EUROPEI. FRANCIA 1960
GUERRA FREDDA
IN CAMPO

Il 28 settembre 1958 l’Unione Sovietica e l’Ungheria giocarono la prima partita ufficiale della neonata Coppa «Henri Delaunay». L’Urss giocherà anche l’ultima: la finale del 10 luglio 1960 a Parigi, vinta ai supplementari contro la Jugoslavia. Un giocatore in maglia rossa con la scritta CCCP sul petto (acronimo che tradotto dal cirillico si legge come SSSR: Sojuz Sovietskij Sotsialisticheskij Respublik. Ovvero: Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) segnò la prima e l’ultima rete di quel torneo: Anatoly Ilyn al 4’ di Urss-Ungheria e Viktor Ponedelnik al 113’ della finale con la Jugoslavia. Da segnalare il fatto che Ilyn aveva già firmato il gol decisivo nella finale dei Giochi Olimpici del 1956 contro la Jugoslavia e nello spareggio del Gruppo 3 che eliminò l’Inghilterra dai mondiali di Svezia 1958. Per stabilire le quattro semifinaliste che si sarebbero poi date battaglia in Francia si giocarono tra le 17 iscritte delle eliminatorie spalmate nell’arco di 16 mesi. Si qualificarono ai quarti l’Urss (a spese dei magiari: 3-1 e 1-0), la Francia che superò facilmente la Grecia (7-1 ed 1-1), la Romania (3-0 e 2-0 sulla Turchia), l’Austria (1-0 e 5-2 con la Norvegia), la Jugoslavia (2-0 ed 1-1 sulla Bulgaria), il Portogallo (2-0 e 3-2 con la Germania Est), la Spagna (4-2 e 3-0 sulla Polonia) e la Cecoslovacchia che prima aveva eliminato l’Irlanda nel turno preliminare: sconfitta 2-0 a Dublino e vittoria 4-0 a Bratislava con il primo gol ufficiale segnato da un portiere, Imrich Stacho, su rigore. Agli ottavi i cechi eliminarono la Danimarca (2-2 e 5-1). Verdetti scontati: di fatto la sfida più incerta è stata quella del turno preliminare; l’unica nella quale la qualificazione è stata decisa dalla differenza reti da poco introdotta come regola per dirimere i casi di ex aequo. Si mettono in mostra giocato­ri di talento: l’argentino Alfredo Di Stefano che gioca con la Spagna (tre reti nel doppio confronto con i polacchi), l’ungherese Laszlo Kubala Stecz, i sovietici Valentin Kozmic Ivanov e Slava Metreveli, il cecsolovacco Ladislav No­vak, lo jugoslavo Milan Galic ed il francese Raymond Kopa.

SCENDE IN CAMPO LA GUERRA FREDDA. Venti di cambiamento, si diceva. I primi refoli, si sottolineava. Incerti e contraddittori. Lo dimostrò con esemplare evidenza il quarto di finale tra Urss e Spagna. Mai giocato perché Francisco Franco, generalissimo iberico, non si lasciò sfuggire l’occasione di conquistare il palcoscenico mondiale obbligando la sua Federcalcio al grande rifiuto. Tra i due Paesi non esistevano rapporti diplomatici: eredità della guerra civile spagnola del 1936-’39, con le brigate internazionali foraggiate dall’antifascismo mondiale, con l’Unione sovietica in primo piano. Così ogni evento internazionale che vede di fronte rappresentanti e rappresentative dei due Stati si trasforma in uno scontro. Ufficialmente il governo spagnolo parlò di «impossibilità di giocare in un Paese a regime comunista», mentre la Federcalcio iberica fece di tutto per far scendere in campo la sua rappresentativa. Vinse il veto del generalissimo. Il risultato fu un doppio 0-3 a tavolino per le «Furie rosse» consegnato agli annali ed alle statistiche. Ma anche un’occasione mancata. Con gli inglesi ancora chiusi nella loro torre d’avorio di «inventori del calcio», e quindi ancora alla larga da competizioni che non consideravano alla loro altezza, e con la grande Ungheria – quella che il 25 novembre 1953 inflisse una dura lezione calcistica ai maestri d’Albione sconfiggendoli 6-3 a Wembley – al termine della sua parabola leggendaria, la nazionale sovietica e quella spagnola erano le massime espressioni calcistiche continentali. La loro sfida avrebbe messo di fronte due scuole di gioco e due modi di interpretare il calcio. E, soprattutto, avrebbe visto il duello tra i due giocatori allora più forti del mondo: l’«universale» Alfredo Di Stefano ed il portiere Lev Jashin. Il primo, per dire, aveva già vinto due volte il Pallone d’oro (1957 e ’59); il secondo lo avrebbe fatto suo tre anni dopo. E ad oggi mai nessun portiere è più riuscito nell’impresa.

3 – segue

© 14 dicembre 2015

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