EUROPEI. FRANCIA 1960
DISCIPLINA BATTE TALENTO

Sconfitte, rispettivamente, Cecoslovacchia e Francia, sono quindi Unione Sovietica e Jugoslavia a contendersi la vittoria nella prima edizione dei Campionati europei di calcio per nazioni. Alle 20 (ora locale) del 10 luglio 1960 al Parco dei Principi di Parigi la sfida è tra la freschezza, la fantasia ed il talento degli slavi contro l’esperienza, la disciplina sportiva e la compattezza dei sovietici. La cornice non si può dire sia all’altezza dell’occasione. Anzi: sugli spalti circa 18mila spettatori, per lo più con gli ombrelli visto che piove senza sosta. È il pegno da pagare per l’assenza dei padroni di casa all’ultimo atto. Anche se il giorno prima, a Marsiglia, con i Blues in campo contro la Cecoslovacchia per la «finalina», non è che fosse andata meglio: le cronache parlano di meno di 10mila spettatori assiepati – si fa per dire – al Velodrome. La Francia si adeguerà al punto da perdere anche la seconda – su due – partite giocate nella fase finale. Agli ordini dell’italiano Cesare Jonni, accade tutto nella ripresa: prima Bubnik al 58’, poi Pavlovic all’88’ fanno salire la Cecoslovacchia sul gradino più basso del podio.

FANTASIA CONTRO DISCIPLINA. Al Parco dei Principi, invece, l’arbitro è l’inglese Arthur Edward Ellis, considerato allora il miglior fischietto al mondo. Non a caso prima di quella che sarà la sua ultima finale, aveva diretto partite in tre campionati del mondo (1950, ’54 e ’58), la finale delle Olimpiadi di Helsinki ’52 tra Ungheria e Jugoslavia e la prima finale di Coppa dei campioni giocata sempre al «Parco dei Principi» di Parigi nel 1955 tra Real Madrid e Stade Reims. In campo gli esperti sovietici in maglia rossa con la classica scritta CCCP sul petto ed i giovanissimi (età media 23 anni) jugoslavi in tenuta celeste. Il canovaccio del match rispecchierà a pieno le attese della vigilia. I «Plavi» partono a razzo e mettono sotto pressione la retroguardia sovietica diretta da par suo da Lev Jashin. Sprecano molto, il portierone in «all black» para tutto, ma a due minuti dal riposo Milan Galic non perdona: Dragoslav Šekularac affonda sul fianco destro e mette in area un pallone a mezza altezza che il numero nove in maglia celeste devia di testa inchinandosi appena, nonostante la pressione del capitano avversario Igor Netto. Troppo veloce e a fil di palo il pallone anche per il «Ragno nero».

RIBALTONE IN SALSA RUSSA. Durante l’intervallo il tecnico dell’Unione Sovietica, Gavriil Kachalin, striglia i suoi a dovere. Ed in giocatori in maglia rossa tornano in campo più decisi che mai. Bastano quattro minuti ed il centravanti Viktor Ponedelkin riceve palla sulla tre quarti avversaria, avanza indisturbato fino ai trenta metri e fa partire una saetta rasoterra che il portiere slavo Blagoje Vidinić può solo respingere sulla sua sinistra: per l’accorrente Slava Metreveli è un gioco da ragazzi ribadire in rete. Adesso è l’Urss che, galvanizzata dal pareggio, mette alle corde gli avversari che appaiono sempre più in debito d’ossigeno man mano che passa il tempo: più per inesperienza, però, che per un effettivo calo fisico. A salire in cattedra è l’estremo difensore jugoslavo che si produce in alcuni interventi prodigiosi che consentono alla sua nazionale di arrivare al novantesimo ancora sulla parità. Tempi supplementari, dunque: una tortura per i giocatori in maglia celeste, un’occasione da non sprecare per quelli in rosso. L’eroica difesa slava crolla quando al fischio finale – e quindi alla ripetizione del match: ché non erano ancora stati inventati i rigori – mancano appena 420”. L’azione decisiva si sviluppa su tutto l’arco d’attacco sovietico: Metreveli batte un fallo laterale sulla tre quarti avversaria ed indirizza profondo per Valentin Bubukin che riesce a mettere in mezzo un attimo prima che il pallone superi la linea di fondo; il cross attraversa l’intera area jugoslava senza che Yuri Voinov riesca ad addomesticarla; è così Valentin Ivanov a raggiungere la sfera prima che esca in fallo laterale, a girarsi ed a fare un cross preciso per la testa di Ponedelnik che svetta tra gli immobili centrali avversari senza che il portiere Vidinić abbozzi l’intervento.

IL TRIONFO SOVIETICO. Tocca quindi al capitano dell’Urss Igor Netto sollevare per la prima volta il trofeo destinato alla migliore squadra europea. Una coppa d’argento realizzata dall’orafo Chobillon su progetto di Arthus Bertrand che resterà «in servizio» per dodici edizioni, fino a Portogallo 2004. Dal 2008, infatti, fu sostituita da un’altra simile. La differenza più evidente è la mancanza della base sulla quale venivano inseriti i nomi delle nazioni vincitrici in passato: nella nuova versione il nome viene inciso sul retro del trofeo che è più alto di 18 centimetri e pesa 2 chilogrammi in più del precedente. A livello decorativo la piccola figura con il pallone che campeggiava nella parte posteriore del trofeo è stata rimossa. La nuova coppa è stato forgiata dalla Asprey London, nota casa orafa che vanta una lunga tradizione nell’ambito dei trofei.

6 – segue

© 17 dicembre 2015

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