ovviamente aveva altro da pensare nel 1948, quando i Giochi tornarono a celebrare la nuova edizione. Ma quel che rimaneva del Terzo Reich era anche un territorio diviso e controllato dalla coalizione Usa-Inghilterra-Francia da una parte e dall’Unione sovietica dall’altra. Nel 1960 quello che in Occidente si chiamerà muro di Berlino – e che nel blocco sovietico denomineranno «barriera di protezione antifascista» – ancora non esiste fisicamente: diventerà realtà esattamente un anno dopo. Quando anche la finzione di una Germania unita sotto il segno della fratellanza sportiva mostrerà tutti i suoi limiti. Eppure a Roma la delegazione tedesca fu una soltanto. Esattamente come quattro anni prima a Melbourne, quando fu un obbligo imposto ai vinti dai vincitori della guerra, ed in quanto tale mal sopportato dagli atleti di Est ed Ovest. Anche quella di Roma fu, di fatto, una «proposta irrinunciabile» avanzata dal Cio: o una squadra unificata o nessuna squadra. Dopo anni di negoziati ed una decina di incontri bilaterali, ogni aspetto della partecipazione fu definito fin nei minimi particolari e ratificato il 9 agosto 1960, appena 16 giorni prima della cerimonia inaugurale. La delegazione fece di tutto per salvaguardare la facciata. A guidarla c’erano Gerald Stock, della Repubblica Federale, ed il suo vice Manfred Ewald, della Repubblica Democratica. A Melbourne gli atleti dell’Est erano solo 37 su 167: alloggiarono e si allenarono il più lontano possibile dai loro «connazionali». A Roma i due dirigenti misero in mostra una cordialità ad uso e consumo dei mass media fin dal loro arrivo, anticipato di una settimana per organizzare al meglio il soggiorno dei 293 atleti (141 orientali).

DIVISE DAL MURO, UNITE DAL DOPING. Atleti ed allenatori tedeschi fecero buon viso a cattivo gioco: vissero insieme nel villaggio olimpico, si allenarono insieme e salutarono la bandiera rosso-nero-oro con i cinque cerchi al centro tutte le 42 volte che venne issata durante le cerimonie di premiazione di Roma 1960. Non cantarono inni, però: quello suonato dodici volte dalla banda non fu mai quello federale né quello democratico ma l’Inno alla gioia tratto dalla nona sinfonia di Ludwig van Beethoven. «Ogni forma d’espressione o manifestazione che avesse carattere riconoscibilmente politico era assolutamente interdetta», racconta David Maraniss in Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo.  E così accadde. Ma si trattava, appunto, di facciata. La divisione tra Germania Federale e Repubblica Democratica, tra Occidente ed Oriente, tra Capitalismo e Comunismo stava arrivando agli strappi decisivi. L’unità sportiva tedesca reggerà ancora altri quattro anni, fino a Tokyo 1964: poi sarà rottura definitiva. Nella Germania dell’Est la continuità sarà garantita da Manfred Ewald, che a Roma aveva 36 anni ma un passato già ricco di cambi di casacca. Nato in una città che oggi è in Polonia, era stato nella Gioventù hitleriana ed aveva frequentato la scuola che educava l’élite nazista. Combattè sul fronte russo e fu fatto prigioniero: al ritorno a casa, nel territorio sotto il controllo dell’Urss, entrò nel Partito comunista facendo carriera sia in campo sportivo che in quello politico. Dopo Roma ’60 divenne ministro dello Sport della Germania democratica e membro del Comitato centrale dello Stato. Fu proprio Manfred Ewald ad avviare, con la collaborazione del medico Manfred Hopper, il programma di rafforzamento degli atleti del suo Paese. Un regime di assunzione quotidiana di steroidi ed altre sostanze dopanti – definiti «mezzi di supporto» – con l’obiettivo di migliorare le prestazioni sportive. Quando, con la caduta del muro di Berlino, tutto verrà alla luce, si parlerà di almeno 10mila atleti coinvolti in un ventennio. Un progetto che non risparmiò l’altra Germania, dove solo negli ultimi anni è emerso come anche dall’altra parte del muro si facesse uso sistematico di aiuti chimici. Il primo allarme fu lanciato nel 2013 dalla Humboldt University di Berlino, che puntò l’indice sul mondo del calcio: la Germania Ovest avrebbe infatti fatto uso di doping durante i Mondiali del 1966 (quelli persi in finale con l’Inghilterra con lo storico gol fantasma di Hurst) per poi trasformare il doping in pratica sistematica nella prima parte degli anni ’70. Lo stesso studio avrebbe poi allargato il campo alle discipline olimpiche tedesche, soprattutto per quanto riguarda le Olimpiadi da Città del Messico (1968) a Los Angeles (1984).

QUALE CINA? La partecipazione tedesca alla sfilata in augurale di Roma 1960 restò in dubbio fino all’ultimo momento. Tanto che quando il presidente della Repubblica italiana, Giovanni Gronchi, vide spuntare dal sottopassaggio dello stadio Olimpico la bandiera della Germania con dietro gli atleti dell’Ovest e dell’Est insieme, esclamò entusiasta: «Incredibile». Entusiasmo che contagiò l’intero impianto, completo in ogni ordine di posto. «All’improvviso il fragore degli applausi si è fatto più intenso quando le due Germanie hanno sfilato fianco a fianco sotto un’unica bandiera. L’ideologia è stata messa da parte, per un momento almeno», scriverà il Washington Post. Peccato che pochi minuti prima – le delegazioni sfilavano in ordine alfabetico – lo stesso stadio avesse assistito ammutolito alla protesta educata ma assai ferma della squadra di Formosa. Anche quella partecipazione (27 atleti in tutto) era stata argomento di trattativa fino all’ultimo momento e l’aereo con la delegazione era atterrato a Roma quella mattina stessa. Nessun velivolo era invece partito da Pechino visto che lo Stato più popolato al mondo – la Repubblica Popolare di Cina – si era autoescluso dal movimento olimpico due anni prima. Una protesta che nasceva dal non riconoscimento del piccolissimo stato-isola di Taiwan (Formosa in italiano), considerato parte integrante del territorio cinese. I rappresentato di Taipei avevano già ordinato spille e tute con la scritta «China olimpics» ed avevano tutta l’intenzione di sfilare dietro il cartello con l’indicazione Repubblica di Cina. Il Comitato olimpico internazionale, però, aveva già deliberato in proposito richiamandosi alla regola secondo la quale «un comitato può, al suo interno, chiamarsi come desidera ma nelle competizioni internazionali deve assumere il nome corrispondente al territorio che rappresenta». Dunque l’isola di Taiwan (o Formosa) non poteva definirsi come Cina. Chi, invece, poteva farlo – i dirigenti di Pechino – pretendevano invece l’espulsione della Cina nazionalista dal Cio: non avendola ottenuta decisero per l’Avventino olimpico. Nonostante l’anno prima, alle Universiadi di Torino, le due squadre avessero partecipato con i loro rispettivi nomi. Quel 25 agosto 1960, dunque, gli spettatori dell’Olimpico videro arrivare la delegazione che marciava impettita dietro il cartello che li definiva Formosa, ma con indosso la tuta con la scritta Repubblica di Cina. Appena il gruppo passò davanti alla tribuna d’onore il dirigente che era immediatamente dietro a quello con il cartello alzò le braccia dispiegando un grande foglio bianco con la scritta Under protest e lo tenne bene in vista lungo tutto il rettilineo della pista. Una protesta che passò quasi inosservata e che le telecamere della Rai si guardarono bene dall’inquadrare.

L’AFRICA SI AFFRANCA. Non passò inosservata, anche se venne sepolta sotto molta sabbia diplomatica, la questione legata alla partecipazione a Roma ’60 del Sudafrica. Uno Stato nel quale il regime di apartheid discriminava nella maniera più violenta decine di milioni di cittadini africani a vantaggio di una ristrettissima minoranza bianca. In totale spregio della Carta olimpica, là dove dichiara che nessun atleta può essere discriminato per ragioni razziali, ideologiche o religiose. Qualche mese prima ai calciatori di colore della nazionale del Brasile erano stati rifiutati i visti di entrata nel Paese: un fatto che aveva di nuovo riacceso i riflettori su una situazione già di per sé esplosiva. Proprio in quel 1960 ben undici stati africani avevano dichiarato la propria indipendenza. Nove prima dell’inizio delle Olimpiadi: il Camerun, il Senegal, il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Repubblica del Congo ed il Gabon dalla Francia; il Congo dal Belgio; la Somalia dall’Italia. Dopo la fine dei Giochi la Nigeria dall’Inghilterra e la Mauritania dalla Francia. Eppure il Comitato olimpico internazionale fece propria la posizione del Sudafrica, nonostante le critiche dei movimenti sportivi africani e non solo: «Non esisteva discriminazione contro gli atleti di colore nel suo paese. E se il Sudafrica presentava una squadra di soli bianchi era perché gli atleti neri non avevano alcun interesse nello sport e, dunque, non si erano guadagnati la selezione». L’accusa di razzismo non scalfì l’immarcescibile presidente del Cio Every Brundage, capace di resistere nella sua lunghissima carriera a ben altro: la simpatia più che evidente e pubblicizzata verso il nazismo, ad esempio. «Dopo i Giochi di Roma procederemo ad un più attento esame della questione», promise. E, per una volta, mantenne. Sotto le pressioni internazionali il Comitato olimpico sudafricano non venne più invitato a partecipare all’attività dal 1962 e venne addirittura espulso nel 1972, dopo che si era rifiutato di condannare l’apartheid. A Roma, dunque, il Sudafrica razzista fece la sua ultima comparsa: verrà riaccolto nel consesso olimpico nel 1992, appena in tempo per i Giochi di Barcellona.

CACCIATORI DI TESTE. Come detto, le Olimpiadi di Roma 1960 vissero dietro le quinte una cruenta guerra diplomatica tra le due superpotenze mondiali. Al punto che la capitale italiana durante i Giochi vide schierate più spie che atleti. Ed anche questi ultimi finirono per diventare protagonisti – inconsapevoli o meno – del braccio di ferro propagandistico. Nei bagagli dei componenti la squadra statunitense in arrivo a Roma, tra attrezzi ed abbigliamenti sportivi, figuravano materiali propagandistici vari da distribuire al villaggio olimpico: compendi in lingua indispensabili per insegnare come dire in italiano frasi tipo: Tua sorella è molto bella, ma anche copie della Dichiarazione di indipendenza ed un opuscolo prodotto dalla Cia sulle virtù della vita americana, entrambi tradotti in russo. Mosca, intanto, aveva fatto partire una potentissima campagna di stampa per far sapere al mondo che «i nostri atleti sono i rappresentanti del nuovo ordine socialista, nel quale l’equilibrio mentale e la purezza morale si accompagnano armoniosamente al vigore fisico». Una strategia propagandistica che aveva il suo cavallo di battaglia nella segregazione razziale, la madre di tutte «le contraddizioni insite nella democrazia occidentale». Attacchi niente affatto folcloristici. Anzi: preoccupavano non poco Washington perché, avvertiva un memorandum inviato alla vigilia delle Olimpiadi di Roma alla Commissione per le attività di informazione all’estero, «i russi hanno capito che lo Sputnik, il missile balistico sovietico, il balletto del Bolshoi o una vittoria russa a Roma 1960 hanno un impatto propagandistico sicuramente superiore a quello dei soli discorsi».

Fu così che l’obiettivo di entrambi gli schieramenti divenne quello di aggiungere alle medaglie olimpiche altri tipi di trofei. Come, ad esempio, un atleta del campo avversario da strappare al nemico. Il caso più emblematico è quello che coinvolse Igor Ter-Ovanesjan, saltatore in lungo sovietico. La Cia lo individuò come «obiettivo possibile» durante il meeting di atletica leggera che nel 1959 aveva visto confrontarsi a Mosca Urss ed Usa. I motivi? Il «principe Igor», come lo chiamavano in patria per il suo nobile portamento, tra una gara ed un allenamento aveva studiato ed imparato l’inglese da autodidatta ed era diventato un assiduo ascoltatore di «Voice of America»: il servizio ufficiale radiofonico del governo federale degli Stati Uniti che dal 1942 produceva un’ampia serie di programmi, trasmessi soprattutto sulle frequenze dei Paesi appartenenti al blocco socialista, per promuovere una visione più positiva degli Stati Uniti d’America. Non solo: il saltatore sfruttava le tournée sportive nelle città europee per fare incetta di dischi di jazz. In particolare quelli di Louis Armstrong, del quale era un fervido ammiratore.

Gli americani tentarono la stessa carta anche con Imants Lesinkis: ufficialmente inviato sportivo della Dzimtenes Balss (Voce della terra), quindicinale di informazione di Riga, in Lettonia; in realtà agente del Kgb col compito di ingraziarsi gli esuli lettoni presenti nella squadra olimpica australiana per poi convincerli a far ritorno in patria. Mentre l’unico tentativo conosciuto di approccio dei sovietici ad un atleta americano ebbe per protagonista il sollevatore di pesi James Bradford. Fresco di medaglia d’argento nella categoria Open, infatti, l’afroamericano fu contattato direttamente dal campione russo Yury Vlasov, lo stesso che gli aveva soffiato l’oro. Un’amicizia che fruttò anche una visita di Bradford in Unione Sovietica, dove fu scorrazzato a bordo di un’auto che i russi avevano fatto costruire appositamente per poterla regalare a Dwight D. Eisenhower, ma che poi finì a Vlasov dopo la cancellazione del summit che doveva portare il presidente statunitense a Mosca. Nonostante Bradford si dichiarasse molto impressionato dall’alto livello del sistema educativo e sportivo sovietico, il tentativo di reclutamento fallì.

IL DOPPIOGIOCHISTA. Il piano della Cia per convincere Igor Ter-Ovanesjan a fuggire in Occidente scattò due settimane prima dell’inaugurazione di Roma 1960. Quando, la mattina del 13 agosto, un telefono squillò in una camera del Vanderbilt hotel di Manhattan. David Sime, sprinter della selezione americana in odore di medaglia, rispose di malavoglia: debilitato da una forte influenza stava cercando di rimettersi in sesto prima di imbarcarsi verso l’Italia. «Sono mister Wolf, chiamo su incarico del governo e devo parlarle. Gli Stati Uniti hanno bisogno del suo aiuto», disse una voce calma ma ferma, senza nessun accento dialettale. Una volta salito in camera l’agente federale aggiunse poche altre parole: «Ci piacerebbe tu venissi a Washington. Ti riporteremo a New York in serata». Lì per lì Sime pensò ad uno scherzo ma, evidentemente, mister Wolf seppe essere molto convincente. Un paio d’ore dopo erano in una stanza isolata, dentro un edificio sprovvisto di ogni segno di identificazione, ed a mister Wolf s’era aggiunto un secondo agente. «Non avevo la minima idea di dove mi trovassi», racconterà Sime in seguito. «Il nome dell’atleta russo è Igor Ter-Ovanesjan, mi dissero facendomi vedere una sua foto. Volevano che fossi io ad avvicinarlo perché ero uno studente di medicina e pensavano che questo potesse tornare utile. E mi spiegarono che dovevo convincerlo a fuggire in America. Ti contatteremo a Roma e se ce la fai è da lì che partiremo». Così il 24enne si ritrovò a essere candidato per una doppia impresa olimpica: i cento metri e l’evasione di un sovietico.

Anche Imants Lesinkis si ritrovò a Roma con un doppio incarico. Arrivato come agente del Kgb travestito da giornalista, era una spia in crisi. Doveva convincere i profughi fuggiti dalla repubblica baltica dopo la fine della guerra che in Lettonia la vita era tutta rose e fiori e che il regime filosovietico era una sentinella della democrazia: ma era lui stesso il primo ad avere dei dubbi. La repressione violenta della rivoluzione ungherese era stato un duro colpo da digerire. Poi era arrivata la caduta in disgrazia del leader comunista lettone Eduards Berklavs: lo stesso che aveva indirizzato Lesinkis ad una scuola russa d’élite. Il vicepresidente del consiglio dei ministri propugnava un socialismo dal volto umano e finì per essere accusato di nazionalismo ed esautorato dalla carica. Mancavano pochi giorni al via delle gare e la spia del Kgb che aveva deciso di varcare i cancelli dell’ambasciata statunitense di via Veneto era un uomo disilluso. Parlava poco e male l’inglese, ma benissimo il francese ed il tedesco. Il funzionario americano che se lo trovò di fronte ci mise un bel po’ prima di trovare il traduttore in grado di raccogliere lo sfogo di un comunista pentito che chiedeva asilo politico. La risposta degli americani fu un’ulteriore richiesta: perché fuggire negli Stati Uniti, col rischio di non poter più rivedere la moglie e la piccola figlia Ieva, quando poteva restare nel Kgb, scalare posizioni gerarchiche e servire la sua nuova patria ideologica svelando i meccanismi interni del sistema sovietico? Fu così che Imants Lesinskin divenne un doppiogiochista. Fino al 1974, quando si rifugerà negli Usa con la figlia.

ANCHE LE SPIE SBAGLIANO. Naufragò, invece, il piano per favorire la defezione di Igor Ter-Ovanesjan. E non per colpa di Dave Sime, il quale ce la mise davvero tutta. Del resto era un esperto visto che non era la prima volta che  lavorava per il governo. Aveva infatti già partecipato ad un viaggio in Malesia con un gruppo di atleti e personaggi dello spettacolo sponsorizzato appunto dal Dipartimento di Stato. Lo sprinter decise di entrare in azione il 28 agosto. Era domenica e, come previsto dagli organizzatori su «suggerimento» del Vaticano, non erano previste gare. Giornata libera per gli atleti, quindi. Così, ad esempio, una delegazione russa partecipò ad un incontro politico-conviviale organizzato dal sindacato della  Cgil in una borgata romana. Con alcune defezioni, però. Igor Ter-Ovanesjan, infatti, aveva accettato l’invito a cena di Sime, che nel frattempo era stato raggiunto dalla moglie Betty. Appuntamento al ristorante Scoglio di Frisio che ancora oggi – dopo essere stato una delle cattedrali della Dolce vita – attira i turisti in via Merulana. Tra una piatto di pastasciutta ed un’insalata si parlò del futuro e Sime ne approfittò per proporre al saltatore un incontro con un altro americano che voleva assolutamente conoscerlo. «Accettò», racconterà poi. «Ma solo a patto che fossimo presenti anche io e mia moglie. Aveva un po’ di paura ma confessò di essere molto interessato».

Il secondo rendez vous, quello decisivo, fu fissato per la domenica successiva, 4 settembre, sempre perché le gare erano sospese. Il sovietico ci arrivò con una medaglia in più: il bronzo vinto nel salto in lungo dietro i due statunitensi Ralph Boston ed Irvin Bo Robertson. Sime con l’argento dei 100 metri dominati dal tedesco Armin Hari. Stesso ristorante ma clima assai diverso. Igor è teso, convinto com’è che alcuni agenti del Kgb lo stiano seguendo. L’americano è bravo a tranquillizzarlo fino a quando spunta mister Wolf. Il quale, racconta lo stesso Sime, «non dà nemmeno un’occhiata a me e mia moglie. Si siede, punta dritto su Igor ed attacca immediatamente a parlargli nel suo dialetto russo. E lui va nel panico. Panico vero». Non solo. Mister Wolf chiede alla coppia americana di allontanarsi ma il sovietico si oppone: «Non voglio parlare con te da solo: io esco con loro». Il troppo poco scaltro mister Wolf dovette abbandonare il ristorante ed il piano di defezione. Il quale aveva comunque scarsissime possibilità di riuscita. Ter-Ovanesjan non era assolutamente pronto a mettere in discussione la sua vita in Unione Sovietica. Come dimostrò negli anni successivi quando andò molte volte negli Usa, sempre con cento occhi che ne seguivano ogni mossa e, addirittura, ne leggevano il labiale. Attenzioni che – forse – gli impedirono di disertare, non di essere un atleta vincente. Vinse un altro bronzo quattro anni dopo a Tokyo, superò due volte il record del mondo, diventò un allenatore molto stimato e poi vicepresidente della FederAtletica sovietica. Dave Sime, invece, dopo aver visto infrangersi il sogno di diventare pilota militare (era daltonico) abbandonò l’idea di darsi al professionismo (rifiutò la chiamata della Nfl) per laurearsi in oftalmologia diventando un pioniere dei trapianti della lente intraoculare. Ognuno nel proprio Paese.

© 8 luglio 2016

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