DONNE… DU-DU-DU…

Rassegna stampa del 14 marzo 2016. Tre storie, quattro donne ed una certezza: non è un caso che niente sia declinato al maschile. Perché un uomo non potrebbe dire – come invece fa Hanan al Hroub, la maestra migliore del mondo – che «le nostre armi sono solo l’educazione e l’istruzione: con quelle possiamo cambiare il mondo, farlo diventare un luogo più giusto e pacifico». Gli uomini, in Palestina, pensano, dicono e fanno altro: volenti o nolenti. E ce li vedete due padri – quello della vittima e quello del carnefice – diventare amici perché – come da cinque anni continuano a ripetere Claudia Francardi e Irene Sisi, rispettivamente moglie di un carabiniere ucciso a bastonate e madre di chi quel bastone ha brandito – «la riconciliazione è l’unica strada possibile se si vuole andare avanti nella vita»? Vaglielo a spiegare ai padri dei killer del Collatino, impegnati più in televisione e sui social che nella pratica genitoriale.

Così come bisogna aspettare una piccola grande donna – Diana Bianchedi, passata dalle medaglie d’oro con il Dream team del fioretto alla direzione generale del comitato promotore di Roma 2014 – per ricordare che «bisogna credere nella bellezza di un Olimpiade» e quanto sia un peccato che «da noi lo sport non sia considerato parte della cultura». Mentre i «grandi» uomini dello stesso comitato stanno già studiando come ripetere gli infausti fasti di Italia ’90 o dei mondiali di nuoto di Roma 2013, lei, abituata da sempre a guardare il mondo e le avversarie dal basso in alto, ha avviato le perizie tecniche su tutte le strutture sportive scolastiche chiamando una ventina di persone tra architetti ed ingegneri. «Quando ho chiesto loro quanti avessero seguito un’Olimpiade si è alzata una sola mano: Ma solo in televisione, mi ha confessato». Non solo: ha interrogato i 15 presidenti dei municipi di Roma perché le indicassero cose urgenti e fattibili da fare nelle loro circoscrizioni: «Da alcuni mi attendo ancora risposte», dice sconsolata. Impegnati come sono a far risplendere il centro storico e le periferie di pulizia, ordine ed efficienza: qualità per le quali la Capitale si sta facendo un nome negli ultimi anni. Ma tutto il mondo è paese: «Mi capita ancora che quando andiamo a fare le visite ad impianti ed aree qualcuno mi chieda se sono la traduttrice». La piccola grande Diana schiva tutto e tira dritta, pronta ad affondare il colpo sul bersaglio grosso. Facile, facilissimo per lei: ha imparato incrociando le lame in gara ed in allenamento con Giovanna Trillini e Valentina Vezzali. Un trio che ha messo assieme, in carriera, più di cento medaglie tra Giochi olimpici, Mondiali ed Europei. Donne abituate a vincere, nella vita come in pedana.

Hanan al Hroub ha invece tre medaglie virtuali – ma non certo meno importanti – appuntate sul suo petto. Innanzitutto i suoi alunni della scuola elementare all’interno del campo profughi di Betlemme. Città che da oltre duemila anni si ostina a mettere al mondo bambini destinati al destino più crudele. È diventata maestra per necessità. Per rispondere ad un’esigenza che solo chi vive in terre martoriate come quella palestinese può comprendere a fondo: conciliare lo studio e l’istruzione mentre attorno ci si combatte e ci si uccide. Studiava letteratura inglese all’università quando il marito fu ferito dai soldati israeliani sotto gli occhi dei figli. «I piccoli non riuscivano più a studiare, ad uscire di casa»: per loro check point ed arresti erano il pane quotidiano; il sangue fu invece uno schock. «Allora ho deciso di fare io da insegnante in casa. Poi si sono aggregati altri bambini e si è formata la classe. Che io educo all’ascolto, alla comprensione delle opinioni altrui, all’accettazione della sconfitta senza rabbia». La sua seconda medaglia è il Global teacher prize che la indica come miglior insegnante del mondo, scelta in un lotto di oltre 8mila concorrenti. Dimostrazione vivente che la «buona scuola» non la fanno i politici – quasi sempre uomini – ma gli insegnanti – quasi sempre donne -. «Dedico il premio a tutti quelli del mio Paese e a tutti coloro che insegnano in condizioni difficili. Io e loro crediamo che l’educazione ed il sapere siano le armi per cambiare il mondo». Lo pensa anche papa Francesco che le ha virtualmente consegnato «Urbi et orbi» la terza medaglia  durante il suo discorso in mondovisione per ricordare il diritto dei bambini a studiare e a giocare.

Poche medaglie e molti insulti, invece, per Claudia Francardi, vedova dell’appuntato dei carabinieri Antonio Santarelli. Lei che invece di vivere nel rancore – «che ti condanna sempre all’istante del passato» – ha sceltola strada del perdono. Matteo Girelli, 19 anni all’epoca dei fatti, le uccise il marito che lo aveva fermato, insieme ad altri amici minorenni, per un controllo lungo una strada della campagna fiorentina il 25 aprile 2011. Tornavano da un rave party ed erano ubriachi. Tutti. Ma lui era quello alla guida e, quindi, era scattata la multa. Mentre il carabiniere stava compilando il modulo, il ragazzo raccolse un bastone e lo calò sulla testa dell’appuntato e del suo compagno di pattuglia. Il secondo se la cavò – si fa per dire – con gravissime lesioni ad un occhio: Antonio Santarelli morì a 44 anni dopo aver passato gli ultimi 12 mesi in coma per il trauma cranico. Matteo fu condannato all’ergastolo, tramutato poi a 20 anni in appello, e sta scontando la pena nel carcere di Bollate.

Irene Sisi, la madre dell’omicida, trovò il coraggio, poco dopo il fatto, di scrivere alla vedova. «Quando lessi la lettera decisi subito di incontrarla e di invitarla all’ospedale di Montecatone, vicino ad Imola, dove Antonio era ricoverato in coma vegetativo. Ci siamo dette che la nostra era una ferita comune: che eravamo indissolubilmente legate da quel 25 aprile e dal dolore che provavamo entrambe. Da allora il dialogo è continuo». Al punto che il 24 e 25 aprile prossimi, a Ripescia di Grosseto, le due donne hanno organizzato un rave party. «Ma sarà una festa di sostanza e non di sostanze», spiega Claudia. «Si discuterà, si racconteranno storie, ci si confronterà. E, certo, si suonerà e si canterà anche». Ci saranno il giudice Gherardo Colombo, il gesuita Guido Bretagna ed i 99 Posse, sotto l’egida di AmiCainoAbele, l’associazione «inventata» dalle due donne «che fa del perdono la strada per andare avanti». Anche per crescere uomini (e donne) diversi da quelli che sul web le insultano per quest’ultima iniziativa. Un percorso possibile. Matteo, il carnefice, sconta la pena scrivendo poesie e studiando Scienza dell’educazione. Ha incontrato la donna che ha reso vedova faccia a faccia: «Ci siamo guardati, ci siamo abbracciali», racconta lei. «Nessuno trovava le parole ma abbiamo trovato subito molte lacrime». Il figlio dell’appuntato, oggi 17enne, condivide a pieno la scelta della madre. Anche perché sono in sintonia con quanto pensava il padre: «Bisogna essere persone nuove, capaci di dialogare e di andare avanti. E, nel caso di Matteo, anche di superare il carcere: per com’è organizzato oggi non lascia spazio all’affettività ed al recupero». Chapeau!

© lunedì 14 marzo 2016

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