CORRI GAZZELLA CORRI!

La staffetta è una tortura. Soprattutto per l’ultima frazionista. Passi più tempo ad aspettare che a correre. E per quanto debba rimanere concentrata, i pensieri che ti ronzano in testa sono sempre tanti. Troppi. Anche se ti chiami Wilma Glodean Rudolph e in una settimana sei diventata la donna più ammirata, invidiata, cercata, chiacchierata, applaudita e sognata del mondo. Merito delle due medaglie d’oro conquistate nei 100 e 200 metri con disarmante facilità: le avversarie più vicine lasciate indietro ad ammirare la tua corsa elegante ed efficace. Ma oggi, 8 settembre 1960, nell’area di partenza della quarta frazione della 4 per 100 che chiuderà il programma olimpico dell’atletica femminile, come puoi non pensare a Jolanda: la figlia di un anno lasciata nelle braccia di tua sorella e nascosta al mondo intero. Perfino alle tue stesse compagne Tigerbelles. Non dovevano sapere che per te, solo per te, l’allenatore aveva fatto carta straccia di una delle regole principali del gruppo: «Chi resta incinta è fuori dalla squadra». E tu incinta c’eri rimasta quasi con la stessa velocità con la quale arrivavi sul traguardo in pista. Pochi mesi dopo aver festeggiato la maggiore età lo hai detto al tuo ragazzo, Robert Eldridge. «Lui ed io avevamo appena iniziato a scoprire il sesso insieme ed ecco che ero rimasta incinta. Non sapevo niente del sesso, niente di precauzioni e contraccettivi». Sapevi già come vincere, però: a Melbourne, nel 1956, appena sedicenne, avevi conquistato il bronzo sempre con la staffetta 4 per cento. Ma ora, a Roma, il traguardo era quello di fare la Storia.

LA FIGLIA SEGRETA. Se Wilma Rudolph poté diventare la stella delle Olimpiadi di Roma è stato perché Ed Temple, il coach che aveva dato vita ad una vera e propria scuola di atletica femminile nell’università del Tennessee – le famose Tigerbelles – decise di «dimenticare» la sua regola. A convincerlo fu la determinazione della ragazza: «Mi diplomerò, partorirò e tornerò più forte di prima», le aveva promesso Wilma. E così fece. Quando salì sul palco per la consegna del diploma era incinta di sette mesi. Appena nata, la figlia fu affidata alla sorella della Rudolph che la tenne come sua per i successivi due anni, durante i quali nessuno seppe nulla della piccola. Durante la gravidanza Wilma per tutti si stava curando da una fastidiosa appendicite che la costringeva a rimanere fuori dal giro. Al punto da saltare la prima sfida ufficiale di una squadra di atletica leggera statunitense a Mosca, nel luglio 1958, finita con la risicata vittoria dell’Unione Sovietica 172-170 non senza polemiche per il sistema di conteggio dei punti. Un risultato che anticipò quanto poi accadde a Roma: sovietici trionfatori (103 medaglie contro 71: 43-34 gli ori, 29-21 gli argenti e 31-16 i bronzi) ma con le Tigerbelles capaci di vincere i 100 metri, la staffetta veloce e addirittura il peso con Marlene Brown che superò nettamente e contro ogni pronostico Tamara Press.

Lo sparo dello starter! Martha Hudson è scattata in avanti e tu rivai a quella promessa fatta a tutte loro: «Fatemi arrivare il testimone e andiamo a vincere l’oro assieme!». Il prezzo da pagare per cancellare quel po’ di invidia che serpeggia in un gruppo dove sei l’unica ad aver già messo in valigia delle medaglie. E non c’è niente di meglio di una staffetta per esaltare una squadra che ne ha passate davvero tante. Avevate fatto l’abitudine ai cartelli segregazionisti: in molti Stati dell’Unione era ancora reato sedere a fianco di un bianco nei locali o sui mezzi pubblici. Quando Clarksville, la tua città, istituì il «Wilma day» un mese dopo le Olimpiadi,  dovesti minacciare di non esserci se in ogni momento della celebrazione non ci fosse stata l’integrazione di tutti i cittadini. Così quella fu la prima volta che bianchi e neri sedettero insieme allo stesso tavolo in una manifestazione ufficiale della città. Mentre osservi Martha avvicinarsi al primo cambio non sai ancora che quel giorno a consegnarti il pubblico riconoscimento sarà il governatore del Tennessee, Buford Ellington: lo stesso che due anni prima parlava di «prevenire la mescolanza delle razze per garantire nel modo migliore tutti i cittadini del Tennessee». Sapevi, invece, che a Nashville i neri dovevano ancora sedersi nei posti a loro riservati, nel fondo dei bus; e guardare i film dalla balconata al secondo piano dei due cinema cittadini dove si saliva da una porta laterale, perché i bianchi non si mischiassero ai neri anche all’entrata.

ESSERE NERI NON PAGA. Ce ne vorrà di tempo perché le cose cambino negli Stati uniti. Alla stessa Rudolph servirono assai poco i trionfi di Roma ’60. Fu la prima americana vincere tre medaglie d’oro in una stessa edizione dei Giochi ed un anno dopo il suo rientro fu ricevuta con tutti gli onori alla Casa bianca dal presidente John Fitzgerald Kennedy appena eletto. Eppure i problemi di soldi per lei e la sua famiglia persistevano. Al punto che fu costretta a ritirarsi a soli 22 anni: stava completando il corso di laurea ma non riusciva a guadagnare abbastanza per pagarsi gli studi. La carriera da atleta non garantiva molte entrate e doveva sdoppiarsi tra allenamenti, università e lavori vari. Wilma tornerà a Roma dieci anni dopo i suoi trionfi, sposata con il padre della sua prima figlia, alla quale nel frattempo aveva regalato una sorella (Djuanna) ed un fratello (Robert Jr). Nel 1971, infine, nascerà il quarto figlio: Xurrytre. «Attualmente sono disoccupata», dirà appena scesa dalla scaletta dell’aereo. «Ma non sono in miseria. Negli Stati Uniti, per avere successo nella vita e costruirti una posizione grazie allo sport, un nero deve vincere la concorrenza dei bianchi, che spesso partono avvantaggiati. Io ce l’ho fatta fino a quando sono riuscita a vincere in pista. In seguito, però, ho trovato molte porte sbarrate. Se avessi avuto la pelle bianca, non sarebbe successo».

Brava Martha! La prima frazionista è uno scricciolo di un metro e mezzo ma sta andando velocissima. È partita benissimo e vi sta tenendo in gara agganciando la tedesca e l’inglese nel gruppo di testa. Passa il testimone a Barbara Jones e pensi: «Dubito che mai prima di oggi una cosa tanto importante sia dipesa da qualcuno così piccolo». Ma anche tu, vent’anni fa, venisti al mondo piccolissima, al settimo mese e di poco più di due chili. Un uccellino fragilissimo: a quattro anni arrivò la scarlattina; poi, in rapida successione, la polmonite bilaterale e la poliomelite che ti danneggiò la gamba sinistra. «Signora, si metta il cuore in pace: sua figlia non camminerà più»: questo disse il medico a tua madre. Ma nella casa del fattorino delle ferrovie Ed Rudolph non ci si perse d’animo. Cerano 22 figli: 14 nati dal primo matrimonio dell’uomo, 8 quelli partoriti da mamma Blanche. Wilma era la terzultima e nessuno si perse d’animo. «Mami» indicò la strada – «Tu camminerai!» – e si impegnò a portarti due volte a settimana per i successivi cinque anni all’ospedale per neri più vicino: il Meharry college di Nashville, ad 80 chilometri da Clarksville. Crescevi ma eri costretta a portare un apparecchio correttivo che ti bloccava la gamba. Quanto lo hai odiato! Ma soprattutto ti servirono i massaggi che quattro volte al giorno, ogni giorno per cinque anni, i tuoi fratelli ti fecero a turno. In pratica in casa Rudolph si trasformarono tutti in fisioterapisti. Del resto le braccia erano l’unica cosa che non mancava. Piangevi, eri sempre depressa e la cosa che odiavi di più era vedere i fratelli e le sorelle andare a scuola mentre restavi segregata in casa, bloccata da quella maledetta bardatura alla gamba. Poi, quando cominciasti ad andare a scuola, non passava giorno senza che i compagni ti prendessero in giro. Così decidesti di togliersi di nascosto quell’apparecchio di tortura per provare a camminare: prima con grande difficoltà e tante cadute; poi sempre più spedita. L’indipendenza arrivò con il primo paio di scarpe, ad otto anni: il giorno che tuo padre le portò a casa e le indossasti fu il più bello della tua vita. Vabbé… fino a questi di Roma…

BERRUTI: AMORE A SENSO UNICO. I problemi di salute non hanno mai abbandonato la povera Wilma Rudolph. Dopo aver smesso la carriera sportiva fu vittima di un incidente di auto che le costò delle lesioni – lievi ma permanenti – alla schiena le quali limitarono molto i suoi movimenti. Appena superati i 50 anni fu colpita da un terribile tumore al cervello che la uccise nel 1994. «Se ci fosse un monte Rushmore per le atlete», disse tempo dopo Ed Temple, «uno dei quattro volti scolpiti nella roccia dovrebbe avere il suo profilo. Per ogni donna che entrò nello sport dopo di lei, fu lei ad aprire la porta. E non solo nell’atletica leggera. Aveva quel sorriso… aveva quel carisma…». Lo stesso che la fece diventare la regina di Roma. Tutti se ne innamorarono perdutamente. I rotocalchi italiani dell’epoca ricamarono molto su un suo flirt con Livio Berrutti: velocissima e vincente lei, velocissimo e vincente lui… erano la coppia perfetta. Si incontrarono la prima volta per «colpa» di una tuta. «Il tuo allenatore m’aveva chiesto se avevo piacere di fare un cambio di tuta con te», racconterà Berrutti nell’articolo-necrologio pubblicato dal Corriere della sera il 13 novembre 1993 – «Io già t’ammiravo per quel tuo modo di correre spontaneo, elegante, apparentemente senza fatica: aderii non solo con piacere ma anche con emozione. E così rimasi fulminato quando, dopo i faticosi convenevoli a causa del mio pessimo inglese, tu guardandomi quasi con sfrontatezza negli occhi, mi prendesti per mano e camminammo a lungo nel Villaggio come due fidanzatini». La mano bianca dell’uno intrecciata a quella nera dell’altra, i due che passeggiavano nelle strade del villaggio olimpico, i paparazzi che li mitragliavano di scatti: fu una suggestione collettiva per un’Italia che stava iniziando a godersi l’era della Dolce vita. Ma fu e restò sempre un amore platonico. Anche per lo scarso coraggio che la «locomotiva di Torino» dimostrò abboccando all’avvertimento che gli lanciò un atleta americano, al quale aveva chiesto notizie su quella splendida ragazza: «Fossi in te lascerei perdere. C’è già un altro che gli sta facendo una corte serrata. È un nostro mediomassimo: un certo Cassius Clay. Non farei mai qualcosa che possa dispiacergli…».

Cassius… che matto che era. Tutto il contrario di Barbara Jones, la più esperta delle Tigerbelles che sta ricevendo il testimone dalla Hudson con un cambio perfetto. È alla sua terza Olimpiade ma è arrivata a Roma con un problema alla coscia che le ha impedito di fare risultati. Per lei questa è l’ultima occasione per vincere una medaglia. Ma si è sacrificata un un ruolo poco visibile ma fondamentale: dovunque c’è un problema arriva lei a risolverlo. Un esempio? Hai appena vinto la finale dei 100 metri ed hai trovato una panca all’ombra per riposarti e bere un po’ d’acqua in attesa della cerimonia di premiazione. Barbara, eliminata per un soffio in semifinale, arriva di corsa spazzola in mano e ti aiuta a pettinarti e a ricomporti. E ti consiglia di ripararti dal sole con quel cappellino di paglia che tu, poi, sventolerai in segno di saluto al pubblico che ti sta regalando una standing ovation. Un gesto che conquisterà le prime pagine di tutti i giornali del mondo. «Volpi, non vacche»: lo ripeteva sempre coach Ed Temple. Per sottolineare che in pista e negli spogliatoi dovevate essere atlete e non giovani donne. E voi lo avevate preso in parola. Ogni trasferta il pullman si trasformava in un salone di bellezza: chi si faceva la permanente, chi si dava lo smalto sulle unghie, chi provava vestiti, chi fumava, chi combatteva il caldo stando in mutande. Poi, con la stessa rapidità con la quale agguantavate il filo di lana sul traguardo, vi rassettavate per presentarvi all’arrivo con pettinature perfette, abiti castigati ma eleganti e visi acqua e sapone. In quella seconda frazione Barbara stava vedendosela con la sovietica Maria Itkina e l’inglese Dorothy Hyman, entrambe finaliste nei 100. E le stava battendo tutte. La seconda frazione di quella staffetta non poteva iniziare meglio…

IL PUGILE INNAMORATO. Con il giovanissimo pugile dall’eloquio torrenziale – «Parlava anche nel sonno!» – non era invece iniziato nulla. Anche se Cassius Clay faceva di tutto per avvicinarla e parlarle. I «senatori» della squadra statunitense e soprattutto i velocisti – che vantavano vittorie e notorietà indiscussa – lo intimidivano. Non tanto, però, da tentare un ultimo assalto sul volo che riportava gran parte della squadra statunitense a casa. Wilma lo tenne a distanza come solo lei sapeva fare: sorrisi dolci e fermezza d’acciaio. Ma di certo non lo smontò. Anzi. Poco dopo il rientro da Roma la moglie di coach Ed Temple notò una Cadillac rossa decappottabile che aveva appena parcheggiato davanti la casa. «Io ero nello studio e lei mi urlò dalla cucina: Chi diavolo conosciamo con un’auto così?», racconterà anni dopo lo stesso allenatore. «Non mi stupii quando vidi saltare fuori da quel gioiello il ragazzo impulsivo e chiassoso della squadra di boxe che si era preso una cotta spaventosa per la mia atleta. Coach, mi disse davanti alla porta, mi sai dire in che stanza sta Wilma? Sono venuto qui da Louisville (320 chilometri, ndr) e volevo solo vederla». Ancora pochi giorni e, tornato in Kentucky, a Cassius Clay fu impedito per l’ennesima volta l’ingresso in un bar «per soli bianchi». E per lui la medaglia d’oro di Roma si trasformò in un inutile orpello. Ma questa è un’altra storia…

Cassius, che matto!… Ma ora basta pensare. Barbara ha corso meglio di tutte ed ha passato il testimone a Lucinda Williams spalla a spalla con le prime. Fra una decina di secondi tocca a te. Vuoi vincere. Per te stessa, per le compagne alle quali lo hai promesso, per tua figlia che ti aspetta a casa, per la tribù di sorelle e fratelli. Ma soprattutto per Ray Norton. Il velocista statunitense che tutti hanno accolto come sicuro vincitore di 100, 200 e staffetta ma che ha visto il suo sogno olimpico diventare incubo: ultimo nelle due finali individuali e protagonista dell’errore nel cambio che ha cancellato l’oro americano nella 4 per 100. La delusione più grande delle Olimpiadi di Roma. Talmente grande che anche il tuo amore non riesce ad anestetizzarla. Anzi: tu sei quella che lui avrebbe dovuto, voluto e potuto essere. Ed ora sei uno specchio deformante che trasforma la gioia in dolore lancinante. Anche perché ad ogni stazione della sua via crucis Norton ha trovato te nei sottopassi dello stadio Olimpico ad accoglierlo. La donna bella, veloce e vincente che lo aspetta per consolarlo: c’è beffa peggiore? «Non preoccuparti, tesoro. Hai fatto del tuo meglio», gli hai detto appena si è avvicinato. E lui, per tutta risposta, ha gettato le sue scarpette da gara lontano, con rabbia. Peggio: con disgusto. «Ho fatto schifo. Non riesco a spiegarmelo. Non so proprio cosa mi succede». Provi ad alleggerire la tensione ed in uno slancio di quella generosità che tutti ti riconoscono gli offri in regalo una delle tue medaglie. Ma è sale sull’orgoglio ferito. Lo sconfitto si alza dalla panchina e si avvia verso l’uscita. «Ricordati delle scarpette», gli urli. «Non le voglio le scarpette. Non le voglio vedere mai più».

FORTUNATO IN AMORE, SFORTUNATO AI GIOCHI. Tutti i leoni del villaggio olimpico davano la caccia alla Gazzella nera. Tutti l’ammiravano e la desideravano. A Dave Sime, ad esempio, un giorno che faceva colazione con loro, una delle Tigerbelles aveva detto per stuzzicarlo: «Se vinci l’oro puoi avere tutta la staffetta!». «Anche Wilma?». «No: Wilma no». Perché? «Per la stessa ragione che avrebbe precluso a Berruti la sua occasione», scrive David Maraniss nel suo Roma 1960, la più dettagliata e completa ricostruzione su Le Olimpiadi che cambiarono il mondo – «La Rudolph passava la maggior parte del suo tempi libero con Ray Norton. Erano diventati la coppia più in vista del villaggio; si tenevano per mano ovunque andassero. Anche il giovane Clay, così spavaldo e spaccone sul ring, si teneva a distanza. Norton era più vecchio di lui di quattro anni, era un personaggio già consacrato nella squadra americana ed il pugile ne era intimidito». Annichilito restò invece Norton: partito con la fama del «nuovo Jesse Owens», tornò a casa da sconfitto. E, una volta negli Stati Uniti, perse anche l’unica «medaglia» vinta a Roma: l’amore di Wilma Rudolph. Eppure per lui il 1960 era iniziato con quattro record mondiali eguagliati in rapida successione: 20”6 nelle 220 yard a Berkeley il 19 marzo; 9”3 nelle 100 yard a San Jose il 2 aprile; 20”6 nei 200 metri a Philadelphia il 30 aprile e a Stanford il 2 luglio. A Roma, dopo essere finito ultimo nelle finali di 100 e 200 aveva posto tutte le speranze di medaglia nella staffetta veloce. Norton, che normalmente correva l’ultima e decisiva frazione, venne invece fatto partire in seconda: una posizione per la quale non si era allenato e non aveva quindi sincronizzato i movimenti con il compagno dal quale doveva prendere il testimone. Così, quando Bud Winter arrivò, lui era già volato via avvicinandosi al limite della zona di cambio. Quando ,preso il testimone, si involò sul primo rettilineo come mai aveva fatto in quelle Olimpiadi, quel limite era stato superato. Non se ne accorse il pubblico che assistette ad una gara splendida. Non se ne accorsero gli atleti di Usa e Germania che combatterono fino all’ultimo centimetro per vincere. David Sime anticipò di un decimo di secondo il tedesco Martin Laurer e fermò il cronometro sul nuovo primato mondiale: 39”4. Tutto inutile. Anche i festeggiamenti degli statunitensi, che furono bloccati da chi, invece, si era accorto di tutto: i giudici di pista italiani. Mentre tutto questo accadeva, Wilma Rudolph e le Tigerbelles della staffetta 4 per 100 si avvicinavano al prato, protagoniste assolute della cerimonia di premiazione che si stava preparando. Dopo una gara durante la quale Wilma aveva corso il rischio di imitare il suo fidanzato olimpico.

Ecco! Ci siamo! Lucinda sta arrivando. La concentrazione è al massimo e tutti i muscoli sono pronti a scattare perché ogni singolo movimento di braccia e gambe sia sincronizzato. La compagna sta arrivando a tutta velocità e tu stai cercando di partire al massimo della spinta. Il rendez vous delle due navicelle umane deve avvenire nello spazio di venti metri ed il testimone deve passare da una mano all’altra senza cadere. Ma che fa Lucinda? È troppo veloce… Ed anche a te la voglia di mordere spazio e tempo ha fatto un brutto scherzo: troppa spinta nel lanciarti in avanti. Passaggio mancato! Il rischio è che quel maledetto pezzo di legno cada infrangendo i sogni di tutte. Meglio rallentare, allora. Ma sei costretta quasi a fermarti e a ripartire solo quando finalmente senti il testimone ben saldo nel palmo. Allora puoi sprigionare tutta la tua elegante potenza. Le altre, però, sono già schizzate avanti ed hanno un paio di metri di vantaggio. Un’enormità per tutte. Non per la Gazzella nera che ha negli occhi solo la fine del rettilineo finale. Anche nei 100 e nei 200 hai corso con l’handicap: la partenza non è mai stata il tuo forte. Anche stavolta, però, appena le gambe si fanno ali, il volo è quanto di più veloce, leggiadro, potente e sinuoso si possa vedere su una pista di atletica. Dopo 50 metri hai già ripreso tutte le avversarie e le hai superate. I motori delle altre si ingolfano e rallentano; il tuo sembra avere un propellente speciale. Vinci con tre decimi di vantaggio sulla Germania unificata e con quattro decimi sulla Polonia. E con te vincono le Tigerbelles. Il tuo dottore, tanti anni prima, aveva detto che non avresti mai camminato. Tua madre ti disse che potevi farlo. E tu hai creduto a lei, per fortuna. Però, in fondo, anche quel dottore non ha avuto tutti i torti. Tu non cammini: voli.

© 27 gennaio 2016

2 – segue

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