JASHIN A RIVERA

EUROPEI. FRANCIA 1960.
DA JASHIN A RIVERA

Europei Francia 80, da Jashin a Rivera

Valentin Ivanov, decisivo nella semifinale con la Cecoslovacchia; il portiere Lev Jashin, capace di chiudere la sua porta nella finale con la Jugoslavia; lo sgusciante Slava Metreveli; il capitano Igor Netto; l’ariete Viktor Ponedelnik. Sono questi i cinque giocatori dell’Urss che il sito dell’Uefa indica nella formazione ideale del primo Campionato europeo di calcio per nazioni giocato in Francia nel 1960. Tutti, oggi che l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche non esiste più, giocherebbero sotto le insegne della Russia. Così come i quattro jugoslavi presenti nella «top undici» – il terzino destro Vladimir Djurkovic, il centrocampista Milan Galic e gli attaccanti Dragoslav Šekularac e Borivoje Kostic – vestirebbero la maglia della nazionale di Serbia. Gli ultimi due nominati nella «squadra del torneo», il difensore cecoslovacco Ladislav Novak ed il regista compagno di squadra Josef Masopoust, infine, sarebbero le colonne della nazionale della Repubblica Ceca. Nessuno dei tre Paesi, su quattro, rappresentati in quella prima fase finale della manifestazione continentale è infatti sopravvissuto alla Storia.
E L’ITALIA? È sopravvissuto, invece, il calcio italiano. Che proprio a cavallo tra il Cinquanta ed il Sessanta ha scritto forse le pagine più nere del suo romanzo centenario. La tragedia di Superga con la morte del Grande Torino nel 1949 aveva cancellato di colpo un’intera generazione di campioni che, non a caso, monopolizzavano la nazionale. Risollevarsi non era facile ma proprio quando serviva un colpo d’ala ed unità di intenti i dirigenti del calcio italiano hanno invece dimostrato la loro pochezza tecnica, imprenditoriale e strategica. Gettando anni preziosi in inutili polemiche e fatali pressapochismi. Ill tutto per meri interessi di bottega. Non a caso  una voce autorevole come Leone Boccali – fondatore e direttore de Il Calcio Illustrato – usò l’espressione «professionismo da dilettanti impazziti». Così, in campo, la nazionale passa da un flop all’altro. La clamorosa eliminazione dalla fase finale dei mondiali del 1958, che segue la brutta figura alla Coppa del mondo di Svizzera 1954 (Italia fatta fuori dai padroni di casa in un girone più che accessibile) hanno lasciato il segno. A strapparci il biglietto per la Svezia fu stata la modesta Irlanda del Nord, non senza rimpianti per una prima partita di ritorno pareggiata inutilmente dopo la vittoria per 1-0 all’andata. Il 4 dicembre 1957, al «Windsor park» di Belfast, la terna ungherese designata per arbitrare l’incontro non arrivò. Gli avversari proposero di sostituirla con un arbitro inglese e con due assistenti irlandesi: gli italiani rifiutarono. La partita si giocò ugualmente, declassata ad amichevole. Di nome ma non di fatto: nel fango irlandese gli azzurri subirono botte da orbi dagli avversari mentre il pubblico li bersagliava di insulti e oggetti di ogni tipo tirati in campo. Finisce 2-2: reti, nell’ordine, di Ghiggia (24’), Cush (27’), Montuori (50’) ed ancora Cush (60’). Con il contorno dell’espulsione di Chiappella e l’aggressione del pubblico all’uscita del campo-

DALLA BATTAGLIA DI BELFAST AL VALZER DEI CT. La «vera» Irlanda del Nord-Italia si giocherà 42 giorni dopo, sempre al «Windsor park». Nel frattempo la nazionale ha battuto facile il Portogallo, l’altra avversaria nel girone di qualificazione: così le basterebbe un pareggio per guadagnarsi il mondiale. Il commissario tecnico Alfredo Foni dovette far fronte alle contemporanee assenze di tre delle colonne viola che la stagione precedente avevano portato lo scudetto a Firenze: il difensore Sergio Cervato, il centrocampista Guido Gratton ed il mediano Beppe Chiappella. Per sostituirli decide di ripescare Gino Pivatelli e di dar fiducia ad un esordiente (Giovanni Invernizzi) e ad un oriundo (il brasiliano Dino Da Costa) che si aggiungerà agli uruguaiani Peppe Schiaffino ed Alcides Ghiggia e all’argentino Miguel Angel Montuori. La nebbia impedisce l’arrivo del portiere avversario titolare, Harry Gregg, ma gli azzurri non sapranno approfittarne. Anzi. In meno di mezzora i nordirlandesi vanno sul 2-0 (McIlroy al 13’ ed il solito Cush al 28’). Nella ripresa proprio Da Costa dimezzerà le distanze al 56’, ma dodici minuti dopo Alcides Ghiggia si farà espellere per un fallo di reazione e sull’Italia azzurra scenderà un buio che durerà anni. Lo dimostra il fatto che tra il 1957 ed il ’62 in nazionale si avviacenderanno quattro commissioni tecniche e due commissari tecnici.

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL. Eppure il futuro è più che roseo. Poco più di un mese dopo che Lev Jashin ha alzato sotto il cielo di Parigi la prima Coppa europa di calcio per nazioni, undici giovanissimi azzurri scendono in campo allo stadio «Fuorigrotta» di Napoli per la prima partita del Gruppo B del torneo olimpico di calcio di Roma 1960. In campo, guidati dalla coppia Gipo Viani-Nereo Rocco, ci sono nomi destinati a diventare famosi: il portiere Luciano Alfieri; i difensori Tarcisio Burgnich, Mario Trebbi, Sandro Salvatore e Paride Tumburus; i centrocampisti Giovanni Trapattoni, Giancarlo Cella, Giacomo Bulgarelli; gli attaccanti Ugo Tomeazzi e Giorgio Rossano. Le riserve sono Giovanni Fanello, Giorgio Ferrini, Luciano Magistrelli, Gilberto Noletti e Orazio Rancati. Sul terreno del «Fuorigrotta», a seminare perle calcistiche tra il centrocampo e l’attacco, c’è anche un giovanissimo alessandrino dal fisico non certo scultoreo ma dal talento sopraffino: un certo Giovanni Rivera, che quel 26 agosto 1960 ha da pochi giorni compiuto 17 anni ma che un anno e mezzo prima ha già esordito in serie A con la maglia grigia dell’Alessandria. Anche sesolo grazie al permesso chiesto e concesso dalla FederCalcio perché non ancora 16enne. Gli avversari di Taiwan verranno liquidati 4-1 grazie a due reti del futuro «Golden boy» ed a quelle di Fanello e Tomeazzi. Per la cronaca, la segnatura cinese fu firmata da Chun-Wah Mok al 29’. Un torneo sfortunato, quello degli «azzurrini», capaci vincere il girone battendo anche il Brasile allenato da Feola (3-1) e pareggiare 2-2 con l’Inghilterra. In semifinale, contro i dilettanti di Stato della Jugoslavia – sette undicesimi della squadra che aveva perso la finale degli Europei contro l’Urss appena 56 giorni prima – gli azzurri resistono sullo 0-0 fino al novantesimo, vanno in svantaggio al 107’ trafitti da Milan Galic (lo stesso che siglò l’1-0 contro i sovietici a Parigi), pareggiano 120 secondi dopo con Tumburus e – in assenza dei calci di rigore, ancora da inventare – perdono la possibilità di giocare per la medaglia d’oro al sorteggio.

L’oro andrà alla Jugoslavia (argento alla Danimarca) mentre all’Italia sfuggirà anche il bronzo: 1-2 dall’Ungheria con l’inutile rete di Ugo Tomeazzi all’84’. Ma il seme è stato gettato. Due anni dopo la vittoria a Francia ’60 Lev Jashin sarà il primo – ed ultimo fino ad oggi – portiere a vincere il Pallone d’oro. Gianni Rivera sarà invece il primo italiano ad alzare lo stesso trofeo nel 1969, un anno dopo la vittoria nell’Europeo di Italia 1968 – quando la monetina ci sarà benigna contro l’Urss – ed un anno prima del secondo posto ai Mondiali di Messico 1970. Il vecchio (Jashin) ed il bambino (Rivera) si troveranno di fronte il 10 novembre 1963: in palio la partecipazione al secondo Campionato europeo di calcio per Nazioni. Ma questa è un’altra storia…

7 – fine

© 18 dicembre 2015

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2 comments

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