EUROPEI. FRANCIA 1960: ITALIA ASSENTE INGIUSTIFICATA

«The time they are a-changin’». Bob Dylan lo canterà nel 1964. Ma i cambiamenti erano nell’aria già da qualche anno. Anche se era difficile avvertirli quel 28 settembre 1958 quando il match tra Urss ed Ungheria inaugurò il programma delle qualificazioni alla fase finale del primo Campionato europeo di calcio per nazioni. L’impiccagione dei tre protagonisti dell’insurrezione antisovietica fu una ferita profonda, certo. Ma quanto successo in terra magiara dimostrava come anche oltre la Cortina di ferro, dopo la destalinizzazione ed il disgelo delle relazioni diplomatiche, iniziassero a soffiare spifferi libertari. Gli stessi che stavano covando sotto la cenere dell’Occidente. Un mese dopo quella partita sul soglio pontificio lasciato vacante dalla morte di Pio XII salirà il patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, con il nome di Giovanni XXIII: segnò un’epoca diventando il Papa buono. Negli Usa, intanto, iniziava a brillare la stella politica di un giovane John Fitzgerald Kennedy, destinato però o non completare la sua opera. Anche il calcio, dopo l’istituzione della Coppa dei campioni per squadre di club a partire dal 1955, si sta aprendo a modifiche radicali. Nel regolamento, nell’organizzazione e, soprattutto, nel gioco. La ri­cerca della formula giusta, di nuovi moduli tattici, di innovati­vi sistemi di preparazione e di allenamen­to coinvolge un po’ tutti. Come aveva già dimostrato la sesta edizione dei Campionati del mondo giocati in Svezia proprio quell’anno e vinti dal Brasile di Didi, Vavà, Pelè e Garrincha.

QUELL’ULTIMA COPPA. Restano, però, le difficoltà di confronti seri e continuativi tra le varie scuole calcistiche continentali. E se la Coppa dei campioni – alla quale si aggiungeranno la Coppa delle Fiere inaugurata nel 1955 e la Coppa delle Coppe dal 1960 – ha risolto il problema con le squadre di club, l’unico terreno di confronto esistente per le nazionali – la Coppa Internazionale – ha ormai esaurito il suo compito trasformandosi in un torneo asfittico e di poco interesse. Anche perché metteva di fronte solo le rappresentative dei Paesi dell’Europa Centrale. Se ne disputarono sei edizioni a partire dal 1927: quella iniziata nel 1955 – per terminare il 6 gennaio 1960 – fu l’ultima. La vinse la Cecoslovacchia che nel minicampionato a sei con Ungheria, Austria, Jugoslavia, Italia e Svizzera sopravanzò di un punto (16 contro 15) i magiari: più staccati austriaci (11 punti), jugoslavi alla prima partecipazione (9), azzurri (7, frutto delle vittorie con Svizzera ed Austria e dei pareggi con Ungheria, Cecoslovacchia e Svizzera) e rossocrociati (2). A soppiantarla fu, appunto, la versione allargata a tutto il continente.

AZZURRI ASSENTI INGIUSTIFICATI. Il progetto, fortemente voluto già nel 1954 dall’allora segretario generale dell’Uefa, il francese Henri Delaunay, non partì con i migliori auspici. Le adesioni furono solo 17: Unione Sovietica, Ungheria, Irlanda, Cecoslovacchia, Polonia, Spagna, Romania, Turchia, Danimarca, Francia, Grecia, Norvegia, Austria, Germania Est, Portogallo, Jugoslavia e Bulgaria. Rifiutarono, invece, Inghilterra, Scozia, Germania Ovest, Belgio, Svizzera ed Olanda. Oltre all’Italia. Il motivo? Mentre in tutta la penisola si canta «Volare, oh! oh!» (la canzone che in quel 1958 ha vinto a Sanremo), si rimpiangono le cosiddette case di piacere chiuse dalla legge Merlin, si sogna di correre a cento all’ora sul tratto dell’autostrada del Sole tra Milano e Parma appena inaugurato e ci si stupisce della straordinaria voce di una cantante 18enne che risponde al nome di Mina Anna Maria Mazzini, il termometro del calcio italiano segna una delle temperature più basse della sua storia.

L’ITALIA DELLE RINUNCE. In quegli anni il mondo del pallone tricolore, soprattutto a livello organizzativo, è nel caos. Gli stadi sono sempre pieni ma la scomparsa del Grande Torino pur avvenuta un decennio prima (4 maggio 1949) continua a fungere da alibi per una classe dirigente che a livello di club cura – con scarsa lungimiranza – l’interesse di bottega. Intanto a livello federale il passaggio di consegne tra vecchi e nuovi esponenti è tutt’altro che semplice. Tanto che un critico autorevole come Luigi Boccali poteva scrivere esplicitamente di «professionismo da dilettanti impazziti». La riorganizzazione blanda a livello di Federezione dopo il disastro del mondiale svizzero del 1954 – azzurri eliminati in un girone assai facile – lascia mano libera ai club che danno l’«assalto alla dirigenza». Si riapre così la stagione degli oriundi i quali, fatalmente, arrivano a vestire la maglia azzurra. In quegli anni giocheranno con la nazionale italiana (in ordine di presenze) Miguel Montuori (12), Francisco Lojacono (8), José Altafini (6), Alcides Ghiggia (5), Juan Alberto Schiaffino (4), Eddie Firmani (3), Antonio Angelillo (2), Bruno Pesaola (1) e Dino Da Costa (1). Si tratta di quattro argentini, due uruguaiani (Schiaffino e Ghiggia) che nel 1950 avevano vinto il mondiale con la loro nazionale di nascita, due brasiliani (Altafini era fresco di vittoria in Svezia con i verdeoro) ed un sudafricano (Firmani). Quale sia stato il loro apporto è scritto nei numeri: tra il 1956 ed il 1960 l’Italia giocò 22 partite – 8 delle quali amichevoli – con 6 vittorie, 7 pareggi e 9 sconfitte, 31 i gol all’attivo e 35 quelli subiti. Ma il dato più drammatico (sportivamente) è quello relativo alle manifestazioni ufficiali: non ci saranno maglie azzurre alle Olimpiadi di Melbourne 1958 per rinuncia, alla fase finale dei mondiali svedesi del 1958 perché eliminate dall’Irlanda del Nord ed alla prima edizione del Campionato europeo per Nazioni del 1960 ancora una volta per rinuncia.

2 – segue

© 13 dicembre 2015

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