PRIMO PODIO DELLE AZZURRE

C’è un filo rosa – destinato a diventare d’argento – che lega una dozzina di ragazzine pavesi alla francese Alice Joséphine Marie Million. Nel 1917, quando la 34enne nuotatrice e canoista di Nantes creava, diventandone prima tesoriera e poi presidente, la Fédération des sociétés féminines sportives de France, a Pavia nessuno ancora immaginava che in diverse case della città sgambettassero bambine destinate ad entrare nella storia dello sport. Lavinia Gianani e Diana Passavini erano le più «vecchie»: sei anni. Germana Malabarba e Carolina Tronconi ne avevano due di meno; Bianca Ambrosetti, Viviana Giorgi, Luigina Perversi, Luisa Stanzini e Rita Vittadini ne compivano tre; Carla Marangoni due; Luigina Giavotti e Iole Vercesi appena uno. Eppure, appena 11 anni dopo, ad Amsterdam, saranno proprio loro, diventate ginnaste nella società della loro città, a portare per la prima volta l’Italia femminile su un podio olimpico. Una medaglia d’argento conquistata da ginnaste che andavano dai 17 ai 12 anni; in un’edizione dei giochi (la nona) passata alla storia come quella che aveva aperto le porte ufficialmente alle donne.

IL ROSPO DEL BARONE. Buona parte del merito di quell’apertura, che il barone Pierre de Coubertin ingoiò assai di malavoglia come un rospo amarissimo, va proprio all’atleta e dirigente sportiva francese: la quale passerà comunque alla storia con il nome del marito, Joseph Milliat, sposato a 18 anni e morto meno di un lustro dopo. Fu Akice Million in Millat a dare le spallate decisive ad un embargo sessista che sembrava inattaccabile Prima promuovendo la Federazione da lei creata, poi organizzando a Montecarlo, nel marzo 1921, un «Festival mondiale dello sport muliebre» con squadre in rappresentanza di Francia, Italia, Spagna e Svizzera. Infine inaugurando il 20 agosto 1922, allo stadio Pershing di Parigi, la prima edizione delle Olimpiadi femminili: in gara 65 atlete di cinque paesi davanti ad un pubblico complessivo di 20mila persone. Il treno dell’uguaglianza era ormai partito e le fermate successive furono altrettanti passi in avanti: nel 1924 la Iaaf (International amateur athletic federation) incluse ufficialmente l’atletica femminile nel suo statuto; l’anno dopo anche l’Olimpiade dei lavoratori (esisteva anche quella!) aprì alle donne, imitata dall’Organizzazione internazionale degli studenti nel 1927. Intanto, nel maggio del 1926, a Lisbona, il presidente della Iaaf, Sigfrid Edström, informò i membri del Cio che ad Amsterdam le donne sarebbero state ammesse non solo nel golf, nel tennis, nel nuoto e nel tiro con l’arco, ma anche in cinque gare di atletica. E che le medaglie vinte sarebbero state ufficiali, non più dimostrative. Con buona pace del barone misogino.

LE SIGNORE DELL’ATLETICA. Ad Amsterdam le donne saranno appena 272, su un totale di 2.868 atleti iscritti. Ma furono le signore dell’atletica leggera a scatenare un interesse spasmodico. Accresciuto anche dalle prime rivalità sportive al femminile: come quella tra le velociste Myrtle Cook (Canada) ed Elizabeth Robinson (Usa). La prima aveva corso in 12″ ai campionati nazionali: un record del mondo, omologato però solo due anni dopo; la seconda aveva fatto lo stesso tempo a Chicago senza che il record le fosse stato riconosciuto. Si trovarono di fronte in una delle tre semifinali olimpiche ad Amsterdam e l’americana fu più veloce ma entrambe passarono in finale. L’ultimo atto avrebbe dovuto partire alle 16 del 31 luglio 1928, agli ordini dello starter olandese che all’ultimo momento sostituì l’esperto britannico Edward Moir. La Cook fu colta due volte in partenza anticipata, al pari della tedesca Leni Schmidt: entrambe vennero squalificate. La canadese si disperò per mezzora, cercando di far cambiare idea allo starter; la teutonica si avvicino al «colpevole» tentando di prenderlo a pugni. Di fatto il via definitivo venne dato con oltre mezzora di ritardo: vinse facile la Robinson davanti a Rosenfeld e Smith, due compagne di squadra della Cook. Ma negli annali quella che doveva essere la prima medaglia d’oro femminile della storia olimpica ha dovuto lasciare il posto a quella di una studentessa polacca di 27 anni: Halina Konopacka. Nel bailamme scatenatosi sulla linea di partenza dei 100 metri, infatti, pochi si accorsero che la gara del lancio del disco, iniziata alle 14, andava avanti spedita. L’atleta polacca era la favorita e lanciò a 39,62 metri, nuovo record del mondo, ed alle 15.10 era già tutto finito con l’americana Lillian Copeland argento e la svedese Ruth Svedberg bronzo.

LE «PICCOLE ITALIANI PAVESI». Una settimana dopo, tra l’8 ed il 9 agosto, toccò invece alle «Piccole italiane» della società Ginnastica Pavese esibirsi nel completo a squadre femminile sfidando altre quattro nazionali. Da sole rappresentavano due terzi dell’intera spedizione femminile azzurra a quei Giochi. Le cronache narrano di un viaggio organizzato in maniera assai professionale per il tempo. Le dieci titolari e le due riserve (Luigina Giavotti e Clara Marangoni) arrivarono ad Amsterdam via nave dopo un mese di allenamenti durissimi in una villa di Pallanza messa a disposizione da una famiglia nobiliare della zona. Anche sulla «Sagunto» – dove viaggiava l’intera spedizione italiana – non si riposarono molto, agli ordini dal professor Gino Grevi. Unica giornata non dedicata alla fatica fu quella che vide la visita della principessa Mafalda, che salì a bordo per salutarle ed incitarle. Niente da fare, invece, per gli eventuali corteggiatori: «Troppi ragazzotti in giro. Il professor Grevi ci guardava con certi occhi», raccontarono al loro ritorno.

AZZURRE CONTRO ARANCIONI. Le «Piccole italiane» di Pavia si erano guadagnate le Olimpiadi in una eliminatoria a quattro disputatasi sul campo milanese della «Forza e coraggio» il 17 giugno dell’anno olimpico: gli ostacoli da superare rispondevano ai nomi di Ginnastica Torino (caposquadra Andreina Sacco), Forza e Costanza Brescia (caposquadra Giorgio Zampori) e Us Sestri Ponente (caposquadra Teresa Molteni Coppa). Non ci fu gara: «Ecco Pavia, che il diavolo se le porti via», dicevano le avversarie al loro apparire. Molto più difficile, invece, fu superare in casa le fortissime olandesi, più grandi di loro di una decina d’anni in media: in pratica donne fatte. Fu una sfida tra due scuole assai diverse: le orange puntarono tutto sulle acrobazie, le italiane sulla qualità e la tecnica degli esercizi. Le prove in programma erano, nell’ordine, il corpo libero, gli attrezzi ed i salti. Dopo la prima le azzurre erano terze; nella seconda le ungheresi, fino ad allora in testa, crollarono lasciando via libera a olandesi ed italiane divise da pochissimi punti: 208,50 le prime, 204,75 le seconde. Furono i salti a decidere il podio finale. Com’era prevedibile i sei giudici di casa ebbero un occhio di riguardo per le loro connazionali ad alle italiane andò «solo» l’argento. Una medaglia comunque storica: la prime delle atlete azzurre che avevano tra le loro fila anche quella che è a tutt’oggi la più giovane partecipante dell’intera storia olimpica e anche la più giovane medagliata: Luigina Giavotti, alla quale quel 9 agosto 1928 mancavano 64 giorni per compiere 12 anni. L’unico che potrebbe soffiarle il record è il timoniere dell’armo olandese del 1900, di cui però si ignora tutto: anche l’età. Anche di Luigina non si sa molto: era la riserva del gruppo, al pari di Clara Marangoni, ed era soprannominata Popolo perché abitava nelle case popolari di Pavia. Non è mai stato chiarito se tutte le dodici ginnaste presero realmente parte alla gara olimpica: il regolamento però prevedeva squadre da dodici ginnaste. Giusto premiarle tutte, come giusto fu acclamarle insieme al loro rientro in Italia. Il Comune di Pavia diede a ciascuna un libretto di risparmio di 100 lire come riconoscimento e premio. Il giornalista triestino Aldo Boiti, che ai Giochi di Amsterdam fece il giurato, raccontò così l’impresa dalle colonne de Il Piccolo:

Una magnifica prova hanno fornito le giovanissime Piccole Italiane di Pavia, presentate dal prof. Gino Grevi, di cui la maggiore ha quindici anni e la minore non ne ha ancora dieci. Queste minuscole ma bravissime ginnaste hanno conquistato il secondo posto, precedute soltanto dalla squadra olandese, composta di signorine dalla costituzione quasi atletica e allenatissime da molto tempo e per di più favorite evidentemente dalla Giuria…
Le piccole azzurre avevano eseguito una bellissima progressione a corpo libero, comprendente esercizi di ginnastica ritmica ed espressiva, movimenti di ginnastica respiratoria, andature ginnastiche e ritmiche…
La folla che gremiva lo stadio ha lungamente applaudito le nostre bravissime ginnaste dopo la mirabile esecuzione degli esercizi alla spalliera svedese, combinati con un nuovo dispositivo inventato dal prof. Grevi, come pure dopo la bellissima gara dei salti, in cui le ginnaste italiane hanno svolto una geniale progressione senza alcun attrezzo, eseguendo dei salti combinati con l’ostacolo naturale fornito dalle compagne e intervallati da indovinati esercizi di deambulazione in linea.

IL DESTINO CHIEDE IL CONTO. Un trionfo che pretese il suo prezzo. Bianca Ambrosetti: morì l’anno dopo aver vinto quell’argento, a soli 15 anni, colpita dalla tisi. Ancora più tragico il destino che attendeva, invece, le ginnaste olandesi: sei di loro erano ebree e, dopo che le armate naziste conquistarono l’Europa, furono catturate ed inviate nei campi di concentramento. Helena Nordheim, Anna Polak e Judikje Simons finirono nelle camere a gas con i loro figli a Sobibor; stessa sorte per Estella Agsterribe ad Auschwitz. L’unica a tornare a casa dopo la sconfitta di Hitler fu Elka de Levi. Le «Piccole italiane pavesi», invece, hanno vissuto la loro vita da adulte e da anziane signore prima di morire. Tutte, con l’eccezione di Carla Marangoni. Una delle due riserve di allora è oggi l’unica medagliata di Amsterdam 1928 ancora in vita. A neanche 12 anni, a bordo della Sagunto, fu lei ad omaggiare Mafalda di Savoia con un mazzo di fiori. E, in seguito, fu anche l’unica a non appendere le scarpette da ginnastica al classico chiodo e a continuare a gareggiare e poi a tenersi in forma. Ha lavorato a lungo alla Motorizzazione di Pavia ed è stata una delle prime donne italiane a prendere la patente automobilistica e quella nautica. Non si è mai voluta sposare e lo scorso 13 novembre ha festeggiato il secolo di vita. Anche lei, però, non è stata risparmiata dalla tragedia: suo nipote, Luigi Marangoni, venne ucciso dalle Brigate rosse nel 1981. Direttore sanitario del policlinico di Milano, fu colpito da alcuni esponenti della «Colonna Walter Alasia» mentre usciva con la macchina da casa: aveva ricevuto numerose minacce, dopo avere denunciato gli autori di alcuni sabotaggi all’interno della struttura ospedaliera.

2 – segue

© 30 luglio 2016

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