C’ERA UNA VOLTA, 2770 ANNI FA…

Quello che potete vedere nel link è uno dei tanti film dedicati alla fondazione di Roma. Non certo il più memorabile, ma assolutamente allineato – nonostante la sua cialtronaggine – alla più nota delle leggende. Nata ed impostasi con un unico obiettivo: regalare origini mitologiche a quell’agglomerato di capanne di pastori capace di diventare la «Caput Mundi» per poi diventare la leggenda più popolare ed affascinante a livello planetario. In Italia ha generato non solo una sterminata produzione di testi ad essa dedicata, ma anche il vasto catalogo di titoli cinematografici che fin dagli albori della settima arte hanno avuto come protagonisti Romolo e Remo. Di ogni tipo e filone: dai polpettoni storici ai classici «peplum» – che negli Stati Uniti sono stati ribattezzati «sword & sandal» – fino alle riletture comico-caserecce come «Remo e Romolo: storia di due figli della lupa», con attori del calibro di Maria Grazia Buccella, Gianfranco D’Angelo, Gabriella Ferri, Pippo Franco, Maurizio Arena, Oreste Lionello ed Enrico Montesano.
Niente di memorabile, come detto: ma indicativo di come la più nota delle leggende sia penetrata a livello popolare. Del resto non meno che leggendarie dovevano essere le origini di una città che, fin dal momento della sua nascita, ha cambiato il corso della storia. Non tanto perché ha generato un impero il quale, nel momento della sua massima espansione (nel secondo secolo d.C.), ha toccato i 6,5 milioni di chilometri quadrati. Appena un quinto, in fondo, dei quasi 32 milioni dell’impero Britannico nel 1922 – il più vasto di sempre – e solo un quarto dei 24 milioni di quello mongolo nel 1291 (il più grande per continuità di confini). Ma perché la qualità della vita che Roma ha regalato ai territori da lei controllati, l’organizzazione sociale e politica che ha garantito e l’impronta lasciata nella storia umana sono incommensurabili. È anche per questo che il tempo trascorso prima di quel 753 a.C. è considerato proto-storia: è infatti la nascita di Roma ad aprire il sipario sulla storia.

LEGGENDE A CONFRONTO. Non ci si può quindi stupire se l’origine dell’Urbe per eccellenza sia ammantata di leggenda. Né come attorno alle diverse versioni sulla sua nascita da secoli ci si affanni per definire i confini tra realtà e favola. Del resto Roma è l’unica città del mondo latino che possiede una tradizione letteraria arrivata fino a noi. Tradizione letteraria che è diventata una fonte inestimabile per le ricerche archeologiche che hanno potuto così sfruttare una sorta di «breviario» per indirizzare gli scavi, elaborare interventi e confrontare i risultati raggiunti. Considerando anche che la leggenda di Roma in realtà… sono due: il cosiddetto ciclo troiano-latino e quello romuleo. Il primo vede la figura centrale di Enea come capostipite del popolo romano, onorato come tale già nel VI secolo a.C.: dall’eroe troiano si sviluppa la vicenda dei Latini fino ad arrivare a Numitore, re di Albalonga, padre di Rea Silvia e, quindi, nonno di Romolo e Remo. L’altro invece ruota intorno al mito della fondazione della città, passando per il contrasto tra i gemelli con il contorno della varie fasi che hanno portato alla fusione tra Latini e Sabini. Da più di duemila anni, insomma, gli storici moderni rileggono quelli antichi per tentare di scremare bugie e verità, mentre agli archeologi resta il compito di dare slancio improvviso ad una versione piuttosto che all’altra con le loro scoperte.
In questo Roma non è unica. Fu solo nel 1870, ad esempio, che un archeologo dilettante tedesco smentì la convinzione che quanto raccontato da Omero nell’Iliade non avesse agganci con eventi realmente accaduti. Con le sue scoperte, infatti, Heinrich Schliemann trasformò il mito di Troia in realtà storica. Stesso dicasi per Cartagine. Nel 1817 era toccato ad un militare olandese – Jean Emile Humbert – riportare alla luce i primi oggetti della città poi distrutta dai romani; mentre ad un’epoca più recente risale la conferma archeologica della data della sua nascita, fissata dallo storico greco Timeo all’814 a.C e da Giuseppe Flavio all’826 a.C.. Di recente, inoltre, altri scavi hanno portato alla luce i resti di un porto in costruzione dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Punica. Un ritrovamento che ha confermato come, dopo aver siglato la pace con Roma, Cartagine stesse riprendendo la sua politica espansionistica nel Mediterraneo. Avvalorando, di fatto, le tesi sulle presunte ragioni di chi, a Roma, chiedeva la distruzione totale della città nemica.

LA «GUERRA» DEGLI ARCHEOLOGI. Tre casi, quelli di Troia, Cartagine e Roma, che rivalutano l’attendibilità degli storici antichi. Almeno per quanto riguarda i punti salienti dei rispettivi racconti. Altro che leggende o favole! Agli archeologi va il merito di aver restituito alla magia del racconto la certezza della verità storica. Anche se alla fine di un percorso assai tortuoso. Già a fine Ottocento, infatti, gli scavi di Giacomo Boni nell’area archeologica del Foro e del Palatino dimostrarono che lì c’era stata vita organizzata dal X secolo a.C, anticipando di un paio di secoli la «nascita» di Roma. Negli anni Cinquanta del Novecento, però, lo svedese Einar Gjerstadt verificò le ricerche di Boni ribaltando tutto: l’evento che diede origine alla città (la fondazione romulea) sarebbe avvenuto attorno al 575 a.C. Tesi letteralmente smontata un decennio dopo dal tedesco Hermann Muller-Karpe: Roma si sarebbe formata grazie ad una graduale urbanizzazione attorno alla valle del foro che, a metà del VII secolo a.C., era diventato una sorta di punto di aggregazione religioso. La sintesi di ricerche archeologiche, studi storici e confronti con i testi antichi stabilì, dunque, tra il 900 e l’830 a.C. – inizio dell’età del ferro – il periodo che avrebbe visto la fusione in un unico abitato dei villaggi del Palatino e della Velia. Un fenomeno che ha preso il nome di sinecismo.

IL CONTE ARCHEOLOGO. E la leggenda? Fino agli ultimi anni Ottanta era tornata ad essere archiviata come favola. Buona, come abbiamo visto, al massimo per riderci sopra al cinema. Fino all’arrivo del conte Andrea Carandini dei marchesi di Sarzano, patrizio di Modena, nobile di Bologna. Questo il nome completo dell’archeologo oggi 80enne che ha speso mezzo secolo circa ad insegnare archeologia e storia dell’arte agli studenti delle università di Roma, Siena e Pisa. Ma che, soprattutto, ne ha passati una trentina a scavare sui colli storici di Roma. Utilizzando come bussola dei suoi viaggi nelle viscere della terra i testi degli storici antichi. Gli Annales di Quinto Ennio, i Fasti di Publio Ovidio Nasone, il Romolo di Plutarco, I mesi di Giovanni Lido, le Notti attiche di Aulo Gellio, il De re publica di Marco Tullio Cicerone, i Digesta giustinianei di Sesto Pomponio, la Cronografia di Giovanni Malalas, la Storia Romana di Appiano di Alessandria. A questi va aggiunto il quartetto che pose le basi di quella che è diventata la doppia leggenda di Roma: Marco Terenzio Varrone, letterato e militare romano che si affidò ai calcoli dell’astrologo Lucio Taruzio Firmano per fissare la data di fondazione di Roma al 21 aprile 753 a.c.; ribadita poi da Tito Livio, autore della prima storia di Roma (Ab Urbe Còndita); passando per lo storico Dionigi di Alicarnasso, che nelle sue Antichità romane sottolinea la comune origine di Atene e Roma, visto che 17 secoli prima della guerra di Troia gli Aborigeni – popolo da cui discendono i Greci – sarebbero emigrati dall’Arcadia verso l’Italia; per finire con il poeta Publio Virgilio Marone il quale, indicando Enea come capostipite della futura «Caput mundi», misecon la sua Eneide la classica ciliegina sulla torta.

GLI SCAVI SUI COLLI. «La terra non nasconde, conserva». È una delle massime più care ad Andrea Carandini. Per lui, come per ogni archeologo, scavare vuol dire costruire una tavola del tempo che, strato dopo strato, è facilmente databile grazie ai resti umani – quando ce ne sono – ma anche alla loro assenza. Prendete, ad esempio, il tempio di Vesta. Non quello rotondo che ancora oggi si vede nel giardino di fianco al teatro Marcello – risalente al 120 a.C. e dedicato, in realtà, ad Ercole vincitore – ma quello che sorge all’estremità orientale del Foro romano. Secondo gli storici, il culto di Vesta non esisteva prima della fine del Settimo secolo a.C.: anche per questo potevano affermare che Roma era diventata città solo un secolo dopo. Proprio scavando sotto le ricostruzioni più recenti del tempio, l’equipe di Carandini è arrivata alle fondamenta originarie, datate appunto alla metà dell’ottavo secolo a.C.. Sotto le quali c’è terra intonsa. A testimonianza che lì – 13 metri più in basso del livello attuale di Roma – tutto è nato dal niente. Al punto che tra il nulla e le fondamenta originarie c’è uno strato che riporta evidenti le tracce degli strumenti usati per pulire l’area, probabilmente ricca di vegetazione selvaggia: lavoro necessario per poter poi iniziare l’edificazione di quella che sarà conosciuta come la casa delle vestali. Sono proprio quelle, secondo Carandini, le prime tracce della nascita di Roma. Poco importa che sia stato il 753, come raccontano Tito Livio e Varrone, o il 751, come invece dice Marco Porcio Catone, o, ancora, il 728, come sostiene Lucio Cincio Alimento nei suoi Annales. È ormai indubbio che sui colli tra il Palatino e l’Aventino in quel preciso periodo storico la civiltà umana ha fatto un salto enorme.

CULLE DELLA DEMOCRAZIA. La nascita della città stato – perché di questo stiamo parlando – è un fenomeno che ha riguardato la sponda sinistra del Tevere, ma non solo. Era già successo, come abbiamo visto, circa mezzo secolo prima a Cartagine. Ma, soprattutto, era già accaduto oltre un secolo prima in altre parti del Mediterraneo, con le poleis greche. Tutte realtà incentrate su un’agorà od un foro intesi come spazi pubblici, e su case reali dall’aspetto modesto. Una differenza sostanziale da quanto avvenuto, invece, in Oriente e nell’Asia dove le città e lo stato si sono incentrati su un palazzo fortificato, «proibito»: dimora nella quale un monarca assoluto prendeva le sue decisioni in assoluta solitudine. Ma Roma, rispetto a quanto accadde in Grecia, ha rappresentato un’ulteriore evoluzione: quella che portò il tedesco Theodore Mommsen, il più grande classicista del XIX secolo, a definirla una monarchia costituzionale. Perché incentrata sulla res publica: intesa non come repubblica ma come cosa pubblica. Una singolarità che ha in questo caso la sua origine probabile nella situazione nella quale matura il processo di sinecismo: quando, cioè, un certo numero di villaggi o piccole concentrazioni umane si uniscono fino a diventare una realtà unica. Un evento che per Roma è stato definito nei suoi limiti temporali dagli scavi archeologici, capaci di disegnare un enorme centro proto urbano di poco più di 200 ettari steso lungo i famosi sette colli.

PRIMA DI ROMA. Quello che lo storico Varrone chiamerà poi Septimontium, appunto. E che gli storici avevano datato uno o due secoli dopo: tra il settimo ed il sesto secolo a.C.. Dalle ricerche nel terreno di quello che oggi è conosciuto come il foro di Cesare, ad una decina di metri sotto terra, sono invece emerse le tombe di un insediamento riconducibile ad uno dei trenta popoli Albani censiti e raccontati da Plinio il vecchio. Il quale ne aveva anche fatto i nomi: Abolani, Bubentani, Polluscini, Vitellensi e tutti gli altri costituivano una federazione che faceva capo ad Albalonga. Unendosi, quindi, diventarono un grande, unico centro proto-urbano suddiviso in 27 rioni, o curie, in ognuno dei quali vivevano uomini e donne legati da rapporti di parentela. Rioni che avevano in comune usanze e riti già un secolo prima del fatidico 753 a.C.. Come quello della sepoltura dei morti, spostata dai singoli villaggetti ad un luogo unico sulla cima dell’Esquilino e del Quirinale. Quello trovato appunto dagli archeologi, che lo hanno datato agli inizi dell’Ottavo secolo. Era il cimitero di un abitato che si estendeva su 205 ettari circa: la «Roma còndita» ne occuperà appena una quarantina in più. Un dato importante, questo: vuol dire che la fondazione della città non rappresentò un progresso in termini quantitativi quanto, piuttosto, in termini qualitativi. Era, insomma, l’invenzione di una nuova forma di organizzazione sociale e di governo utile a far convivere queste realtà originariamente divise trasformandole in un’unico popolo. Per farlo era necessario distribuire responsabilità e poteri in modo che nessuno dei singoli rioni si considerasse escluso o meno importante di altri.

L’ATTO DI NASCITA. Roma non fu fatta in un giorno, dunque. Lo dicono gli storici, lo dicono anche gli archeologi. Ma è in una data precisa che la città assunse il suo nome ed il suo ruolo di futura dominatrice imperiale. L’anno potrebbe non essere certo, ma il giorno sì: il 21 aprile. Quello che sul calendario romuleo era segnato più in grande di ogni altra ricorrenza con la dicitura «Roma còndita». Una parola, quest’ultima, che in latino vuol dire nascosta: ma che da quel 21 aprile di quasi 28 secoli fa ha assunto anche il significato di fondata. Tanto da diventare la festa più importante dell’anno romano: fosse quello da dieci mesi fissato da Romolo – con gli ultimi quattro che nel nome richiamano, infatti, i numeri 7 (settembre), 8 (ottobre), 9 (novembre) e 10 (dicembre) – o quello da dodici mesi varato (sembra) da Numa Pompilio aggiungendovi all’inizio gennaio (in onore del dio Giano, Ianuarius) e febbraio (dedicato ai riti di purificazione che celebravano il dio etrusco Februus). Del resto proprio in quel periodo, un mese circa dopo l’equinozio di primavera, i pastori del Palatino celebravano riti in onore di Pales, divinità né maschio né femmina, per purificare uomini, greggi e ovili. La festa si chiamava Parilia, da pàrere (partorire). Proprio in quel periodo, infatti, nascevano caprette e agnelli e per l’intera comunità era un momento di vitale euforia. Era, di fatto, il capodanno dei pastori: il più antico capodanno conosciuto. Un giorno che Romolo giudicò ideale per dedicarsi al rito della fondazione della città. L’equipe di Carandini ha riportato alla luce, anche in questo caso datandoli attorno alla metà del 700 a.C., non solo i resti di una delle quattro interruzioni del solco che furono poi trasformate in porte (quella Mugonia, sul lato settentrionale del Palatino), ma anche di una sepoltura: quella della bambina che probabilmente fu sacrificata secondo i dettami del rito etrusco che Romolo aveva fatto suo. Nel corredo funebre c’è una tazza che permette di datare quei resti con un’approssimazione di cinque anni: tra il 755 ed il 750 a.C.

FONDAZIONE SECONDO ATTO. Fatta la «Roma quadrata», il centro politico della nuova città-stato, bisognava inventare il luogo deputato alla vita pubblica, sociale e religiosa. Quello che lo stesso Carandini definisce «la seconda impresa di Romolo». L’area, individuata tra i colli Palatino e Saturnio (poi Campidoglio) era in realtà insalubre ed inabitabile: alta appena sei metri sul livello del mare, era spesso invasa dalle acque del Tevere facile alle esondazioni. Ma era attraversata della via del sale che scendeva dal Quirinale prima di raggiungere il guado sul Tevere, alla base del Campidoglio, davanti l’isola poi chiamata Tiberina. Fu un’impresa epica per l’epoca. Ed ovviamente non fu fatta in un giorno, visto che coinvolse almeno due re: Romolo e Numa Pompilio. Il suolo venne rialzato di due metri per creare una piazza accessibile a tutti: quella che ad Atene era stata chiamata agorà e che Roma chiamerà forum. I primi lavori di riempimento risalgono, secondo la datazione stratigrafica, al 750-700 a.C. Nel ventennio successivo fu poi fatto un pavimento di ciottoli. Subito dopo fu costruito un tabernacolum con davanti un tempio augurale: un modo per trarre auspici positivi ed ingraziarsi gli dèi prima di affrontare il resto dell’impresa. Fu in questa fase che, secondo quanto scritto da Ovidio, durante un rito dal cielo cadde uno scudo di forma speciale: l’ancile. Il più forte dei talismani che Roma conservò, costruendone altri 11 uguali in modo che l’originale non potesse essere identificato e, quindi, rubato. Ovidio in realtà fa risalire questo luogo all’età di Numa Pompilio: ma la datazione stratigrafica parla di un intervallo di tempo tra il 775 ed il 750 a.C.. Cioè nell’età di Romolo.

ROMA CRESCE. L’ancile caduto dal cielo fu interpretato come il via libera che gli dèi avevano dato all’impresa. Quindi si poteva mettere mano alla costruzione della casa del re. «Noi archeologi abbiamo provato l’enorme emozione di scoprirla», racconta Carandini. Si trova dove oggi l’area archeologica dei fori romani è attraversata da una strada che parte dall’arco di Tito. Quando Romolo mise mano alla sua seconda impresa, però, la zona era solo una valle tra il Palatino e la Velia, percorsa da un ruscello lungo il quale probabilmente correva un sentiero. Proprio sul lato meridionale di questa valle fu costruita quella che si può definire la prima domus di Roma. Non era una capanna ma si può già definire un palazzetto. Grande circa 85 metri quadrati, appare per l’epoca veramente sontuoso: una reggia appunto. Un luogo diverso dalla prima casa che Romolo si costruì sul Palatino, che non arrivava a 60 metri quadrati. Che fosse un edificio importante, però, non basta solo la grandezza a dimostralo. Gli archeologi hanno infatti rinvenuto le tracce di un secondo – dopo quello fatto durante il disegno del solco – sacrificio umano. Un’altra bambina uccisa e sepolta col suo corredo entro un grande vaso depositato in una fossa scavata sotto uno degli angoli della casa. Anche stavolta il corredo – in particolar modo la tazza depositata accanto alla salma – ha fornito la datazione: siamo sempre nella metà dell’ottavo secolo a. C. Cambiano, invece, le date che si possono leggere nei resti della domus romulea, visto che la casa fu modificata, ingrandita ed attrezzata con altre opere con il passare del tempo. L’intervento più importante riguarda i muri – dove l’argilla fu sostituita da schegge di tufo – ed il tetto – dove le tegole hanno preso il posto dei rami -. Risale al 600 a.C. circa, infine, un altro sacrificio, fatto sempre nella reggia. Ma stavolta per sancirne la distruzione. È la testimonianza diretta di un’altra svolta storica: a Roma è iniziata l’epoca dei Tarquini e di Servo Tullio. Di re, cioè, che potremmo definire più laici, lontani dalle tradizioni originarie dei fondatori e più vicini, invece, ai tiranni greci. Modifiche architettoniche che raccontano i cambi istituzionali della città.

CONCLUSIONE. «Dopo venti anni di scavi tra Palatino e Foro e di studi sulla nascita di Roma – scriveva nove anni fa Franco Carandini – ho potuto constatare che i dati strutturali ricavabili dalla leggenda di Remo e Romolo, dalla costituito Romulo e dal calendario primitivo dei Romani convergono e si armonizzano con quelli ricavabili dai vecchi scavi, nuovamente vagliati, e soprattutto dai nuovi scavi da noi condotti. Questa constatazione ci ha portato a concludere che l’abitato dei Quirites – il Septimontium allargato ai colle – si era dotato dal secondo quarto dell’ottavo secolo a.C. di una urbi, di un forum, di un’ars e di un ager, formanti insieme un regnum, cioè una res publica – noi diremo uno stato – governata da un rex e da altri poteri secondari, secondo un ordinamento sacrale, giuridico e politico di carattere costituzionale. I nuovi scavi consentono inoltre di sostenere che la città-stato è stata attuata in un breve lasso di tempo tra il 775/750 ed il 700/675 a.C., ed è stata perfezionata tra il 675 ed il 625 a.C.. Dopodiché sopravvenne il tempo dei Tarquini e della riforma costituzionale di Servio Tullio che risale al 575-550 a.C. circa e che dura intatta fino alla fine del VI secolo, quando verrà instaurata la repubblica. L’argomentazione del contrario ricade ormai sulla vulgata storiografica contemporanea, che sulla base di scavi troppo ristretti ed inadeguatamente condotti ed editi, ritiene ancora, ma con sempre meno argomenti, che la prima città-stato sia stata realizzata molto più tardi, tra il 625 ed il 550 a.C. circa». Non ci sono dubbi, dunque: oggi, 21 aprile 2017, Roma compie 2.770 anni. Auguri!

© Bruno Fabris, 21 aprile 2017

Share:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.