EUROPEI. LEV YASHIN
ZAR DI FRANCIA 1960

Verranno sorteggiati oggi al Palazzo dei congressi di Parigi i gironi della fase finale del Campionato europeo di calcio. Sarà la 15esima edizione di un torneo che prese il via 55 anni fa proprio in Francia e che nel frattempo è cresciuto a dismisura. Nel 1960 furono appena 17 le Nazionali che si diedero battaglia dalle qualificazioni alla fase finale che comprendeva solo quattro rappresentative. Tre di queste sotto la bandiera di Stati che oggi non esistono più: Unione Sovietica, Jugoslavia e Cecoslovacchia. L’unica sopravvissuta è proprio la Francia che l’anno prossimo ospiterà così per la terza volta la fase finale della manifestazione che ha visto al via 53 squadre nei gironi di qualificazione per conquistare i 23 posti a fianco della Francia iscritta di diritto.

SESSANT’ANNI FA. Correva l’anno 1958. Il trattato di Roma che istituiva la Comunità economica europea (Cee) e quella dell’energia atomica (Euratom) era entrato in vigore dall’1 gennaio e coinvolgeva sei Stati: Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Il 28 settembre, allo stadio Olimpico di Mosca, davanti a 100.572 spettatori, le nazionali di Unione Sovietica ed Ungheria scendevano in campo per la partita che apriva ufficialmente il programma delle qualificazioni ai primi Campionati europei di calcio. La fase finale del torneo sarà poi fissata, dopo la disputa dei quarti di finale, tra il 6 ed il 10 luglio 1960 a Marsiglia e Parigi. Quel giorno a Mosca a fischiare il calcio d’inizio tra russi e magiari, alle ore 18 in punto, c’era un arbitro austriaco: Alfred Grill. Lo stesso che due anni prima aveva diretto anche alcune partite del campionato italiano: compreso il derby capitolino del 14 ottobre terminato 3-0 per la Roma.

MAGLIE ED ACQUA ROSSO SANGUE. Non era una partita qualsiasi quella tra Urss ed Ungheria. E non solo per la posta in palio. Anzi: la qualificazione era l’ultimo dei pensieri che agitavano calciatori e pubblico. Meno di tre mesi prima a Budapest erano stati impiccati l’ex primo ministro Imre Nagy, l’ex ministro della Difesa generale Pál Maléter, ed il giornalista Miklos Gimes. Fu l’atto finale dell’insurrezione antisovietica che aveva infiammato la capitale e l’intero Paese tra il 23 ottobre e l’11 novembre del 1956. Da allora ogni sfida sportiva tra le squadre dei due Stati – amici solo sulla carta – diventava una battaglia. L’esempio più eclatante fu il match di pallanuoto alle Olimpiadi di Sidney inaugurate poche settimane dopo la fine dell’insurrezione. Lo racconta Marco Della Croce su Storie di sport:

«L’urlo tremendo di Ervin Zádor zittisce di colpo la bolgia infernale che, come un tuono sordo e cattivo, scuote gli spalti fin dall’inizio del match. Per qualche istante, il tifo, le urla e gli insulti dei 5.500 spettatori si trasformano in sorpresa. Non è un trucco, l’acqua della piscina sta davvero diventando rossa! La scena ha qualcosa di surreale: il pubblico, in silenzio, guarda il volto del giovane magiaro ridotto a una maschera di sangue. Poi la situazione precipita. Centinaia di persone abbandonano la tribuna e si riversano a bordo vasca, ora increspata da minuscole onde color porpora. La gente cerca di aggredire i giocatori sovietici, mentre è in corso una rissa memorabile tra le due squadre. La partita finisce qui, anche se manca un minuto al termine. A fatica la polizia evita che i sovietici restino vittime della furia degli spettatori».

HONVED ADDIO. Meno cruenti ma non meno eclatanti furono gli effetti dell’insurrezione sul mondo del calcio, ungherese e no. In quel 1956 la Honved Fc di Budapest (la traduzione di Honved è «difensore della patria») rappresentava il meglio del calcio magiaro; il quale, a sua volta, era il meglio del calcio europeo. La squadra aveva giocato il 22 novembre l’andata degli ottavi di Coppa campioni al «San Mames» di Bilbao, perdendo 3-2 contro l’Atletico. Al momento di rientrare in patria, dove l’insurrezione era stata appena stroncata nel sangue, i giocatori decisero di non partire. Anzi. Riuscirono a farsi raggiungere dai familiari ed attesero la data del match di ritorno (il 20 dicembre) da giocarsi all’«Heysel» di Bruxelles. Furono eliminati (3-3 il risultato finale) ma non tornarono a casa. Né smisero di giocare. Nonostante il divieto posto dalla Federazione calcistica ungherese, passata sotto il controllo dell’Urss, l’allenatore Béla Guttmann organizzò infatti una tournée in Italia, Portogallo e Spagna. A «San Siro», il 13 dicembre 1956, toccò al Milan ospitarla: gol di Liedholm su rigore nel primo tempo, pareggio nella ripresa – sempre dagli 11 metri – di Puskas che poi raddoppierà. Dopo aver rifiutato l’offerta di asilo politico da parte del Messico e l’invito a disputare il campionato locale, i magiari programmarono degli incontri in Brasile contro Botafogo e Flamengo. Nel frattempo la Fifa stabilì che nessuno avrebbe potuto utilizzare il nome Honved, dichiarando quella squadra illegale. Così alcuni giocatori, tra i quali József Bozsik, László Budai, Gyula Lóránt e Gyula Grosics, decisero di tornare in Ungheria; altri come Zoltán Czibor, Sándor Kocsis e Ferenc Puskás vennero ingaggiati dal Barcellona (i primi due) e dal Real Madrid.

1 – segue

© 12 dicembre 2015

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